Economia

Ex Ilva, richiesta CIGS per 8.622 lavoratori: cosa cambia

Veduta delle acciaierie di Taranto con ciminiere e impianti sul fronte del porto
Immagine d’archivio delle acciaierie di Taranto, fotografate da via Regina Margherita il 25 dicembre 2007. Foto: mafe de baggis / Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 2.0.

Acciaierie d’Italia ha chiesto di portare da 4.450 a un massimo di 8.622 il numero di lavoratori interessati dalla cassa integrazione straordinaria. Oggi, 19 ottobre, la protesta è arrivata anche all’aeroporto di Genova; domani le Sezioni Unite della Cassazione esaminano i ricorsi sullo stop dell’area a caldo di Taranto. Sono due passaggi che rendono più concreta la crisi del gruppo, ma non equivalgono a 8.622 licenziamenti: la richiesta riguarda sospensioni temporanee e il numero indicato è un massimo medio di persone contemporaneamente in cassa. Ecco che cosa sappiamo e che cosa resta da definire.

Veduta delle acciaierie di Taranto con ciminiere e impianti sul fronte del porto
Immagine d’archivio delle acciaierie di Taranto, fotografate da via Regina Margherita il 25 dicembre 2007. Foto: mafe de baggis / Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 2.0.

La richiesta: fino a 8.622 sospensioni temporanee

La comunicazione dei commissari straordinari, inviata al Ministero e alle organizzazioni sindacali, amplia il ricorso alla CIGS di 4.172 unità rispetto al tetto precedente. La società dichiara che 1.004 dipendenti resteranno in servizio per la custodia degli impianti, gli adempimenti amministrativi e ambientali e le attività necessarie alla continuità operativa. A fine luglio l’organico complessivo indicato era di 9.626 persone.

Il numero di 8.622 va letto con precisione: secondo la comunicazione aziendale è il massimo medio delle sospensioni che possono sovrapporsi, non una lista di posti eliminati né la prova che tutte le persone siano già state collocate nello stesso momento a zero ore. La richiesta dovrà essere definita attraverso il confronto con i sindacati e gli uffici competenti; al momento dell’annuncio, l’esame congiunto era stato chiesto con urgenza.

Operatore al lavoro all’interno di un tubo d’acciaio nel centro siderurgico di Taranto
Immagine storica del centro siderurgico Italsider di Taranto: un operatore esegue un controllo di qualità all’interno di un tubo nel 1963. Archivio Storico Touring Club Italiano, licenza CC BY-SA 4.0.

La ripartizione richiesta mostra l’ampiezza dell’impatto nei principali stabilimenti: fino a 6.964 addetti a Taranto su 7.875, 870 a Genova su 917, 515 a Novi Ligure su 542 e 117 negli uffici di Milano su 127. La società indica ricadute anche nelle altre sedi. I dati descrivono la richiesta presentata dai commissari e non vanno confusi con un’autorizzazione definitiva o con il numero effettivo di sospesi in ciascun turno.

Perché il fermo a Taranto allarga la cassa

La richiesta nasce dal provvedimento della Corte d’Appello di Milano che ha ordinato la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dell’impianto tarantino. Dal 9 ottobre, secondo quanto riferito dai commissari, sono stati fermati gli impianti funzionali alla produzione di bramme e coils. Il gruppo ha dichiarato di averli mantenuti in condizione di riscaldo per evitare il deterioramento e conservare la possibilità di ripartire se venissero meno gli impedimenti giudiziari.

Il passaggio è importante anche per gli altri siti: una parte delle lavorazioni dipende dai semilavorati prodotti a Taranto. La riduzione o l’interruzione dei flussi di materia prima può quindi propagarsi a Genova, Novi Ligure e alle altre unità, anche se la singola attività non coincide con l’area a caldo sottoposta all’ordine. Per questo la comunicazione aziendale lega la rimodulazione del personale alle esigenze tecnico-produttive e alla ricerca di un piano operativo compatibile con gli impianti fermi.

Panorama delle acciaierie e della fascia costiera di Taranto nel 2024
Veduta panoramica delle acciaierie e della fascia costiera di Taranto, fotografate il 22 agosto 2024. Immagine di contesto: non mostra la fermata degli impianti del 2026. Foto: FalantoTaras / Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0.

La cassa richiesta si estenderebbe, una volta autorizzata, fino al 28 febbraio 2027, salvo proroghe. La data indica la durata proposta, non una garanzia che l’ammortizzatore sarà concesso in quei termini. Anche la distribuzione delle sospensioni può cambiare durante l’esame congiunto, in base ai reparti, alla sicurezza degli asset e agli obblighi ambientali e amministrativi che devono restare coperti.

La protesta a Genova e il passaggio in Cassazione

Nella mattinata del 19 ottobre lavoratori dell’ex Ilva di Cornigliano sono entrati nell’area imbarchi dell’aeroporto Cristoforo Colombo e hanno annunciato l’occupazione, collegando la protesta alla nuova richiesta di cassa. La mobilitazione rende visibile la preoccupazione dei dipendenti anche fuori da Taranto: le cifre annunciate comprendono infatti più stabilimenti e la prospettiva di sospensioni estese alimenta l’incertezza sul reddito e sulla continuità produttiva.

Il calendario giudiziario è il secondo elemento da seguire. Il 20 ottobre le Sezioni Unite della Cassazione esaminano i ricorsi di Ilva e Acciaierie d’Italia contro il provvedimento che riguarda l’area a caldo. L’udienza è un passaggio del contenzioso e non va presentata come una riapertura già decisa o come una sentenza che necessariamente sarà pubblicata nello stesso giorno. L’esito e i tempi della decisione potranno incidere sul quadro operativo, ma non definiscono da soli il futuro industriale, la procedura di cessione o le garanzie occupazionali.

Per i lavoratori, nell’immediato, contano quindi tre livelli distinti: la richiesta di CIGS, il confronto amministrativo e sindacale sulla platea effettiva, e il contenzioso sul fermo produttivo. Nessuno dei tre, preso isolatamente, equivale a una soluzione definitiva. Anche un eventuale cambiamento del quadro giudiziario dovrebbe essere seguito da indicazioni operative sui reparti, sulle forniture e sugli strumenti di sostegno al reddito.

Conclusioni finali

La richiesta fino a 8.622 sospensioni segnala quanto il fermo dell’area a caldo possa pesare sull’intero gruppo, mentre la protesta di Genova mostra che l’incertezza investe anche gli altri stabilimenti. Il dato non è un conteggio di licenziamenti e la CIGS resta una procedura da definire. Nei prossimi giorni saranno decisivi il confronto con i sindacati e gli sviluppi in Cassazione: solo allora sarà possibile capire se e come cambieranno tempi, impianti e tutele per i lavoratori.

Fonti

Leggi anche: Ex Ilva, stop dal 9 ottobre: cosa rischiano lavoro e acciaio

Leggi anche: Industria in frenata, allarme Istat: cosa rischiano lavoro e prezzi

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