Costruire o distruggere comunità

La nostra riflessione odierna parte dalla lettura di un articolo davvero interessante di Francesco Marino che si intitola: “Conteniamo moltitudini. Il corona virus e la distruzione del concetto di comunità”.  Il giornalista, studioso di mondi digitali, ragiona sulle conseguenze dell’epidemia in termini di costruzione o distruzione del concetto di comunità e si interroga su questi temi, evocando scenari di vario tipo, alcuni dei quali estremamente suggestivi. Dal pezzo di Marino abbiamo estratto alcuni passaggi a nostro avviso particolarmente significativi chi Vi proporremo di seguito. Ovviamente Vi consigliamo,  anche e soprattutto,  la lettura integrale dell’articolo di Francesco. Noi alle sue riflessioni abbiamo provato ad aggiungere altre considerazioni forniteci da alcuni componenti della nostra community, che hanno risposto favorevolmente alla nostra richiesta di ragionare assieme sui concetti espressi da Marino nel suo pezzo. In questo caso, e differentemente da quanto facciamo di solito, proprio per non ledere l’integrità della comunità, i contributi che abbiamo raccolto e che Vi riporteremo di seguito, saranno pubblicati in forma totalmente anonima. Buona lettura e grazie dell’attenzione.

 

 

Scrive fra le altre cose Francesco Marino:

 

 

Il Corona virus è, per la mia generazione, – di trentenni –  un evento di cesura forte, un evento che potrebbe rappresentare — auspicabilmente e al netto delle conseguenze economiche — la possibilità di avere un dopoguerra, un momento dal quale ripartire e ricostruire.

 

La

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Social, giornalisti e censura

La notizia è potente, pesante, e piuttosto grave. I fatti sono semplici. Si parte da questo post pubblicato sul proprio profilo Facebook, dal giornalista italiano, Mariano Giustino, corrispondente dalla Turchia di Radio Radicale:

 

 

“#Carceri #Turchia. Questa notte grazie alla legge sull’esecuzione penale è stato rilasciato un membro della criminalità Alaattin Çakıcı, appartenente ai Lupi Grigi. La legge concede riduzione di pena per 90 mila prigionieri, ma non per giornalisti, politici d’opposizione e attivisti per i diritti umani @RadioRadicale. Questi ultimi infatti sono stati esclusi dalla recente legge che riduce la pena a 90 mila carcerati per limitare i contagi da Covid-19.”

 

 

A seguito della pubblicazione di questo pezzo su Facebook, avvenuta il 16 aprile scorso, il giornalista italiano ha ricevuto questa comunicazione dalla direzione del social di Menlo Park:

 

 

“Abbiamo ricevuto le tue informazioni. Se continuiamo a riscontrare che il tuo account non rispetta i nostri Standard della community, rimarrà disabilitato. Facciamo sempre molta attenzione alle sicurezza delle persone su Facebook, pertanto fino ad allora non puoi usare il tuo account’’.

 

 

Da allora l’account del nostro collega è stato bloccato.  A nulla sono valse le richieste di chiarimenti inviate dall’utente ai vari indirizzi di assistenza che il social stesso fornisce ai propri “abbonati” per eventi di questo tipo. A nulla è valso anche un appello inviato dal giornalista italiano direttamente al fondatore di

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Le tre T della salute

Perdonate l’intrusione, peraltro voluta e consapevole, in temi che forse non attengono propriamente al nostro mandato. Ma se avrete pazienza e “coraggio”, e arriverete in fondo a questa disquisizione, Vi accorgerete che in realtà l’argomento affrontato non è poi così lontano da quelli che discutiamo qui a bottega ogni settimana. Le tre T della salute sono: Temperatura, Tracciamento e Tamponi. Maiuscole per capirci meglio, non per manie di grandezza. Ebbene a circa una settimana – poco più o poco meno – a seconda di quando leggerete questa nostra;  dall’inizio della “fase due”,  i tre passaggi fondamentali,  attraverso i quali  – secondo gli esperti di ogni credo, religione e provenienza di tutto il mondo – dovrebbe realizzarsi l’atteso e auspicato, allentamento dei cordoni della reclusione “involontaria”, ma massiccia,  in casa; non si stanno realizzando. Nessuno sta mettendo in atto queste pratiche, così lungamente propagandate, e ampiamente pubblicizzate, a destra e pure a manca. Come mai? Cosa manca – perdonate l’orrendo gioco di parole –  per metter mano a  questa,  indubbiamente  utile e,  aggiungeremo, improcrastinabile, strategia operativa,  che ci permetterà – in assenza, per ora,  di una cura –  di ritornare a vivere una vita decente,  anche se dentro un mondo,  ancora fortemente a rischio “di contagio” da Covid19?  Ai soliti posteri la sentenza. Dal canto nostro vorremmo provare a comunicare

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Dossier

#digitOnTour 20-21-22 gennaio Bologna, Milano e Torino

Alla via così, “in direzione ostinata e contraria”, torna digit, il nostro festival nazionale su informazione e comunicazione dentro la nostra epoca digitale, declinato in  molteplici forme e diverse varietà. Con l’anno a cifra doppia, o meglio “il bisestile ripetuto“,  come qualcun altro l’ha definito, tagliamo il tagliando numero nove per digit, e quello numero 16 per lsdi (in quanto anni di esistenza in vita),  e vorremmo proporre qui e in giro per l’Italia, attraverso i nostri studi e i contenuti dal vivo, una nuova modalità di fruizione delle nostre specifiche ricerche sul mondo che viviamo.  Un mondo in transizione: da analogico a digitale. Un mondo in trasformazione, un mondo in perenne crisi (quelle c’erano anche prima, a dire il vero); dove però è l’identità culturale di ciascuno di noi ad essere in particolare crisi. Abbiamo imparato ad essere individui, poi ci hanno convinto dell’esistenza delle masse e della cultura di massa, ed ora torniamo ad essere nuovamente individui. Singoli diamanti, magari “grezzi”, per dirla come dentro ad una favola moderna, ma ancora e sempre di più, parti uniche di un sistema composito, multiplo, stratificato, in una parola: complesso. Peccato che poi questa nostra bellissima e ritrovata unicità, finisca dentro alle “macchine algoritmiche” che la rimettono fortemente in discussione, e forse, l’annullano per l’ennesima volta, in

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Agricoli o digitali, sempre braccianti siamo

Questa è la Rotonda di Melito di Napoli. Quando Aboubakar Soumahoro giunse in Italia gli amici con cui divideva la casa gli spiegarono che per andare a lavorare era necessario svegliarsi alle cinque del mattino per raggiungere la rotonda di Melito, a piedi o in bicicletta, e poi aspettare che passasse qualcuno “in cerca di braccia”. Guardando questa immagine ho visto Aboubakar arrivare in bicicletta a quella rotonda, contento della prima giornata di lavoro e impaurito delle macchine che gli sfrecciavano vicino lungo la Circumvallazione Esterna di Napoli. Ho pensato a quante volte abbia fatto quel tragitto e quante altre persone lo abbiano fatto con lui.

 

Quella raccontata da Aboubakar Soumahoro in questo libro, “Umanità in Rivolta”, è anche la storia di quelli che non sono riusciti ad arrivare in Italia e di quelli che, una volta arrivati, sono morti ammazzati dal lavoro. Lavoratrici e lavoratori che hanno perso la vita nello svolgere le loro attività o nelle battaglie per difendere compagni che hanno perso il lavoro o per la conquista di diritti.

 

***

 

–> 25 Dicembre 1996: muoiono 283 persone a Portopalo di Capo Passero.

–> 3 Ottobre 2013: 366 morti a poche miglia da Lampedusa.

–> Nel 2018 in totale sono morte 2000 persone.

–> Nel solo mese di Gennaio 2019 ci sono state 170 vittime di

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Ebbw Vale siamo noi

Potessimo candidare qualcuno al Pulitzer non avremmo dubbi: Maurizio Crozza. Avevamo già manifestato una certa simpatia professionale per  il comico più celebre d’Italia, in altre occasioni, ma quando il 26 aprile  ha aperto il suo show “Fratelli di Crozza” parlando di Carole Cadwalladr e del suo reportage da Ebbw Vale, ridente località nelle valli del Galles meridionale, siamo letteralmente cascati dalla seggiola. Per noi, che ci occupiamo di questi temi fino allo sfinimento,  il video del Ted X della collega dell’Observer era un must da tempo. Vedere Crozza raccontare con spassosa dovizia di particolari e satirico aplomb  i passaggi dell’intervento della giornalista inglese  sul palco della manifestazione dedicati  a Cambridge Analytica e Facebook – gli stessi passaggi  che hanno portato alla radiazione  della Cadwalladr dal social di Menlo park – ci ha lasciato estasiati. Da alcuni giorni meditavamo su come poter parlare del lavoro della giornalista inglese anche sulle nostre colonne. Poi è arrivato il comico genovese, e il gioco è stato semplice. Grazie a Crozza e alla sua indomita squadra di autori, la questione Ebbw Vale è diventata manifesta, e in molti – se non in tutti – i telespettatori,  a nostro avviso, il dubbio su cosa sia realmente successo durante il referendum britannico sulla Brexit  dovrebbe essere scattato.  Il resoconto della esibizione pubblica della Cadwalladr

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Notre Dame brucia e io non ho niente da mettermi

Perdonate il titolo forse un tantino irriverente, ma in realtà è frutto di una serie di citazioni non ultima quella che ci segnala il nostro associato e amico Andrea Fama e che inserisce  fra gli altri anche Woody Allen fra gli ispiratori del nostro titolo :

 

 

“l’eterno nulla va perfettamente bene se sei disponibile ad affrontarlo con l’animo adatto”.

 

 

Quale sia il nulla o meglio l’ovvio che proviamo ad affrontare nel nostro ragionamento ce lo ha suggerito un post su facebook del data scientist Luca Corsato in cui si leggeva fra le altre cose questo specifico passaggio : ” c’è sempre e solo la ricerca frenetica dell’emozione e non dell’informazione. Non riesco più a reggere questo, e propendo sempre più per l’isolamento “.

 

 

A parte la chiusa personale, desolata e desolante di Corsato, l’attacco del post ci porta dritti dritti al tema di questa nostra riflessione che ci piacerebbe  essere riusciti a sintetizzare nel fantasioso titolo di cui sopra. Il tema è il giornalismo, tanto per cambiare, e la reazione più o meno scomposta dei media mainstream all’ennesimo grave fatto di cronaca. Nello specifico l’incendio alla cattedrale parigina di Notre Dame. Perchè definiamo “reazione scomposta” dei media, i racconti, che tutti, più o meno, i media mainstream hanno realizzato durante l’incendio della cattedrale francese. Beh non serve certo consultare gli esperti

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Cosa fare se a Christchurch va in onda un massacro

Ci si interroga spesso, sul perché della crisi del giornalismo negli anni della rivoluzione digitale e su quale debba essere o sia diventato  il ruolo della professione giornalistica in questi anni di cambiamento rapido e inarrestabile. Poi accadono episodi come quello della strage nelle moschee della Nuova Zelanda e tutti i buoni propositi vengono meno in un istante e qualunque riflessione saggia e lungimirante sul ruolo del giornalismo dentro alla nostra società liquida e in perenne mutamento vengono meno. Approfittiamo di un ottimo lavoro realizzato dal nostro collega e associato Angelo Cimarosti, fondatore fra le altre cose di un soggetto chiamato You Reporter, – uno strumento che ha definito in modo chiaro e preciso l’esistenza e il ruolo del citizen journalism anche in Italia – per accostarci con molta umiltà al problema del giornalismo dal basso, in questo caso, la narrazione in prima persona del fatto da parte del suo stesso autore; per provare a capire cosa sia successo mentre  il massacro delle moschee veniva trasmesso in diretta online,  dentro al mondo dei mass media e  dentro il mondo in cui oramai tutti siamo immersi costantemente, il mondo digitale.

 

Il fatto lo conoscete e non staremo qui a ripercorrerlo, l’impronta mediatica forte a corollario di quel fatto è però ugualmente importante e quella sì che la vorremmo

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I progetti italiani di Google

Riprendiamo la nostra personalissima presentazione e breve disamina dei 39 progetti per l’innovazione nel giornalismo digitale selezionati e premiati nell’ambito, del finanziamento “dni” che ha erogato fino ad ora in tutto 115 milioni di euro a 559 progetti di giornalismo digitale europeo. Come abbiamo già anticipato i progetti italiani premiati hanno ricevuto circa 8 di quei milioni di euro e nella prima parte di questo mini dossier sui dni ci siamo soffermati su tre di essi:

 

 

Istmo Paywall di Valerio Bassan, Personalised daily news briefings on virtual assistants di Good Morning Italia e Batjo bits atoms and journalism di Alice Corona. Dei dni e dei criteri di accesso e di come si compilino le domande per partecipare parleremo in una due ore fitta fitta di informazioni che abbiamo organizzato dentro al nostro prossimo appuntamento digit e che si svolgerà nel pomeriggio del 14 marzo prossimo al PIN di Prato a partire dalle 14 e 30. Ma vediamo nel dettaglio gli altri 36 progetti provenienti dal BelPaese e che nel corso dei primi tre anni del progetto: 2015-2018 hanno ricevuto il finanziamento da parte di Google europa.

 

 

Non prima però di aver sottolineato come questa specifica formula di finanziamento per il giornalismo innovativo lanciata da Google lascerà il posto proprio quest’anno e proprio attorno alla

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Se il tuo capo è una app

Oggi torniamo ad occuparci di gig economy. Si è preso l’onere di aggiungere dati, suggestioni e valore alla questione il nostro associato e studioso di giornalismo e mondi digitali: Marco Dal Pozzo. Lo fa unendo le fila di molte esperienze e studi in tal senso che già da un pò alimentano le sue riflessioni sull’argomento e che lo hanno portato oggi a imbattersi, diremmo certamente non per caso, in un lavoro scientifico molto interessante sul tema realizzato da quattro studiose dell’Università tedesca di Francoforte che si intitola: “The app as the boss?” .
Le ricercatrici sono Mirela Ivanova, Joanna Bronowicka, Eva Kocher e Anne Degner e il lavoro scaricabile e consultabile online è stato pubblicato nel novembre dello scorso anno. La migliore sintesi del lavoro delle quattro studiose dell’Università di Francoforte è contenuto secondo Dal Pozzo in due brevi espressioni che pubblichiamo qui di seguito. Nel primo periodo è espressa l’estrema precarietà di questo mondo e la difficoltà assoluta che gli uomini trovano nel frequentarlo; nel secondo è spiegata in estrema sintesi ma con parole estremamente significativa come non spetti a noi il controllo sulle nostre stesse azioni se lavoriamo dentro a questo mondo. Non ci sono scenari apocalittici, non c’è nessun hal 9000 che prende il controllo ma la cosiddetta “società degli algoritmi” manca di trasparenza.

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Becchi e bastonati

La colorita frase del nostro titolo odierno non lascia dubbi. Il fatto per il quale ci definiamo “cornuti e mazziati” per usare un’ altra espressione idiomatica altrettanto nota è: la famigerata normativa europea sul copyright. Sulla vicenda ci siamo già espressi in modo tutt’altro che conciso e nemmeno troppo tecnico. Per noi qui a bottega l’espressione del titolo si confà in modo perfetto con l’approvazione di detta normativa. Ma nelle ultime settimane e a pochi giorni dall’ennesimo pronunciamento della Commissione europea sulla medesima, è successo un fatto a dir poco strano, se non sospetto. Uno degli attori della vicenda, uno dei protagonisti della riforma: Google, per non far nomi; ha dato il via ad una campagna pubblicitaria serrata e assai costosa per informare il maggior numero di utenti europei e non che se la normativa dovesse essere approvata senza ulteriori rimaneggiamenti succederebbero fatti gravi, molto gravi. Sono state preparate pagine informative specifiche online sulla vicenda i cui link sono stati diffusi sui social network, in particolare su facebook e twitter e poi è stato diffuso su decine e decine di quotidiani cartacei europei un annuncio pubblicitario specifico.  Il cartello confezionato dagli specialisti di Mountain View lo vedete qui a lato come immagine di accompagnamento al nostro articolo, ma per fugare ogni dubbio riportiamo il testo integrale dell’annuncio qui

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