Washington Post: cresce l’ integrazione fra redattori e ingegneri – In quattro anni gli sviluppatori in redazione passati da 4 a 47

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In meno di quattro anni sono più che decuplicati gli sviluppatori che lavorano per la redazione del Washington Post, passando da 4 a 47. E ora, ‘’nel giro di qualche settimana saranno tutti fisicamente integrati in seno alla redazione’’, ha spiegato il direttore giornalistico del quotidiano, Marty Baron, parlando ad Austin (Texas). Lo riporta Meta-media.fr, spiegando che ‘’un forte impulso alla loro crescita è venuto nell’ autunno del 2014, con l’ arrivo al giornale di Jeff Bezos, che ha dato la priorità alla ‘’cooperazione fra redattori e ingegneri’’.

 

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FOIA, le storie più curiose raccolte da Poynter. E qualche caso italiano

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In occasione della Sunshine Week (una settimana di iniziative dedicate alla trasparenza e all’open government – ce ne siamo occupati anche qui), il Poynter Institute ha raccolto le esperienze più curiose di alcuni giornalisti, maturate dalle loro richieste di accesso sulla base del Freedom of Information Act – FOIA.

 

Ne scaturisce una breve casistica, insieme a qualche consiglio di massima.

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Torna digit anche se solo in “anteprima”: vi aspettiamo!

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Venerdì 27 marzo 2015 anteprima #digit15 alla Camera di Commercio di Prato. L’incontro previsto per le 10 della mattina è stato convocato dagli organizzatori della manifestazione (che poi come forse saprete siamo noi di Lsdi)  per parlare del programma della prossima edizione del  festival del giornalismo digitale.

A margine dell’incontro, per scaldare i motori in vista del prossimo settembre,  si svolgerà  il primo workshop della nuova edizione della manifestazione. Proveremo a  ragionare di “influencer e giornalismo” assieme al giornalista e comunicatore  Daniele Chieffi autore di alcuni libri sui temi della comunicazione e dell’informazione digitale in cui teorizza in modo molto preciso chi  sono e come agiscono gli “influencers” e direttore della nuova collana editoria di Franco Angeli “Neo” per la quale l’altro ospite di digit15 del 27 marzo prossimo:  Piero Tagliapietra ha recentemente scritto  il libro : <<  Leader digitali. Dall’analisi dell’influenza online all’influencer management >>.

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Autorità, web, diritti e Google

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Un pò di numeri e considerazioni del ns. Andrea Fama dall’ultimo rapporto semestrale di Google sulla trasparenza. Sono state in tutto 313.698 le richieste da parte dei governi e dei tribunali di tutto il mondo relative alla consegna dei dati di 48.615 utenti.

 

Fra i paesi con il più alto tasso di istanze di richiesta dati con esito positivo ci sono gli Stati Uniti e l’Inghilterra rispettivamente con l’84 per cento su 12.539 richieste e il 72 per cento su 11.535. Maglia nera la Turchia con nessuna richiesta accettata sulle 224 depositate. Nel rapporto di Google una voce molto importante spetta alle richieste di oblio , ovvero la cancellazione da parte del motore di ricerca di contenuti diffamanti, illegali o che mettono a rischio la sicurezza. E’ la diffamazione il motivo principale dele richieste di cancellazione dei dati inviate da privati e governi al motore di ricerca, il 38 per cento del totale. La paura dell’escalation del  terrorismo dopo la strage di Charlie Hebdo ha portato anche online ad un  ampliamento dei poteri di ingerenza e indagine in Rete, sia in termini di accesso alle informazioni degli utenti, sia di rimozione e inibizione di contenuti da parte dei Governi del pianeta.

Il post integrale del “nostro” Andrea Fama è stato pubblicato oggi sull’Espresso online e lo

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Filter Bubble – Il filtro

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Inizia con questo dossier la collaborazione con l’ing. Marco Dal Pozzo autore di “1news2cents la qualità costa! un modello sociale per l’editoria (online)”  appassionato di giornalismo e informazione. Dal Pozzo recensisce il testo di Eli Parisier, pubblicato in Italia da Il Saggiatore.

 

 

“La democrazia richiede che i cittadini vedano le cose dal punto di vista gli uni degli altri, e invece siamo sempre più chiusi, ognuno nella propria bolla. La democrazia richiede proprio la conoscenza comune dei fatti, e invece vengono offerti universi paralleli.” Così attacca Eli Pariser nel suo The Filter Bubble, il Filtro nella traduzione in italiano.

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Storify: Siamo tutti “Charlie Hebdo”?

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Storify è un strumento di narrazione. Un software che permette di ricostruire una storia prendendo spunto da tutto o quasi quello che è possibile reperire sul web, creando un nuovo prodotto di informazione. Storify è un software online gratuito che può essere utilizzato da qualsiasi utente, per un giornalista può diventare di fondamentale importanza nei lavori di curation: quando si intende ripercorrere le vicende di un fatto appena avvenuto o in corso di realizzazione – ricostruendo gli avvenimenti o semplicemente raccontandoli attraverso i post pubblicati dagli utenti sui social: tweet, facebook, flickr, pinterest, instagram etc.etc. Oppure quando si vuole ricostruire un evento passato da tempo, per vedere come era stato trattato.

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Giornalismo etico live e slow news

storify: Spending Review il dossier Cottarelli sparito e la richiesta di un FOIA #TwtForFoia

de Bortoli: “l’informazione non e’ un sushi”

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Estratti dall’ incontro-lezione di Ferruccio de Bortoli  il 24 febbraio scorso nella “Sala delle edicole” dell’Università di Padova a conclusione del corso di “Linguaggio giornalistico” dell’anno accademico 2014-2015 di Raffaele Fiengo. Le riflessioni virgolettate sono del direttore del Corriere della Sera Ferrucio de Bortoli. Il tema dibattuto : “Lo stato del giornalismo”. Assieme a de Bortoli e Fiengo nel video anche Vincenzo Milanesi, direttore del dipartimento di filosofia, sociologia, pedagogia e psicologia applicata (FISSPA).

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Worlds of Journalim Study: ricerca internazionale sul giornalismo

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In 79 paesi del mondo è in corso una ricerca comparata sui temi più importanti legati alla professione giornalistica: dall’autonomia decisionale alle continue sfide poste dalla tecnologia. La ricerca si basa su un questionario riservato ai giornalisti e disponibile a questo indirizzo.

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Il governo Usa raccoglie dati sulle comunicazioni digitali della stampa? Due giornalisti investigativi su tre ne sono convinti

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Circa due terzi dei giornalisti investigativi americani (il 64%) ritengono che il governo degli Stati Uniti abbia raccolto dei dati sulle loro telefonate, e-mail o altre comunicazione online, e otto su dieci pensano che il fatto di essere un giornalista aumenti la probabilità che i propri dati verranno raccolti. Coloro che si occupano di sicurezza nazionale, affari esteri e attività del governo federale sono particolarmente propensi a credere che il governo possegga dei dati sulle loro comunicazioni elettroniche (il 71% rispondono affermativamente).

 

Lo mette in luce un sondaggio condotto da Investigative Reporters and Editors (IRE) – un’ organizzazione senza scopo di lucro che fa capo al Pew Research Center – in collaborazione con il Columbia University’s Tow Center for Digital Journalism.

 

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