Sostenibilità sociale e opportunità dentro alla trasformazione digitale

Direttamente dal Festival dell’economia di Trento edizione 2021, proviamo ad estrarre contenuti e riflessioni grazie al lavoro certosino del nostro associato, amico e collaboratore solerte: Marco Dal Pozzo, ingegnere delle tlc grande appassionato di giornalismo, società e politica. In questo post, partendo dalla “sbobinatura essenziale” dagli interventi di Robert Johnson – economista e presidente di Inet  e Michael Spence – premio nobel per l’economia nel 2001,  del panel del festival intitolato: “Trasformazione digitale, opportunità e sostenibilità sociale” svoltosi domenica 6 giugno, proviamo ad esplorare questo argomento, a modo nostro, sottolineando i passaggi più importanti del dialogo a distanza, ed evidenziando le questioni più spinose e cruciali, aggiungendo alcune nostre specifiche riflessioni. In calce al post troverete il video integrale dell’incontro. Grazie per l’attenzione e buona lettura ;)

 

 

 

Domanda – Robert Johnson, presidente INET.

In ambito tecnologico Spence ha lavorato con lo Luohan Academy ( https://www.luohanacademy.com/about/committee/Michael_Spence) che ha pubblicato un rapporto su questioni mediche, big data, etc; nel quale gli scienziati  hanno provato a rispondere a tre principali quesiti:

come possiamo proteggere adeguatamente la privacy personale nell’era dei big data?
Come comprendere la proprietà e la distribuzione dei benefici e dei rischi che derivano dall’uso dei dati?
L’uso dei big data porterà a una situazione di mercati “winner-take-all” che minano la concorrenza a scapito dei consumatori e della società?

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Il 5G nel PNRR – una ricognizione e qualche considerazione

La pandemia di Covid-19 ha colpito l’economia italiana più di altri Paesi europei. Nel 2020, il prodotto interno lordo si è ridotto dell’8,9 per cento, a fronte di un calo nell’Unione Europea del 6,2. L’Italia è stata colpita prima e più duramente dalla crisi sanitaria. Le prime chiusure locali sono state disposte a febbraio 2020, e a marzo l’Italia è stata il primo Paese dell’UE a dover imporre un lockdown generalizzato. Ad oggi risultano registrati quasi 120.000 decessi dovuti al Covid-19, che rendono l’Italia il Paese che ha subito la maggior perdita di vite nell’UE.

 

 

 

Questo è il brano d’esordio della premessa di Mario Draghi al PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, lo strumento con cui si avvia un piano di investimenti di impressionanti dimensioni, per far fronte alla crisi sociale ed economica (almeno queste sono le intenzioni degli estensori del piano, noto anche come Recovery Plan). Usiamo, ancora, le parole del Presidente del Consiglio per spiegare il contesto.

 

 

 

L’Unione Europea ha risposto alla crisi pandemica con il Next Generation EU (NGEU). È un programma di portata e ambizione inedite, che prevede investimenti e riforme per accelerare la transizione ecologica e digitale; migliorare la formazione delle lavoratrici e dei lavoratori; e conseguire una maggiore equità di genere, territoriale e generazionale.

 

Per l’Italia il NGEU rappresenta un’opportunità imperdibile di sviluppo, investimenti

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Il futuro presente passato

Partendo dal nostro  “solito” titolo “creativo”,  proviamo oggi a ragionare di tempo e di rete e di contenuti “immanenti” e “permanenti” nel nostro “immanente e permanente” presente/passato/futuro digitale. Prendiamo a prestito,  per introdurre, meglio,  le nostre riflessioni,  un recente post di Dan Gilmour, illustre e informato professore di giornalismo e media literacy, nonchè giornalista e blogger lui medesimo, nonchè studioso ed esperto di media digitali (da epoche e tempi non sospetti),  teorizzatore fra l’altro –  e fra i primi al mondo – dell’importanza strategica del “giornalismo dal basso”, detto anche “partecipativo”, detto anche “citizen journalism”, per comprendere la rivoluzione digitale, oggi diventata per scelta “governativa”, in Italia: traslazione digitale, vedi cospicui fondi minesteriali acclusi, e vedi pure nascita e crescita di ministero competente (???), creato alla bisogna. Battute a parte, il professor Gilmour in un post sul suo blog ragiona – provando ad aggiornare un suo libro del lontano 2009 – sull’immanenza e sulla permanenza dei testi o, ancora meglio, dei nostri comportamenti – in generale – scritti, fotografati, ripresi e pure “memerizzati”, ammesso che il termine usato da noi  sia possibile e sopratutto sia comprensibile – speriamo. Panta rei dicevano gli antichi, ma questo non è più vero nel nostro mondo digitale. Non è più vero nel nostro mondo online che “tutto scorre”, passa e va. Tutto scorre

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Dossier

E’ morto Pino Rea

È morto nella serata di lunedì 6 luglio in ospedale a Firenze dove era ricoverato, Giuseppe Rea, conosciuto come Pino fondatore e presidente onorario di LSDI – Libertà di stampa diritto all’informazione.

 

Pino Rea era nato il 16 maggio 1944 a Grottaglie (Taranto), ma era napoletano di origine. Laureato in filosofia ha lasciato nel 1975 l’insegnamento per dedicarsi al giornalismo. Aveva vissuto a Firenze la sua carriera giornalistica a partire dal  Nuovo poi a Repubblica, Paese Sera, il Tirreno, il Giorno, per approdare poi alla redazione fiorentina dell’Ansa dal febbraio 1982 fino al 2005.

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Storia di noi

Era il 9 aprile del 2004, e senza squilli di trombe e neanche parate con majorettes, nasceva questo blog. All’epoca, come vedremo fra qualche riga, i blog stessi avevano ancora una lunga strada in salita da percorrere. E tutto era parecchio confuso e sfocato. Un pò come l’anno dopo e quello ancora successivo. Un pò come succede ancora adesso. Dopo 16 anni. La questione del “giornalismo”, complicata dalla rivoluzione digitale e dalla morte e avvenuta sepoltura,  del vecchio modello di business dei “giornali”, è ancora attualissima. O forse, solo molto, ma molto vecchia e superata. Chi può dirlo? Quello che vorremmo provare a fare, nelle prossime settimane, è recuperare alcune notizie, o meglio alcuni filoni di notizie, pubblicate da noi medesimi nel corso di questi 16 “onorati” anni di attività, per capire a che punto siamo, o meglio, dove eravamo rimasti… prima che tutto finisse –  o finirà – in un grande boato, e forse anche in muto svanire, chissa? Scherziamo, lo sapete, ma quello che abbiamo trovato rimestando nel nostro archivio, ci ha dato già numerosi spunti su cui riflettere, assieme. Il primo pezzo edito su queste colonne –  il 9 aprile appunto del 2004 – si intitolava “Immagini senza tempo”, ed era costituito dalla sintetica riflessione di un fotografo: Marco Capovilla, sull’uso e l’abuso delle fotografie. Ma attenzione,

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#digitOnTour 20-21-22 gennaio Bologna, Milano e Torino

Alla via così, “in direzione ostinata e contraria”, torna digit, il nostro festival nazionale su informazione e comunicazione dentro la nostra epoca digitale, declinato in  molteplici forme e diverse varietà. Con l’anno a cifra doppia, o meglio “il bisestile ripetuto“,  come qualcun altro l’ha definito, tagliamo il tagliando numero nove per digit, e quello numero 16 per lsdi (in quanto anni di esistenza in vita),  e vorremmo proporre qui e in giro per l’Italia, attraverso i nostri studi e i contenuti dal vivo, una nuova modalità di fruizione delle nostre specifiche ricerche sul mondo che viviamo.  Un mondo in transizione: da analogico a digitale. Un mondo in trasformazione, un mondo in perenne crisi (quelle c’erano anche prima, a dire il vero); dove però è l’identità culturale di ciascuno di noi ad essere in particolare crisi. Abbiamo imparato ad essere individui, poi ci hanno convinto dell’esistenza delle masse e della cultura di massa, ed ora torniamo ad essere nuovamente individui. Singoli diamanti, magari “grezzi”, per dirla come dentro ad una favola moderna, ma ancora e sempre di più, parti uniche di un sistema composito, multiplo, stratificato, in una parola: complesso. Peccato che poi questa nostra bellissima e ritrovata unicità, finisca dentro alle “macchine algoritmiche” che la rimettono fortemente in discussione, e forse, l’annullano per l’ennesima volta, in

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Agricoli o digitali, sempre braccianti siamo

Questa è la Rotonda di Melito di Napoli. Quando Aboubakar Soumahoro giunse in Italia gli amici con cui divideva la casa gli spiegarono che per andare a lavorare era necessario svegliarsi alle cinque del mattino per raggiungere la rotonda di Melito, a piedi o in bicicletta, e poi aspettare che passasse qualcuno “in cerca di braccia”. Guardando questa immagine ho visto Aboubakar arrivare in bicicletta a quella rotonda, contento della prima giornata di lavoro e impaurito delle macchine che gli sfrecciavano vicino lungo la Circumvallazione Esterna di Napoli. Ho pensato a quante volte abbia fatto quel tragitto e quante altre persone lo abbiano fatto con lui.

 

Quella raccontata da Aboubakar Soumahoro in questo libro, “Umanità in Rivolta”, è anche la storia di quelli che non sono riusciti ad arrivare in Italia e di quelli che, una volta arrivati, sono morti ammazzati dal lavoro. Lavoratrici e lavoratori che hanno perso la vita nello svolgere le loro attività o nelle battaglie per difendere compagni che hanno perso il lavoro o per la conquista di diritti.

 

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–> 25 Dicembre 1996: muoiono 283 persone a Portopalo di Capo Passero.

–> 3 Ottobre 2013: 366 morti a poche miglia da Lampedusa.

–> Nel 2018 in totale sono morte 2000 persone.

–> Nel solo mese di Gennaio 2019 ci sono state 170 vittime di

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Ebbw Vale siamo noi

Potessimo candidare qualcuno al Pulitzer non avremmo dubbi: Maurizio Crozza. Avevamo già manifestato una certa simpatia professionale per  il comico più celebre d’Italia, in altre occasioni, ma quando il 26 aprile  ha aperto il suo show “Fratelli di Crozza” parlando di Carole Cadwalladr e del suo reportage da Ebbw Vale, ridente località nelle valli del Galles meridionale, siamo letteralmente cascati dalla seggiola. Per noi, che ci occupiamo di questi temi fino allo sfinimento,  il video del Ted X della collega dell’Observer era un must da tempo. Vedere Crozza raccontare con spassosa dovizia di particolari e satirico aplomb  i passaggi dell’intervento della giornalista inglese  sul palco della manifestazione dedicati  a Cambridge Analytica e Facebook – gli stessi passaggi  che hanno portato alla radiazione  della Cadwalladr dal social di Menlo park – ci ha lasciato estasiati. Da alcuni giorni meditavamo su come poter parlare del lavoro della giornalista inglese anche sulle nostre colonne. Poi è arrivato il comico genovese, e il gioco è stato semplice. Grazie a Crozza e alla sua indomita squadra di autori, la questione Ebbw Vale è diventata manifesta, e in molti – se non in tutti – i telespettatori,  a nostro avviso, il dubbio su cosa sia realmente successo durante il referendum britannico sulla Brexit  dovrebbe essere scattato.  Il resoconto della esibizione pubblica della Cadwalladr

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Notre Dame brucia e io non ho niente da mettermi

Perdonate il titolo forse un tantino irriverente, ma in realtà è frutto di una serie di citazioni non ultima quella che ci segnala il nostro associato e amico Andrea Fama e che inserisce  fra gli altri anche Woody Allen fra gli ispiratori del nostro titolo :

 

 

“l’eterno nulla va perfettamente bene se sei disponibile ad affrontarlo con l’animo adatto”.

 

 

Quale sia il nulla o meglio l’ovvio che proviamo ad affrontare nel nostro ragionamento ce lo ha suggerito un post su facebook del data scientist Luca Corsato in cui si leggeva fra le altre cose questo specifico passaggio : ” c’è sempre e solo la ricerca frenetica dell’emozione e non dell’informazione. Non riesco più a reggere questo, e propendo sempre più per l’isolamento “.

 

 

A parte la chiusa personale, desolata e desolante di Corsato, l’attacco del post ci porta dritti dritti al tema di questa nostra riflessione che ci piacerebbe  essere riusciti a sintetizzare nel fantasioso titolo di cui sopra. Il tema è il giornalismo, tanto per cambiare, e la reazione più o meno scomposta dei media mainstream all’ennesimo grave fatto di cronaca. Nello specifico l’incendio alla cattedrale parigina di Notre Dame. Perchè definiamo “reazione scomposta” dei media, i racconti, che tutti, più o meno, i media mainstream hanno realizzato durante l’incendio della cattedrale francese. Beh non serve certo consultare gli esperti

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Cosa fare se a Christchurch va in onda un massacro

Ci si interroga spesso, sul perché della crisi del giornalismo negli anni della rivoluzione digitale e su quale debba essere o sia diventato  il ruolo della professione giornalistica in questi anni di cambiamento rapido e inarrestabile. Poi accadono episodi come quello della strage nelle moschee della Nuova Zelanda e tutti i buoni propositi vengono meno in un istante e qualunque riflessione saggia e lungimirante sul ruolo del giornalismo dentro alla nostra società liquida e in perenne mutamento vengono meno. Approfittiamo di un ottimo lavoro realizzato dal nostro collega e associato Angelo Cimarosti, fondatore fra le altre cose di un soggetto chiamato You Reporter, – uno strumento che ha definito in modo chiaro e preciso l’esistenza e il ruolo del citizen journalism anche in Italia – per accostarci con molta umiltà al problema del giornalismo dal basso, in questo caso, la narrazione in prima persona del fatto da parte del suo stesso autore; per provare a capire cosa sia successo mentre  il massacro delle moschee veniva trasmesso in diretta online,  dentro al mondo dei mass media e  dentro il mondo in cui oramai tutti siamo immersi costantemente, il mondo digitale.

 

Il fatto lo conoscete e non staremo qui a ripercorrerlo, l’impronta mediatica forte a corollario di quel fatto è però ugualmente importante e quella sì che la vorremmo

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#digit19 PIN Polo Universitario di Prato 14 e 15 marzo

Si chiama “In attesa di diventare dei” la nuova edizione del nostro piccolo festival dedicato al giornalismo e alla comunicazione digitale (ammesso che questa sottolineatura abbia ancora senso) e che si svolgerà – per la seconda volta da quando abbiamo spostato la nostra sede operativa da Firenze a Prato – dentro al Polo Universitario della città del tessile: il PIN. L’edizione numero 8 della manifestazione fondata da Pino Rea, Paolo Ciampi, Vittorio Pasteris  e Marco Renzi nel lontano 2011, nella sua prima declinazione del 2019  partendo dalle riflessioni di Noah Yuval Harari proverà ad affrontare alcuni dei temi più “caldi” in discussione nel comparto editorial-giornalistico, almeno secondo il nostro del tutto opinabile parere.  In particolare ci occuperemo di: 5g, algoritmi, gig economy, lavoro, intelligenza artificiale, machine learning, modelli di narrazione e di business, contratti, hate speech, disobbedienza digitale, libertà di stampa, diritto all’oblio, archivi e gestione dei dati. Un condensato e nello stesso tempo uno spaccato per cercare di fare il punto aggiungendo conoscenza al e  nel mondo del giornalismo e della comunicazione. Nostri partner nell’iniziativa saranno come sempre il Comune di Prato e l’Ordine dei giornalisti della Toscana, da questo punto in poi meglio definito e definibile come Fondazione dell’ordine dei giornalisti della Toscana. Assieme a loro troveremo  i colleghi di Varese News

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