I ragazzi del fare

La notizia: Lorenzo Parrelli morto all’ultimo giorno di alternanza-scuola lavoro.

Il commento più ricorrente: Lorenzo doveva essere tra i libri e non al lavoro.

 

Ad una lettura veloce non si può che essere d’accordo, lo sdegno non è mai abbastanza di fronte a una vita che si spezza a 18 anni. Eppure questa notizia è stata vittima di  superficialità, così da limitare l’analisi che la vicenda merita. La narrazione si è spostata sulla critica alla Buona Scuola di Renzi, dando la possibilità di riportare l’attenzione alla battaglia contro  il PCTO, acronimo che indica Percorso per le Competenze Trasversali e l’Orientamento, la fu Alternanza Scuola-Lavoro.
Ma Lorenzo non frequentava un liceo, o un istituto tecnico o un professionale di stato, lui era uno di quegli allievi che dagli addetti ai lavori, sono definiti “ragazzi del fare”, era iscritto a un 4^ anno della Iefp (Istruzione e Formazione professionale).

 

Lorenzo aveva scelto di ottenere una qualifica professionale nel settore metalmeccanico e poi successivamente di accrescere le competenze con il  Diploma Professionale, il 4^ appunto. Lui e la sua famiglia avevano scelto l’agenzia formativa Cnos-Fap, quella fondata da Don Bosco, con l’intento di salvaguardare i ragazzini dei quartieri poveri della Torino ottocentesca. Una idea talmente visionaria che la sua istituzione è diventata nazionale ed arrivata fino a noi.  Avevano quindi scelto una delle eccellenze nel campo della

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Il discorso del presidente

Per iniziare l’anno nel migliore dei modi servivano certamente dei propositi. Ma certo non potevamo essere noi ad esprimerli. Con quale autorità e a nome di chi l’avremmo fatto? Niente di tutto questo. Ma qualcuno che, a ragione, e con pieno merito, di propositi e di intenzioni aveva il titolo e la  contezza insieme al  ruolo per esprimerle e poi renderle note c’era.   E per questo ci siamo permessi di farle nostre e Ve le proponiamo qui di seguito. Si tratta del neo presidente dei giornalisti italiani, secondo l’attuale ordinamento giuridico del nostro paese: Carlo Bartoli. Alla sua prima uscita pubblica –  e che uscita aggiungiamo noi – Bartoli affiancando il Presidente del Consiglio nel tradizionale appuntamento degli auguri e saluti di fine anno alla stampa ha preso la parola e ha dichiarato quanto segue:

 

 

     “Ill.mo Sig. Presidente,

     La ringrazio per aver voluto partecipare a questo tradizionale appuntamento organizzato dall’Ordine dei Giornalisti in collaborazione con l’Associazione Stampa Parlamentare e formulo a lei, alle donne e agli uomini del suo staff, alle personalità presenti, ai colleghi e a chi ci sta seguendo da casa i migliori auguri di Buon Natale e per un Felice Anno Nuovo.

     Ci troviamo ancora una volta nel pieno di una pandemia che ha travolto il mondo e proprio nel fuoco della pandemia è emerso il valore e l’importanza

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Auspici ed aruspici

Ovvero:  come termini simili possano essere declinati e soprattutto usati in modo diverso nel corso del tempo e dalle persone,  e alla fine diventare quasi opposti nel significato,  sebbene nati uguali o molto simili. Un auspicio è termine buono, d’uso comune e nel lessico di chiunque. Aruspice è termine arcano, desueto, e usato – le rare volte che viene proposto – per indicare miti e leggende, il più delle volte oscuri e in voga fra creduloni, complottisti e “generici” poveri di spirito. Eppure in origine tali termini erano gemelli, uguali alla sorgente, o molto, molto simili, come detto nell’attacco del pezzo qui presente. Si scherza, oramai dovreste saperlo, cercando di trovare un senso a cose, persone e azioni, viene più facile, ridere o sorriderci sopra, che produrre litri, chili e chilometri di dichiarazioni di “saggia” indignazione. L’anno che abbiamo appena inaugurato ci porta segnali davvero strani e contrastanti come i due termini che abbiamo brevemente preso in esame nel titolo.

 

 

Segnali di energie costose e tremendamente tassate, senza un apparente motivo sincero e soprattutto corretto. Segnali di altre energie, quelle nucleari per interderci, divenute improvvisamente “verdi” e “pulite”, in un modo così repentino e ingiustificato, che neanche il miracolo del sangue di San Gennaro può riuscire a giustificare. Segnali di chiusure pesanti, sospensione dei diritti personali, allontanamento forzato ma “voluto ,

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Dossier

Il discorso del presidente

Per iniziare l’anno nel migliore dei modi servivano certamente dei propositi. Ma certo non potevamo essere noi ad esprimerli. Con quale autorità e a nome di chi l’avremmo fatto? Niente di tutto questo. Ma qualcuno che, a ragione, e con pieno merito, di propositi e di intenzioni aveva il titolo e la  contezza insieme al  ruolo per esprimerle e poi renderle note c’era.   E per questo ci siamo permessi di farle nostre e Ve le proponiamo qui di seguito. Si tratta del neo presidente dei giornalisti italiani, secondo l’attuale ordinamento giuridico del nostro paese: Carlo Bartoli. Alla sua prima uscita pubblica –  e che uscita aggiungiamo noi – Bartoli affiancando il Presidente del Consiglio nel tradizionale appuntamento degli auguri e saluti di fine anno alla stampa ha preso la parola e ha dichiarato quanto segue:

 

 

     “Ill.mo Sig. Presidente,

     La ringrazio per aver voluto partecipare a questo tradizionale appuntamento organizzato dall’Ordine dei Giornalisti in collaborazione con l’Associazione Stampa Parlamentare e formulo a lei, alle donne e agli uomini del suo staff, alle personalità presenti, ai colleghi e a chi ci sta seguendo da casa i migliori auguri di Buon Natale e per un Felice Anno Nuovo.

     Ci troviamo ancora una volta nel pieno di una pandemia che ha travolto il mondo e proprio nel fuoco della pandemia è emerso il valore e l’importanza

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Utopia oppure la strada per

Parafrasando un capolavoro del rock degli anni ’70 che si chiamava proprio “Road to utopia” di Todd Rundgren, proviamo a proseguire nella nostra ricerca sulle parole più o meno usate nei “discorsi” dei contemporanei, e sul loro senso odierno e moderno, iniziata la scorsa settimana. Certamente utopia e’ oggi un termine piuttosto raro, desueto, quasi del tutto scomparso dai nostri scritti e dal nostro eloquio. Un tema ricorrente anni fa, e molto presente in documenti, articoli e libri, sin dall’antichità. La ricerca dell’Arcadia, luogo utopico e perfetto, ha riempito tomi su tomi e  rappresenta molto bene il concetto da cui traiamo ispirazione oggi. Fra le numerosissime opere letterarie che la raccontano al meglio, citiamo, una su tutte, il capolavoro di Marquez: “Cent’anni di solitudine”, dove il luogo utopico si chiama Macondo e dove a chiamarsi Arcadia – Arcady –  è il protagonista  del romanzo,  che di cognome fa Buendia. Di racconto in racconto, di rappresentazione in rappresentazione, negli ultimi decenni, il termine,  e soprattutto la tensione sociale che ci spingeva – da sempre –   a metterci alla ricerca delle “nostre utopie”, sono sparite dalle nostre priorità, risucchiate da tecnicismi e neologismi che hanno invece nel frattempo “inzeppato”, e  infarcito all’inverosimile la nostra lingua parlata e scritta. E non solo la nostra. Ma soprattutto il nostro agire. I nostri

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Giornalismo dei blog – una rilettura dal 2006

Per la serie anche qui cerchiamo di riposarci un pochino d’estate, ecco a Voi: tre articoli tre, ripescati dal nostro archivio e riproposti. Non si tratta solo di una doverosa sosta per  permetterci di ricaricare le pile, ma anche di tre vere chicche rispolverate dai nostri scaffali elettronici, e ancora parecchio attuali per non dire, quasi “moderne”.  A partire da oggi e per le prossime settimane,  ri-pubblicheremo, dunque, tre “nostri” vecchi articoli, dedicati ad argomenti ancora molto presenti nelle cronache del quotidiano.  Iniziamo con un pezzo del 2006. Un’analisi, all’epoca d’avanguardia, su un fenomeno che aveva letteralmente invaso il mondo del giornalismo – proprio in quei momenti – e che si stava espandendo a macchia d’olio con una forza e una potenza davvero impressionante. I blog. Il fenomeno dei diari online – weblog, come erano stati definiti alla loro prima apparizione – in pochissimo tempo si era affacciato sul panorama dell’informazione mondiale,  e già quindici anni fa, come leggeremo di seguito, aveva letteralmente rivoluzionato il rapporto fra giornalismo e lettori. In particolare,  i blog d’opinione, molto potenti sul fronte della politica, arrivavano o stavano arrivando in America,  e poi nel resto del mondo,  grazie all’attività di Arianna Huffington – citata nell’articolo  che segue, a più riprese – e la sua “invenzione” editoriale, una creatura potente che rispondeva al nome di

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La transizione digitale (seconda parte)

Seconda e conclusiva parte del nostro post dedicato all’esame dei contenuti di un panel dedicato alla “transizione digitale” e realizzato all’ultimo festival dell’economia di Trento. Ringraziando per l’ottimo lavoro di sbobinatura dei contenuti del panel  Marco Dal Pozzo, il nostro contributor, amico e ing. delle tlc grande appassionato di politica e giornalismo; affrontiamo i rimanenti temi discussi durante l’incontro dagli illustri relatori, che come forse ricorderete, erano il Ministro Vincenzo Colao, la giornalista Giovanna Pancheri e  il professore di economia della Bocconi Michele Polo.  La prima parte del post si concludeva evocando il Pnrr e i fondi dedicati alla digitalizzazione dei servizi del Paese. Argomenti molto centrati sulle attività di gestione della Pubblica Amministrazione. Ma la questione della cultura del controllo è ciò che blocca, a nostro avviso,  anche molte aziende private che non sono PA e che, per esempio, spingono i responsabili d’impresa a non cedere sugli aspetti del lavoro agile o su altri versanti. In altri termini, la questione centrale, per come la vediamo qui a bottega, continua ad essere più culturale che tecnologica. E non si potrà risolvere solo a colpi di milioni o miliardi di euro,  investendo in tecnologie all’avanguardia, e nemmeno assegnando  appalti miliardari alle OTT o loro derivati (per citare Lillo & Greg).

 

 

 

 

Giovanna Pancheri, Corrispondente USA di Sky TG 24

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E la luna l’è una lampadina *

Contro il logorio dall’arricchimento smodato, astro-magnati unitevi!  Per dare una nuova scossa tecnologica al pianeta Terra sembra ci voglia una nuova corsa verso lo spazio. Fioccano, così,  missioni miliardarie e viaggi luculliani su astronavi private sparate fuori dall’atmosfera terrestre. Anche se più che missioni spaziali interplanetarie sembrano più una serie di passeggiatine digestive,  e più che un nuovo avanzamento tecnologico per l’Umanità sembrano più un gioco di società per pochi selezionatissimi soggetti. I quali,  non ci regalano congegni super-tecnologici,  e nemmeno ci portano verso mete sconosciute e nuove eccezionali scoperte,  bensì  riempiono,  per l’ennesima volta,  d’oro e diamanti – anche i bitcoin sono graditi – tasche e caveau.  Parliamo dunque di questa nuova corsa verso il cosmo intrapresa dal genere umano, anzi, facciamocela raccontare da un gradito ospite d’onore che abbiamo il piacere di tornare ad avere sulle nostre colonne. Si tratta dello scrittore, giornalista e comunicatore Nicola Zamperini, che  ci ha appena concesso di poter pubblicare in forma integrale sul questo sito un suo recente articolo uscito sul  blog Disobbedienze; un pezzo dedicato appunto ai voli spaziali per miliardari solisti, intitolato: “Lo spazio neo-feudale”. MetteteVi comodi dunque,  e godeteVi assieme a Noi il vibrante e denso contributo del nostro caro amico e collega, che fotografa in maniera perfetta, a nostro avviso, lo stato delle cose, e buona lettura

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E’ morto Pino Rea

È morto nella serata di lunedì 6 luglio in ospedale a Firenze dove era ricoverato, Giuseppe Rea, conosciuto come Pino fondatore e presidente onorario di LSDI – Libertà di stampa diritto all’informazione.

 

Pino Rea era nato il 16 maggio 1944 a Grottaglie (Taranto), ma era napoletano di origine. Laureato in filosofia ha lasciato nel 1975 l’insegnamento per dedicarsi al giornalismo. Aveva vissuto a Firenze la sua carriera giornalistica a partire dal  Nuovo poi a Repubblica, Paese Sera, il Tirreno, il Giorno, per approdare poi alla redazione fiorentina dell’Ansa dal febbraio 1982 fino al 2005.

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Storia di noi

Era il 9 aprile del 2004, e senza squilli di trombe e neanche parate con majorettes, nasceva questo blog. All’epoca, come vedremo fra qualche riga, i blog stessi avevano ancora una lunga strada in salita da percorrere. E tutto era parecchio confuso e sfocato. Un pò come l’anno dopo e quello ancora successivo. Un pò come succede ancora adesso. Dopo 16 anni. La questione del “giornalismo”, complicata dalla rivoluzione digitale e dalla morte e avvenuta sepoltura,  del vecchio modello di business dei “giornali”, è ancora attualissima. O forse, solo molto, ma molto vecchia e superata. Chi può dirlo? Quello che vorremmo provare a fare, nelle prossime settimane, è recuperare alcune notizie, o meglio alcuni filoni di notizie, pubblicate da noi medesimi nel corso di questi 16 “onorati” anni di attività, per capire a che punto siamo, o meglio, dove eravamo rimasti… prima che tutto finisse –  o finirà – in un grande boato, e forse anche in muto svanire, chissa? Scherziamo, lo sapete, ma quello che abbiamo trovato rimestando nel nostro archivio, ci ha dato già numerosi spunti su cui riflettere, assieme. Il primo pezzo edito su queste colonne –  il 9 aprile appunto del 2004 – si intitolava “Immagini senza tempo”, ed era costituito dalla sintetica riflessione di un fotografo: Marco Capovilla, sull’uso e l’abuso delle fotografie. Ma attenzione,

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#digitOnTour 20-21-22 gennaio Bologna, Milano e Torino

Alla via così, “in direzione ostinata e contraria”, torna digit, il nostro festival nazionale su informazione e comunicazione dentro la nostra epoca digitale, declinato in  molteplici forme e diverse varietà. Con l’anno a cifra doppia, o meglio “il bisestile ripetuto“,  come qualcun altro l’ha definito, tagliamo il tagliando numero nove per digit, e quello numero 16 per lsdi (in quanto anni di esistenza in vita),  e vorremmo proporre qui e in giro per l’Italia, attraverso i nostri studi e i contenuti dal vivo, una nuova modalità di fruizione delle nostre specifiche ricerche sul mondo che viviamo.  Un mondo in transizione: da analogico a digitale. Un mondo in trasformazione, un mondo in perenne crisi (quelle c’erano anche prima, a dire il vero); dove però è l’identità culturale di ciascuno di noi ad essere in particolare crisi. Abbiamo imparato ad essere individui, poi ci hanno convinto dell’esistenza delle masse e della cultura di massa, ed ora torniamo ad essere nuovamente individui. Singoli diamanti, magari “grezzi”, per dirla come dentro ad una favola moderna, ma ancora e sempre di più, parti uniche di un sistema composito, multiplo, stratificato, in una parola: complesso. Peccato che poi questa nostra bellissima e ritrovata unicità, finisca dentro alle “macchine algoritmiche” che la rimettono fortemente in discussione, e forse, l’annullano per l’ennesima volta, in

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