Expo e giornalismo

| 25 Luglio 2016 | Tag:, , , , , , , , , ,

expoIl problema della commistione tra informazione e pubblicità è una delle cause più gravi della scarsa credibilità del giornalismo italiano.
Occorrerebbe incentivare l’editoria, o almeno quella parte di essa che lo desideri, a liberarsi dalla dipendenza pubblicitaria.
Maria Djokic una studentessa del corso di “Linguaggio giornalistico” del dipartimento di Comunizione dell’Università di Padova del Professor Raffaele Fiengo ha svolto una tesi di laurea sul tema esaminando in particolare il ruolo giocato dalla stampa durante l’Expo. Il titolo della tesi che poi troverete allegata in forma integrale in calce all’articolo era: “L’Expo e il giornalismo”.
Lo scopo di questa tesi è stato analizzare le pubblicazioni delle testate riguardo a Expo 2015 e stabilire se veramente il giornalismo italiano abbia sostituito, o stia sostituendo, l’informazione con campagne pubblicitarie, in questo caso limitatamente al periodo dell’esposizione universale. Abbiamo analizzato la tesi e provato ad estrarre alcuni passaggi rilevanti del lavoro svolto da Maria Djokic e vogliamo proporveli. Alcuni estratti come avrete modo di vedere in seguito riguardano in particolare l’intervista realizzata dalla Djokic con il giornalista del Fatto Quotidiano Gianni Barbacetto, uno degli autori assieme a Marco Maroni dell’articolo: “Così Expo si compra i giornali” in cui i due giornalisti hanno reso noto il fiume di denaro investito da Expo per avere “una buona stampa”.

 

 

 

 

L’Eco della stampa ha condotto uno studio in merito al numero degli articoli comparsi sulle testate italiane a riguardo. Dal primo maggio al 20 ottobre 2015 ne ha contati ben 528.754. Oltre alla quantità però, sarebbe interessante anche considerare la sostanza di tali pubblicazioni. A tal proposito c’è chi sostiene che un avvenimento di questa portata abbia avuto bisogno di una piccola “spinta”. In particolare il 27 Marzo 2015 Gianni Barbacetto e Marco Maroni hanno pubblicato su Il Fatto Quotidiano l’articolo: “Così Expo si compra i giornali”. Secondo i cronisti in questione gli investimenti in comunicazione hanno superato i 50milioni di Euro.Il grosso dei finanziamenti sarebbe stato erogato attraverso la procedura della “manifestazione d’interesse”, il cosiddetto “Request of proposal”.
In poche parole gli editori presentano le loro proposte su come parlare bene dell’evento ed Expo le finanzia. Una buona fetta di questa somma sarebbe arrivata direttamente anche ai giornali e agli editori; finora circa 2,3 milioni di Euro. In base ai dati forniti dai due autori ben 425 mila euro al Corriere della Sera per 12 uscite da due pagine. A seguire La Stampa con 400 mila euro per due pagine in uno “Special Green” a cui sono da aggiungere cinque inserti di 16 pagine che sono stati distribuiti anche con Secolo XIX. La Repubblica invece 399.500€ per 72 pagine di “Guide Editoriali”.

Altri due giornalisti de Il Fatto Quotidiano, Lorenzo Bagnoli e Lorenzo Bodrero, avevano in precedenza riportato la questione. Nel loro articolo “Expo 2015, 55 milioni a giornali e tv per “progetti”. Ma solo 5 a testate estere” pubblicato il 21 Gennaio 2015 hanno citato la “torta da 55milioni di euro” destinata alla comunicazione del grande evento e definito l’intera questione una “faraonica campagna d’immagine per l’esposizione universale”.

 

 

 

La stessa somma è stata rilevata anche da Expoleaks, progetto di IRPI – Investigative Reporting Project Italy – dal quale si evince che troppo denaro è piovuto sulle redazioni del giornali, senza gare d’appalto e senza procedure di assegnazione.

 

 

 

Corriere della Sera

Il CdS ha senza dubbio dedicato molto, forse fin troppo spazio, all’Expo e lo ha fatto in tutte le forme possibili: tramite articoli cartacei, una pagina web appositamente dedicata e perfino dal vivo grazie all’iniziativa Casa Corriere. Ma di cosa ha parlato realmente?
Dopo averne analizzato le pubblicazioni si ha la sensazione che da Febbraio 2015 ad Aprile 2015, ovvero prima che l’Expo aprisse i tornelli, il Corriere della Sera si sia subito catapultato sull’argomento, a differenza delle testate che seguiranno, cercando di:

introdurre e informare i lettori sui temi globali trattati dall’evento dedicando ogni martedì del mese due pagine di inchiesta;

ma anche osservare con occhio critico lo sviluppo del progetto portandone alla luce le diverse problematiche (dai ritardi, alle infiltrazioni mafiose ecc).

In merito al secondo punto è possibile affermare che, inizialmente, il Corriere della Sera non abbia chiuso gli occhi di fronte alle difficoltà e agli scandali che hanno coinvolto la mostra universale. Anzi, si è preoccupato di farli emergere. Eppure dal primo Maggio 2015, grande giorno di apertura, si ha la percezione che nelle pagine del Corriere (ma non solo) qualcosa sia cambiato. Da un numero notevole e costante di pezzi iniziali inerenti la mostra, si passa ad una vera e propria esplosione.
In questi poi si va affievolendo la paura di non terminare in tempo, scompare il timore per quegli affari poco regolari e le pubblicazioni di carattere istruttivo e costruttivo vengono a mano a mano sostituite da quelle promozionali.
Crescono invece la fiducia e il sostegno per un’esposizione che sempre più viene presentata come una grande fiera, assolutamente da non perdere.

 

 

 

Il mio personale timore è che invece, nonostante il volume di articoli, il messaggio non sia sufficientemente rinforzato dal Corriere che preferisce invece scrivere di tutt’altro.
Dopo aver consultato tutti (o quasi) gli articoli di questa testata giornalistica ne ho direttamente percepito il cambio di rotta: da informazione imparziale e contenuta a pubblicità martellante. Mentre in principio si scorge il tentativo del giornale di rendere noti gli argomenti sviluppati da Expo 2015, e non affiora un accentuato favoritismo, ciò che segue dal 01/05/16 è un’ondata promozionale di articoli e di pubblicazioni a riguardo.

 

 

 

Stampa

Se si pensa che le scelte compiute dal Corriere siano un caso isolato, si commette un errore. Infatti una linea simile è stata ripresa anche da altre importante testate giornalistiche italiane. Una di queste è La Stampa che, come il “compagno” sopracitato dedica sia sul cartaceo che online una sezione apposita per Expo 2015 non riuscendo però a chiarire ai lettori quale fosse lo scopo di Expo 2015.
Anche questo giornale infatti, come il precedente, si concentra molto di più su notizie inerenti la mostra, ovvero sui padiglioni, numero di ingressi, multinazionali ecc, che sullo scopo della stessa. Predispone anche una pagina in rete, “Expo Milano 2015”, molto simile a quella del Corriere. Nemmeno gli articoli pubblicati da La Stampa quindi hanno chiarito ai lettori il fine di Expo 2015, nonostante siano stati poi parecchi. La sensazione è che lo abbiano piuttosto trasformato in un grande festeggiamento che ha attirato numerosissime persone. Fino a qualche mese prima però arrancava.

 

 

extin

Repubblica

Come nel caso del Corriere della Sera e de La Stampa, anche La Repubblica decide di mettere a disposizione dei lettori più strumenti: numerosi articoli cartacei, pagina web, riviste ecc.
Un evento come l’Expo non può non comparire anche nelle pagine di questo giornale. La tendenza però è quella seguita dai giornali precedenti. In principio gli articoli si presentano con una vena polemica, soprattutto riguardo ai ritardi e gli appalti truccati; poi, giunto il grande giorno, le carte in tavola cambiano. Via il pessimismo e i dubbi. E la mostra diventa un grande evento. Forse però, La Repubblica, si è leggermente contenuta.

 

 

 

Il giornalista del Fatto Quotidiano Tommaso Rodano, il 26 Marzo 2015, si chiede se i soldi versati da Expo 2015 per la pubblicità possano influenzare i giornali? Rivolge quindi questo stesso quesito direttamente a Ferruccio de Bortoli, all’epoca ancora direttore del Corriere della Sera:

Rodano: “Ma non sono inopportuni i rapporti economici tra l’Expo e la stampa che dovrebbe raccontarne “i guai” in modo imparziale? Possono questi investimenti ‘risibili’ influenzare il giornalista?”.

De Bortoli: “L’investimento non interessa la nostra testata. È una scelta dell’azienda, attraverso la fondazione: non coinvolge il Corriere”.

Rodano:“Nessuna timidezza nel raccontare i guai dell’Expo?”.
De Bortoli: “Abbiamo dato la massima rilevanza alle inchieste. Non veniamo mai meno al nostro dovere di informare”.

Rodano: “Non teme che il pubblico possa ritenerla una partnership imbarazzante?”

De Bortoli: “I lettori sono garantiti dalla nostra professionalità. La pubblicità non ci condiziona. Infatti ultimamente ne abbiamo persa un po’”.

 

 

 

Intervista di Maria Djorkic a Gianni Barbacetto Milano, 21 Maggio 2016

 

 

 

Djorlic: “Nel tuo articolo “Così Expo si compra i giornali” dichiari per l’appunto che alcuni di questi (Il Corriere, La Stampa, La Repubblica,ecc) siano stati finanziati per sostenere l’evento e per pubblicizzarlo. Perché, secondo te, un evento così importante ha avuto il bisogno di pagare i giornali affinché ne parlassero bene?”

Barbacetto: “ Expo aveva a disposizione molto soldi. Credo che dai conteggi finali risulti che l’operazione, nel complesso, sia costata più di 2 miliardi di Euro di denaro pubblico, ovvero di soldi di noi cittadini presi con le nostre tasse. Gli incassi sono stati, biglietti e sponsorizzazioni, circa 700 milioni. Quindi i conti della mostra stavano in questi due numeri: 2miliardi di denaro pubblico speso e 700milioni incassati. Expo aveva a disposizione molti soldi e quindi ha cercato di fare quello che avrebbe fatto qualunque manager che dirige un’operazione di questo tipo, pubblicizzare, in Italia e nel mondo la cosa, per far arrivare più gente possibile. Era evidente che i giornali andassero pagati per parlare bene di Expo in due modi:
la pubblicità, e qui non c’è nulla di male; tu compri uno spazio sul giornale che costa x e ti fai pubblicizzare l’evento;
oltre a questo Expo ha piazzato molti milioni non per comprare spazi pubblicitari, che sono trasparenti, li vedi, ma per aver buona stampa. Cioè per far fare ai giornali quelle cose redazionali, pagine e pagine dedicate all’evento, che non sono pubblicità ma un prodotto a metà tra giornalismo, e quello che i giornalisti “un po’ così” chiamano “marchetta”.
Certo, i giornali che hanno avuto da Expo un mucchio di soldi, in pubblicità e in quest’ultima parte, ci pensavano due volte prima di parlarne male. Mi sembra anche normale “.

 

 

 

 

Riflessioni

Quanto emerso da Expo 2015 non è però un caso isolato, piuttosto un esempio concreto della crisi che ha coinvolto, e coinvolge ancora, i giornali non solo italiani ma internazionali.
E’ da qualche tempo ormai che i quotidiani offrono molta pubblicità in modo diverso, e non è del tutto anomalo che per farlo vengano finanziati da diversi enti. Il destino della stampa è ad esempio il grande interrogativo posto dall’ inchiesta “Who killed the Newspapapers?” del periodico The Economist (4 Agosto 2006).
Parla di un giornalismo in evoluzione che non può non tenere conto dei nuovi strumenti di
comunicazione, delle nuove potenzialità che la carta stampata potrebbe trovare nel web. Allo stesso tempo tuttavia non dovrebbe aumentare il gossip o inserire la pubblicità in prima pagina pur di attirare i lettori. Il quotidiano assume purtroppo sempre più la forma di in un magazine, ma lo spettro della disinformazione incombe.

L’Economist fornisce allora la ricetta per sopravvivere: sostiene che ci vuole più qualità. Solo così i giornali potranno superare la crisi. Più attenzione al lettore, più informazioni, più inchieste e allora crescerà anche la tiratura.

Sull’argomento si pronuncia anche Il New York Times che pubblica “Innovation” , un documento
riguardante l’innovazione appunto, che spiega la strategia digitale che il quotidiano intende adottare. Tra i punti principali evidenziati:

La morte della homepage. L’attenzione data alla homepage va ridimensionata: è visitata infatti solo da un terzo dei lettori del New York Times. Ruolo cruciale, invece, lo assumono i social network, come ad esempio Facebook e Twitter, che riescono a canalizzare con forza l’attenzione degli utenti. Per questo motivo tutti i giornalisti dovrebbero essere coinvolti nella promozione di contenuti tramite i new media. L’attenzione alla homepage resterebbe un’eredità del vecchio giornalismo, ormai surclassato dalla tecnologia;

Ancora promozione e condivisione. Il New York Times dovrebbe promuovere gli articoli pubblicati (come ad esempio fa Reuters, che ha predisposto due persone a rilanciare il contenuto degli articoli, non sufficientemente condivisi sui social network).

Dal rapporto del quotidiano risulta quindi essenziale il ruolo dei social media nella condivisone e diffusione dell’informazione. E’ necessario pertanto che i giornalisti si adattino ai cambiamenti del web e alle nuove esigenze dei lettori. Certo, i principali incassi del giornale arrivano ancora dal cartaceo, ma questo, si legge, è un elemento destinato ad erodersi.

 

La tesi completa

L’intervista a Barbacetto

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