Cittadinanza politica per i nuovi lavoratori e le nuove forme del lavoro

Il nostro Marco Dal Pozzo ci propone una sua riflessione che partendo da uno dei temi principali della nostra ricerca dell’ultimo periodo: l’algoritmo e la sua rilevanza sociale; ci porta ad esplorare un poco più in profondità il tema del lavoro e della contrattazione sindacale, dei diritti e dei doveri dei lavoratori dentro la cosiddetta “società degli algoritmi”, come abbiamo noi stessi battezzato il nostro presente, nell’edizione pratese dello scorso anno del nostro festival. Le considerazioni del nostro associato prendono spunto in particolare dal lavoro del giornalista del Manifesto  Benedetto Vecchi, responsabile delle pagine culturali del quotidiano ed esperto di nuovi media, dedicato al nuovo modello economico delle techno companies, meglio conosciute alle nostre latitudini con l’acronimo OTT, Over the top.  Ma lasciamo la penna o meglio la tastiera a Marco Dal Pozzo, che ringraziamo, e al quale ci uniamo nell’augurarvi  buona lettura.

 

“La contrattazione dell’algoritmo è una battaglia tattica rispetto all’obiettivo più grande di rivedere i nuovi rapporti di lavoro in un sistema in cui, alla promessa della Sharing Economy, si è “arretrati” nel campo della Gig Economy in un percorso che ha lasciato senza casa politica e senza rappresentanza i “Nuovi Lavoratori” e i “Nuovi Lavori”.

In considerazione dei ragionamenti che da un paio di anni stiamo facendo qui a bottega sulla trasparenza degli

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Racconti di guerra e di pace

Se riuscissimo per  davvero a fare tesoro di quello che ci accade, chessò poniamo una guerra,  e fossimo in grado di dare un senso a espressioni retoriche come:   “la Storia è maestra di vita”, forse riusciremmo tutti insieme a vivere davvero molto meglio in questo nostro piccolo/grande mondo. Perdonate il preambolo un tantino pomposo ma il fatto che vorremmo raccontarvi oggi è davvero intrigante e nasce da una ricerca internazionale cui stanno lavorando due studiosi  dell’Istituto di studi asiatici dell’Università  australiana di Melbourne e riguarda un argomento  pesante e assai controverso come la Seconda Guerra Mondiale. Lo facciamo a modo nostro, dal punto di vista dell’informazione e del giornalismo, e anche della rivoluzione digitale.  E lo facciamo provando ad illustrarVi il contenuto di questo progetto ideato da questi due professori, dell’ateneo australiano: una italiana e un giapponese,  che si occupa di studiare come il racconto “ufficiale” del dopo guerra – quello contenuto nei libri di storia per intendersi – , e le narrazioni  realizzate via via dai diversi mezzi di comunicazione,  abbiano influenzato la creazione di una memoria collettiva e promosso, a vario titolo e misura, azioni di riconciliazione dentro la società. In particolare la ricerca prende in esame quello che è successo dalla fine del conflitto ad oggi nei tre Paesi usciti sconfitti dalla guerra: l’ Italia, la

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La consapevolezza digitale in dieci mosse

Per noi, come sa bene chi ci segue anche solo un pochino, la questione della consapevolezza, della cultura digitale, del capire prima di porre in essere nuove regole, nuove leggi, gabbie, gabbiette, reti e steccati; è centrale. Da anni ma che dico, mesi, ma che dico, giorni, ma che dico? Ci battiamo in lungo e largo, cercando di non prenderci troppo sul serio,  per provare a fare in modo che il centro del contendere quando si parla di innovazione digitale non sia dentro agli scontri sulle “scorciatoie tecnologiche” ma passi dalla cultura e dalla formazione. Quindi va da se che quando ci siamo imbattuti in questo “manifesto per la consapevolezza digitale” l’abbiamo immediatamente messo da parte con cura proponendoci di approfondire la materia e magari scriverci anche un pensierino: a modo nostro. L’iniziativa è delle migliori, non c’è dubbio. Lo sviluppo della medesima, così come viene raccontato in questo articolo da Sonia Montegiove, è quanto di meglio si possa sperare, sempre dal nostro parzialissimo punto vista. Come si evince in modo chiaro in questo passaggio dell’articolo:

“La peculiarità del progetto, al quale è collegata anche una attività di ricerca, consiste nel fatto che il percorso formativo non si propone di “illustrare” ai ragazzi buone prassi d’uso della rete che sono state codificate da esperti, ma nel supportare i ragazzi in

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Dossier

La libertà non è un algoritmo (seconda parte)

Torniamo ad occuparci dell’ultimo libro di Michele Mezza “Algoritmi di Libertà”, come previsto e anticipato. La seconda e conclusiva parte della nostra riflessione è dedicata agli ultimi tre  capitoli del libro. Si tratta di spunti  ed elaborazioni di Mezza dedicati specificamente all’analisi del ruolo degli algoritmi all’interno delle nostre vite,  e di come attraverso l’avvio di processi di conoscenza e consapevolezza potremmo – noi tutti – capire il funzionamento di tali meccanismi e comportarci di conseguenza per non essere e diventare esclusivamente succubi utilizzatori. Se permettete vorremmo anche aggiungere che in questo scenario, pericoloso e allarmante in cui – per fortuna – qualcuno prova a suggerire meccanismi per comprendere i sistemi di calcolo e di elaborazione e gestione delle informazioni, certamente  il giornalismo – quello vero – gioca, o forse giocherebbe, a nostro avviso un ruolo importante e assai raro in particolar modo  nella formazione della pubblica opinione, con tutto quello che ne concorre sul piano della gestione della democrazia.

 

Per dirla con il filosofo Giulio Giorello autore della prefazione al volume di Mezza:

 

 

“Oggi sappiamo pure che, onnipresenti e pervasivi, gli algoritmi non sono onnipotenti. Lo abbiamo capito grazie alla forza stessa del pensiero matematico, che è una forza anch’essa pervasiva, ma soprattutto – perché autoriflessiva – libera e liberante. È da qui che dobbiamo partire se vogliamo

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Di chi sono i nostri dati?

La domanda retorica del titolo ci è parsa una buona base di partenza per introdurre una riflessione del “nostro” Marco Dal Pozzo sul GDPR. Il fantomatico, oramai non si può definire altrimenti, nuovo regolamento europeo sulla gestione e protezione dei dati personali (General Data Protection Regulation) che entrerà in vigore il prossimo e oramai vicinissimo 25 maggio.  Il GDPR è : –   come si legge nell’intestazione del documento che è possibile scaricare integralmente e in italiano sul sito di Privacy Italia Il REGOLAMENTO (UE) 2016/679 DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO
del 27 aprile 2016 relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati e che abroga la direttiva 95/46/CE (regolamento generale sulla protezione dei dati).

Che tradotto e sintetizzato dai nostri esperti potrebbe essere definito così:

 

 

 

 

 

“il GDPR è più orientato alla protezione dei dati che alla protezione dell’utente e delega direttamente alle aziende la possibilità di valutare l’entità del rischio aumentando la difficoltà dell’utente nelle evenuali contestazioni future. La reale efficacia di un regolamento del genere potrà essere davvero testata solo quando ci si troverà di fronte a casi concreti di violazione da parte di qualcuno (le stesse aziende) e alle successive contestazioni e richieste di tutela espresse dai singoli utenti. Solo in sede

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Leggi o scrivi

Se un mattino d’inverno un “giornalista”, (Calvino permettendo) prova a digitare su un motore di ricerca a caso la frase: “leggi regionali a sostegno dell’editoria”, scopre un mondo. Un mondo ricco innanzitutto, inteso come ben finanziato. Un mondo variegato, inteso come numeroso e ben assortito. Un mondo tutt’altro che sconosciuto alla politica e alle amministrazioni locali, e considerate che la nostra ricerca appena accennata si riferisce solo alle Regioni. Ebbene – direte Voi – cosa c’è di male? L’informazione è un pilastro in una società civile. Anzi meglio, proprio questo blog e tutta l’attività di questo gruppo di lavoro si basa proprio sull’acronimo: Lsdi che sta per Libertà di Stampa e Diritto all’Informazione, quindi chi meglio di Voi (inteso  noi) conosce e sostiene il diritto alla libera circolazione delle notizie? Tutto vero e sacrosanto e garantito – per fortuna – dalla nostra Costituzione: art.21. Quindi? Nessun quindi, solo la volontà di informare anche da parte nostra. Sottolineando cosa si fa o si sta facendo per sostenere la libera circolazione delle notizie in ambito regionale nel nostro Paese.  E ricondurre queste attività “politiche”,  al tempo che stiamo vivendo e al particolare momento storico in cui siamo immersi da  mesi, più di un anno, quel tempo in cui anche i Governi statali e non solo le autorità regionali sono

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Verso una nuova immaginazione

La querelle facebook / cambridge analytica indipendentemente da ogni valutazione, interpretazione o spiegazione più o meno scientifica cui è stata sottoposta, ha il pregio assoluto di aver sdoganato un tema presso il grande pubblico. Di che tema si tratti questo è difficile stabilirlo. Illustri esperti hanno parlato di appropriazione indebita di dati, altri hanno posto l’accento sulla sicurezza o meglio sulla mancanza di sicurezza nella gestione dei dati da parte delle compagnie che dei dati  – i nostri  – sono in qualche modo amministratrici. Qualcuno – pochi a dire il vero – ha posto l’accento sulla questione culturale. Noi, come sapete, da sempre proviamo a dire proprio questo: se nessuno si preoccupa di mettere in condizione le persone di stare online e di utilizzare gli strumenti digitali in modo consapevole, se i rappresentanti dei Governi autorizzano o invocano a gran voce l’intervento delle stesse OTT affinchè controllino o realizzino sistemi di controllo nella gestione dei dati medesimi; di cosa dovremmo poi lagnarci?

 

 

Il tema è indubbiamente centrale e investe tutti noi, non solo un manipolo di esperti, e partendo proprio dalle dinamiche più o meno chiare del rapporto tra  un social planetario con oltre due miliardi di iscritti e una società di analisi e marketing digitale forse potremo essere in grado d’ora in avanti di porre il senso reale del

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Facebook e Cambridge Analytica, terza puntata.

Siamo arrivati alla terza puntata della questione Facebook/Cambridge Analytica. Di seguito un nuovo commento di Marco Dal Pozzo, l’intervento di Michele Mezza a #digitRoma che spiega, il 2 febbraio scorso, la questione e alcune ns riflessioni passate sulle “regole” dei social media. 

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Facebook e Cambridge analytica, non è solo questione di privacy!

Pubblichiamo un commento di Marco Dal Pozzo  sulla vicenda di Facebook e Cambridge Analytica.

 

 

C’è un aspetto della vicenda di Facebook e Cambridge Analytica che, a mio avviso, rischia di passare sotto la traccia del mainstream. La questione della violazione della privacy, per quanto delicata, credo stia prendendo il sopravvento su ciò che con la violazione della privacy si realizza.

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Le inchieste di Guardian e New York Times su Cambridge Analytica: la violazione di dati personali di 50 milioni di utenti usando Facebook, che cosa è successo

Secondo due documentate inchieste del Guardian e del New York Times la società Cambridge Analytica ha violato i profili Facebook di 50 milioni di utenti per ottenere i loro dati personali in un dei più vasti data breach ,  ovvero violazione di dati personali, della storia. Cambridge Analytica è legata all’ex consigliere di Trump, Steve Bannon ed ha collaborato nelle campagne elettorali di Donald Trump stesso e in quella a favore della Brexit.

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Chi decide cosa

Il mondo algoritmico è ben sintetizzato a nostro avviso in questo screenshot che proviene da Facebook e di cui è autore un editore di e-book, nonchè scrittore e poeta, di nome Fabrizio Venerandi. Nel post che potreste leggere integralmente sul social di Menlo Park, ammesso che lo troviate e se siete dei buoni investigatori digitali,  e se l’algoritmo,  e le bolle o camere dell’eco ve lo consentono; si trovano,  spiegate da Fabrizio e poi molto ben ragionate dai suoi amici/followers,  numerose argomentazioni: tecniche ma anche culturali, che ci rimandano uno spaccato del mondo in cui viviamo la nostra quotidianità assai aderente alla realtà. Non siamo padroni di un bel niente, non abbiamo titolarità di alcun processo, non compriamo una emerita cippa nemmeno quando la paghiamo e pure tanto! Il caso dei drm che sono degli aggeggi che non staremo qui a spiegare ma che limitano la nostra possibilità di leggere un ebook che abbiamo regolarmente acquistato e pagato con moneta sonante è, a nostro avviso, emblematico.  In nome di un presunto tentativo (sottolineiamo presunto almeno una quarantina di volte) di tutelare il diritto d’autore e la possibilità che ignoti ( e molto pericolosi ) pirati del copyright, pirateggino i contenuti intellettuali del succitato e-book e li diffondano online gratuitamente causando grave danno all’autore/autrice medesimo/a e “soprattutto” all’industria

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