La vigilia della Giornata mondiale dell’Alzheimer porta un dato che pesa piu di molti slogan: in Italia piu di un caregiver su due, tra chi assiste una persona con demenza, dichiara di dedicare alla cura oltre 12 ore al giorno. Non e solo una misura del tempo. E il segnale di una pressione familiare che entra nel sonno, nel lavoro, nelle visite mediche rinviate e nella vita sociale che si restringe.
La nuova rilevazione diffusa da FamKare e rilanciata da ANSA, condotta tra il 5 e il 31 agosto 2026 su 733 questionari completati, fotografa una situazione molto concreta: il 56,1% assiste il familiare da oltre tre anni, il 91,2% dice di avere trascurato almeno qualche volta la propria salute, il 73,4% riferisce esaurimento emotivo frequente e il 71,1% solitudine frequente nella gestione dell’assistenza.
Il punto, per le famiglie, non e stabilire chi “regge” di piu. E capire quando il carico diventa un rischio sanitario anche per chi cura. Perche la demenza non riguarda solo memoria e orientamento della persona malata: quando avanza, modifica la routine di tutta la casa e chiede una presenza quasi continua.

Perche il dato delle 12 ore cambia la discussione
Dodici ore al giorno significano che la cura non e piu una parentesi attorno alla giornata, ma la giornata stessa. Preparare i pasti, controllare terapie e sicurezza domestica, accompagnare alle visite, gestire disorientamento, agitazione o insonnia, rispondere a telefonate e pratiche: tutte attivita che spesso restano invisibili perche non passano da un contratto, da un badge o da un reparto.
La quota di caregiver che ha cercato e attivato un supporto professionale, secondo la stessa indagine, si ferma al 20,1%. Le ragioni indicate sono costo, mancanza di informazioni e difficolta a riconoscere in tempo il bisogno di aiuto. E qui sta il nodo: molte famiglie chiedono sostegno solo quando la stanchezza e gia diventata emergenza.
Nel caso dell’Alzheimer e delle altre demenze, l’Organizzazione mondiale della sanita ricorda che l’impatto e fisico, psicologico, sociale ed economico non solo per chi vive con la malattia, ma anche per familiari e caregiver. L’OMS segnala inoltre che una parte rilevante dei costi globali della demenza ricade sull’assistenza informale, cioe su parenti e persone vicine.
Il rischio burnout nelle famiglie
Il burnout del caregiver non arriva sempre come crollo improvviso. Spesso comincia con segnali piccoli: visite personali rimandate, sonno leggero, irritabilita, sensazione di colpa quando si chiede una pausa, rinuncia a ferie e amicizie. Nella rilevazione FamKare, il lavoro rientra tra gli ambiti sacrificati per il 26,4% del campione, quota che sale al 34,3% tra i caregiver tra 45 e 64 anni.
Questo e un passaggio cruciale anche per il sistema sanitario. Se chi assiste si ammala, perde ore di lavoro o resta solo, aumenta il rischio di accessi tardivi, ricoveri evitabili e soluzioni d’urgenza. La cura domiciliare funziona davvero solo quando attorno alla famiglia esiste una rete: medico di medicina generale, centri per i disturbi cognitivi e demenze, servizi sociali, supporto psicologico, sollievo temporaneo e informazioni chiare sui percorsi disponibili.
In Italia, anche le pagine EpiCentro dell’Istituto superiore di sanita ricordano che negli ultimi anni sono stati avviati strumenti dedicati ad Alzheimer e demenze, compreso il fondo nazionale previsto dalla Legge di Bilancio 2021. Per le famiglie questo significa una cosa concreta: non aspettare che ogni decisione ricada su una sola persona, ma cercare presto i punti di accesso territoriali, dai centri disturbi cognitivi ai servizi sociali.

Cosa possono fare subito le famiglie
Il primo passo e trattare il caregiver come parte della cura, non come una risorsa inesauribile. Tenere un diario dei carichi quotidiani puo aiutare a capire quante ore vengono assorbite davvero e quali compiti possono essere condivisi. Serve poi una mappa pratica: chi accompagna alle visite, chi copre una notte, chi segue le pratiche, chi puo finanziare qualche ora di assistenza professionale.
Il secondo passo e parlare presto con il medico e con i servizi territoriali. Non per medicalizzare ogni difficolta, ma per non arrivare tardi ai punti di accesso: valutazione cognitiva, piani assistenziali, invalidita, indennita, centri diurni, gruppi di auto-aiuto, formazione sulle condotte difficili e sulla sicurezza in casa.
Il terzo passo riguarda la salute di chi assiste. Se il 91,2% dei caregiver dichiara di trascurarla almeno qualche volta, il rischio e gia scritto nei numeri. Controlli, sonno, movimento, alimentazione e relazioni non sono un lusso: sono la condizione per continuare a curare senza consumarsi.
Conclusioni finali
L’allarme caregiver non dice che le famiglie stanno fallendo. Dice il contrario: stanno reggendo una parte enorme dell’assistenza, spesso con poche informazioni e poca tregua. La notizia, alla vigilia del 21 settembre, e che il carico non puo piu restare invisibile.
Per l’Alzheimer e le demenze la sfida non e solo trovare nuove terapie. E costruire percorsi in cui diagnosi, servizi, sollievo e sostegno psicologico arrivino prima dell’esaurimento. Perche proteggere chi cura significa proteggere anche chi e curato.
Fonti
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