Nel 2025 la concentrazione media globale di anidride carbonica ha raggiunto 426,8 parti per milione, un nuovo massimo. È il dato del Greenhouse Gas Bulletin n. 22 della WMO, pubblicato il 27 ottobre 2026. Anche metano e protossido di azoto segnano valori record. Per leggere la notizia dall’Italia serve una distinzione: il gas accumulato nell’atmosfera e le emissioni prodotte in un anno misurano due cose diverse.

Che cosa significano 426,8 parti per milione
Il valore indica la proporzione di CO₂ nell’aria: circa 427 molecole ogni milione. La WMO riporta un’incertezza di ±0,2 ppm e un aumento del 53% rispetto al livello preindustriale del 1750. Dire che siamo al 153% del valore di partenza è equivalente; parlare di un aumento del 153% sarebbe sbagliato.
La stessa analisi della rete di osservazione Global Atmosphere Watch misura il metano a 1.948 parti per miliardo, con incertezza di ±2, e il protossido di azoto a 339,1, con incertezza di ±0,1. Per questi due gas l’unità è dunque diversa da quella della CO₂: confrontare direttamente i tre numeri senza leggere ppm e ppb porta fuori strada.
Una crescita più lenta può comunque segnare un record
Il comunicato WMO del 27 ottobre quantifica l’aumento della CO₂ tra 2024 e 2025 in 2,8 ppm. È inferiore al balzo eccezionale dell’anno precedente, ma resta una crescita: la quantità presente nell’aria continua quindi a salire.
L’organizzazione spiega che circa metà della CO₂ emessa ogni anno rimane nell’atmosfera; il resto viene assorbito dagli ecosistemi terrestri e dagli oceani. La capacità di questi sistemi di assorbire carbonio può variare. La WMO collega il rallentamento del 2025 alla ripresa degli assorbimenti terrestri e alle minori emissioni degli incendi dopo il forte El Niño del 2023-2024. Un rallentamento dell’accumulo non equivale alla sua inversione.

Il 56% della NOAA riguarda l’effetto dei gas, non i gradi
Un altro dato richiede attenzione. L’Annual Greenhouse Gas Index della NOAA, aggiornato nell’autunno 2026, indica per il 2025 un aumento del 56% rispetto al 1990 dell’effetto dei gas serra a lunga permanenza sul bilancio energetico terrestre. L’indice vale 1,56, ponendo il 1990 uguale a uno.
Questo non significa che la temperatura del pianeta sia cresciuta del 56%. È una misura della maggiore energia trattenuta per effetto dei gas considerati. La NOAA attribuisce alla CO₂ circa l’81% dell’incremento dell’indice e precisa che l’indicatore, da solo, non prevede il clima futuro: per farlo occorre considerare anche altri fattori e le loro interazioni.
Perché il calo stimato in Italia non contraddice la WMO
Il confronto italiano più utile arriva da ISPRA, nella stima diffusa il 21 ottobre: sulla base dei dati disponibili del secondo trimestre, per il 2026 l’istituto prevede emissioni nazionali di gas serra in diminuzione dell’1,5% rispetto al 2025, con PIL in aumento dello 0,8%.
È una previsione annuale, non il consuntivo definitivo. Inoltre riguarda un Paese e un anno differenti dalle concentrazioni globali del bollettino. I due risultati possono coesistere: un minore flusso di nuove emissioni nazionali non cancella automaticamente il gas già accumulato nel mondo.
Per valutare gli interventi sul territorio servono poi indicatori specifici, come quelli del rapporto Ecosistema Urbano sui capoluoghi italiani. Anche le stime dei danni economici degli eventi climatici rispondono a una domanda diversa. Nessuno di questi numeri consente di prevedere il prossimo episodio di maltempo nella propria città.
Fonti e crediti
Fonti consultate il 27 ottobre 2026: bollettino e comunicato WMO, indice NOAA e stima ISPRA, collegati nei paragrafi. L’anno dei dati e il loro perimetro sono indicati accanto alle cifre. Le due fotografie sono immagini d’archivio: non documentano le rilevazioni del 2025 e non mostrano la CO₂, che è invisibile. Autori, pagine originali e licenza sono riportati nelle didascalie.
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