Vent’anni e non sentirli

Varesenews compie vent’anni: viva Varesenews! Un traguardo di longevità davvero importante ad ogni latitudine per un medium, un giornale, un organo di informazione; diventa un record quasi storico se si considera che Varesenews è un quotidiano nativo digitale, iperlocale, non riceve contributi pubblici, e da lavoro a più di trenta persone, per non contare l’indotto, fra giornalisti e non, producendo un fatturato di oltre 1 milione e 200 mila euro l’anno. Tutto questo in Italia, un contesto che indubbiamente impressiona ancora di più. Tutto questo dentro la rivoluzione digitale e dentro la crisi più profonda e dura di sempre del mondo dell’informazione ancora in pieno subbuglio e alla ricerca di modelli sostenibili post revolution.  Cogliendo l’occasione della celebrazione di questo niente affatto scontato, ma felicissimo, avvenimento vorremmo provare ripercorrendo assieme al direttore Marco Giovannelli i due decenni di Varese News anche gli ultimi vent’anni della nostra storia, provando a fissare alcune tappe, che ci suggerirà proprio il direttore di VareseNews e confrontando le riflessioni che Giovannelli introdurrà su alcuni particolari periodi della vita di Varese News  con gli avvenimenti che nella storia, nel mondo del giornalismo e dentro la rivoluzione digitale, hanno ugualmente caratterizzato quei particolari anni.

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Robin Good, curation e algoritmi

Prendiamo spunto da una bella e lunga intervista realizzata dal professor Gianfranco Marini, insegnante di storia e filosofia al Liceo scientifico “G. Brotzu” di Quartu Sant’Elena (Cagliari), ma soprattutto sperimentatore dal 2005  del e sul web delle tecnologie digitali per l’apprendimento; a Robin Good, nostra vecchia (si fa per dire) conoscienza, vero apripista nella sperimentazione, nella ricerca, nella divulgazione di contenuti digitali e di tecnologie e culture della rete da epoca oramai remota e certamente –  come si suole dire –  in tempi non sospetti; per parlare – o meglio –  provare a riproporre un ragionamento sulla curation. Uno dei capitoli più importanti della cultura digitale, ma soprattutto una delle modalità operative della ricerca e della sperimentazione nel mondo digitale che unisce trasversalmente  molteplici professioni 2.0 a partire dalla nostra: il giornalista. L’intervista la trovate integrale e riassunta in un eccellente pezzo di approfondimento sul tema della curation tutti realizzati dal professor Marini su Aulablog e sul  sito Next learning divisa in due puntate come da nostri link e screenshot inseriti nel nostro pezzo. Noi, come sempre proviamo a fare, cercheremo di estrarre dall’intervista alcuni passaggi che ci sembrano particolarmente significativi per evidenziare argomenti che ci stanno particolarmente a cuore e sui quali ci piacerebbe sollecitare i vostri interventi e le vostre riflessioni. Intanto grazie

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#digit17 La società degli algoritmi

#digit 17 is coming, stay tuned, ne vedremo delle belle ;)  Modo insolito di scrivere l’attacco di un pezzo, del resto l’argomento è dei più caldi e inoltre è anche tutto nostro –  ce lo permettete solo per questa volta?  –  visto che il festival dedicato al giornalismo digitale che giunge quest’anno alla sua sesta edizione, nasce tutto dentro queste colonne e le teste di coloro che su queste colonne ci scrivono da qualche anno, meglio dire decennio? Torna dunque digit e torna con un tema quello degli algoritmi che attraversa in modo ordinato e composto ogni ambito della nostra esistenza: passata, presente e futura senza soluzione di continuità ma con tanta, tantissima necessità di spiegazione e informazione sul tema. #digit17 La società degli algoritmi (usare e non essere usati). Questo il titolo completo dell’evento digit di quest’anno. Un titolo che racconta un mondo, un universo completo su cui indagare in profondità per provare a comprendere nella sua interezza la rivoluzione digitale compiuta e praticata in cui siamo immersi oramai da circa un trentennio.

 

Da qui ci piacerebbe ripartire con il nostro evento, da qui vorremmo coinvolgervi tutti e in ogni modo per allargare a tutti, ma proprio a tutti, l’accesso al nostro festival nato nel 2011 a Firenze come evento di nicchia dedicato all’informazione e

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Muro contro muro

I modelli di sostenibilità detti anche modelli di business sono da sempre il grande problema della rivoluzione digitale almeno nel nostro settore: l’informazione. Lo abbiamo detto tante volte oramai anche su queste colonne, non esiste un modo per sopravvivere per i giornali, meglio, per le aziende editoriali, nel mondo digitale. Il modello analogico di sopravvivenza continua ad essere l’unico, sebbene in fortissima crisi, che a tutt’oggi riesce a far resistere il comparto dell’editoria giornalistica. Nell’ultima edizione di digit, il festival dedicato al giornalismo digitale,  creato e realizzato da noi di Lsdi, abbiamo provato a mettere a confronto due modelli economici possibili: lo sfruttatissimo ma ancora non perfetto “metered paywall” contro il solo teorico, ahimè al momento, modello Jarvissiano (chissà se ci è concesso il neologismo) del “reversed paywall”. A parlarne nelle due ore di wrkshp a loro concesse a #digit16 in quel di Prato presso la Camera di Commercio sono venuti due esperti della materia: il giornalista digitale, ma anche imprenditore del ramo, Alberto Puliafito, e l’esperto di marketing digitale ma anche giornalista (suo malgrado) anche se non lo ammetterà mai nemmeno sotto tortura: Pierluca Santoro. A loro la parola e buona lettura!

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Terremoto!

La notizia è del 15 giugno. La terra ha tremato ancora, per l’ennesima volta, nelle Marche. Ma la notizia, per quello che ci riguarda, oggi è un’altra, e riguarda il nostro ambito di competenza: l’informazione. Non ci saranno liste di persone da riconoscere, non ci saranno macerie da spostare, non ci saranno lutti. La notizia sulla scossa di terremoto stavolta non è vera. Eppure arriva da fonte certa, anzi certissima, anzi certificata: l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Al punto che Rai news la riporta ancora nel proprio sito, anche oggi 16 giugno, venerdì, alle ore 15,30 come si vede nello screenshot che abbiamo inserito come prima immagine a commento di questo pezzo. L’immagine non mente e non è stata alterata o falsificata, non da noi, e non qui.

 

 

 

Quello che la rete vi restituirà quando leggerete questo articolo nelle prossime ore e poi nei giorni e nei mesi a venire, quello sarà tutto diverso, ne siamo certi. Ed è su questo aspetto che vi invitiamo a cominciare a riflettere perchè è questo, a nostro avviso, uno degli aspetti più interessanti ma anche preoccupanti di quella che potremmo chiamare gestione delle news durante un’emergenza. O anche togliendo la parola emergenza. La rete non invecchia le notizie, o almeno, non ha la capacità di aggiornarle secondo percorsi automatici. Potremmo riaprire

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Il giornalista ibrido

“Giornalismo Ibrido” è il titolo del nuovo saggio del sociologo Sergio Splendore, docente di Sociologia della Comunicazione all’Università degli Studi di Milano, e grande esperto di problemi dell’informazione  in senso stretto perchè si occupa di queste tematiche con successo da anni e in senso lato perchè fa parte della redazione del prestigioso periodico  diretto da un altro illustre sociologo  Carlo Sorrentino. Splendore che è anche visiting professor della scuola di giornalismo di Grenoble compie a nostro avviso attraverso questo libro, edito da Carrocci, i celeberrimi tre passi indietro (monopoli docet) e quasi potesse –  beato lui –  usare una macchina del tempo,  rimette in discussione numerosi temi centrali del giornalismo contemporaneo tentando di portare ordine – con successo ci pare –  nella rivoluzione professionale in cui è incappato il “mestiere di informare” a seguito della potente onda di riflusso provocata dalla ben più vasta rivoluzione epocale in cui ci troviamo da circa trent’anni che è quella digitale.

 

 

“La professione giornalistica muta –  dice Splendore nell’introduzione al saggio –  a un ritmo che prima le era sconosciuto e l’identità professionale diventa più incerta. Fintanto che le forme più innovative di produzione di informazione erano relegate ai margini il modo di fare giornalismo risultava pressochè immutato. Nel momento in cui  (anche – aggiungeremo noi) l’Italia si è imposta una commistione

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L’uccellino del Presidente

Nessun titolo allusivo, nessuna Patata o peggio, nessuna allusione pecoreccia, solo una boutade per provare a raccontarVi dopo faccialibro le clausole del contratto che ci lega a twitter dopo che abbiamo deciso di aprire un nostro account sul social dell’uccellino che compie quest’anno il suo 11esimo anno di vita. La battuta del titolo ci è sorta spontanea dopo che il co-fondatore del social a 140 caratteri Evan Williams ha ritenuto opportuno anzi necessario  rilasciare un’intervista al New York Times in cui chiede pubblicamente scusa agli americani e forse al mondo per aver involontariamente aiutato Mr. Trump a vincere le ultime presidenziali attraverso i suoi 30 milioni di followers su Twitter.

 

 

I think the internet is broken. And it’s a lot more obvious to a lot of people that it’s broken.” Internet si è rotto, ha detto fra le altre cose William al prestigioso quotidiano della grande mela, “pensavo –  ha continuato Williams –  che poter scambiare informazioni liberamente per tutti i cittadini del mondo fosse un modo per garantire la democrazia, ma invece mi sbagliavo”. Beh, aggiungiamo noi dal nostro minuscolo pulpito, forse il rischio era insito e stava nella mancanza di cultura e di preparazione culturare agli strumenti di divulgazione orizzontale delle informazioni? In epoca oramai arcaica dal punto di vista dei tempi della rete

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Se due miliardi vi sembran pochi

Abbiamo provato a leggere le condizioni d’uso di Facebook, armatevi di pazienza se intendete provarci anche voi, perchè i link abbondano. Ci sono sempre approfondimenti a questo o quell’altro link per saperne di più.

 

 

In ogni caso alla fine del nostro giro fra “terms & conditions” abbiamo capito che su Facebook non si potrebbe fare nulla di quello che ognuno di noi regolarmente mette in pratica, e che sostanzialmente se hai un profilo su Facebook, sei di Facebook. Di loro proprietà, intendiamo.

 

 

<< l’utente accetta di utilizzare Facebook  a suo rischio e pericolo>>

[cit. dalle condizioni d’uso di Facebook]

 

 

Il nostro intento è mettere in evidenza alcuni punti dell’accordo con la piattaforma su cui siamo tutti, ma proprio tutti, (1.94 mld di utenti attivi al mese nel mondo secondo gli ultimi dati) per sottolineare che non c’è differenza fra mondo reale e mondo digitale. Perché i social, la rete,  sono parte del nostro quotidiano, della nostra cultura;  e che non sempre leggiamo e comprendiamo le “loro” regole d’ingaggio, ma che invece,  è importante – very very much –  leggerle, per comprendere ancora più a fondo che quel mondo è proprio il nostro stesso identico  mondo.   Il bello è che Facebook mette chiunque nella condizione di leggere le sue terms&conditions, le traduce pure in svariare

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La verità non sta dentro le gabbie

Il gran parlare che si fa oggi  sulla verità, sull’aggettivo diventato improvvisamente sostantivo “post-verità”, e sulle fake news di Trumpiano esempio, ha creato, a nostro modestissimo avviso, prima una lieve distorsione fra la natura del dibattito e il suo significato. In seguito e a stretto giro di posta la distorsione si è andata via via ampliando,  e ora sta assumendo sempre più le dimensioni di una voragine, enorme, cosmica.

 

 

Come spesso accade, soprattutto nel BelPaese, ci siamo subito dimenticati del significato e del motivo della contesa, e ci siamo suddivisi in mille rivoli sparsi che commentano ad ogni piè sospinto questa o quella posizione più o meno autorevole, più o meno politicamente schierata, più o meno utile alla soluzione del problema.

 

 

Come dire: tanto rumore per nulla, ma anche, alla toscana: ” Tanto tonò  che piovve! “. Alla fine infatti “dibatti che ti dibatti”, qualcuno ha pensato bene di alzare il tono e dalla sua privilegiata e potente posizione, legittimata peraltro da pubbliche elezioni e quindi da un voto popolare democraticamente espresso, di presentare un disegno di legge –  addirittura di respiro internazionale – per imporre nuove norme alla libertà di espressione. (ddl Gambaro)

 

 

Qualcun altro da una posizione ancora più alta e visibile, per non far nomi la Presidente della Camera Boldrini, ha dato avvio ad una iniziativa

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Il caso Egitto e altri casi di cronaca

Normalmente a digit, il festival dedicato al giornalismo digitale di cui Lsdi è organizzatore,   non ci occupiamo di fatti di cronaca. Il giornalismo lo proviamo a spiegare. Cerchiamo di acquisire e proporre metologie, di comprendere il fenomeno digitale e la sua cultura. Nell’ultima edizione di digit, a ottobre del 2016, è capitato però di poter raccontare con la stessa incisività e precisione, sia un grave fatto di cronaca ancora insoluto, sia una serie di metodologie e tematiche culturali e tecnologiche che attengono strettamente al giornalismo del presente. L’occasione ce l’ha fornita la collega e collaboratrice storica di Lsdi: Antonella Beccaria. La reporter di origine lombarda che vive e lavora a Bologna è venuta a presentare  il suo ultimo reportage giornalistico, un libro sul caso Regeni. E mentre raccontava nel suo workshop i risultati dell’inchiesta realizzata a quattro mani con il  collega Gigi Marcucci,  ha anche esposto in modo dettagliato una serie di strategie operative per raccogliere dati, testimonianze sul campo senza andare fisicamente nei luoghi dei fatti, usando al meglio gli strumenti digitali e la rete. Di seguito lo sbobinamento del workshop di Antonella,  al termine della trascrizione troverete come consuetudine il video integrale dell’incontro. Buona lettura !

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Il gruppo è stato archiviato

Per la serie come sarà ( è ) la nostra vita (digitale ma anche no, forse meglio dire vita e basta!!!) ai tempi di oggi, quando appartieni ad una comunità, e quella comunità è anche un vasto e variegato gruppo su un social media, tanto per non far nomi: facebook;  e un giorno di un mese e di un anno noti e molto simili al 22 aprile del 2017, uno degli amministratori di quel gruppo di lavoro/comunità decide di chiudere il gruppo medesimo, archiviando (la parola non è stata scelta casualmente) mesi/anni/decenni di lavoro, di esperienze, di vita?

 

 

Succede ogni giorno, succede a tutti noi, succede nella vita reale, in quella che ogni giorno trascorriamo fra luci ed ombre fuori e dentro la rete,  nella nostra unica e indivisibile dimensione che è quella della vita stessa digitale/analogica/in presenza o in remoto che sia. Questa vita: la nostra.

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