Muro contro muro

I modelli di sostenibilità detti anche modelli di business sono da sempre il grande problema della rivoluzione digitale almeno nel nostro settore: l’informazione. Lo abbiamo detto tante volte oramai anche su queste colonne, non esiste un modo per sopravvivere per i giornali, meglio, per le aziende editoriali, nel mondo digitale. Il modello analogico di sopravvivenza continua ad essere l’unico, sebbene in fortissima crisi, che a tutt’oggi riesce a far resistere il comparto dell’editoria giornalistica. Nell’ultima edizione di digit, il festival dedicato al giornalismo digitale,  creato e realizzato da noi di Lsdi, abbiamo provato a mettere a confronto due modelli economici possibili: lo sfruttatissimo ma ancora non perfetto “metered paywall” contro il solo teorico, ahimè al momento, modello Jarvissiano (chissà se ci è concesso il neologismo) del “reversed paywall”. A parlarne nelle due ore di wrkshp a loro concesse a #digit16 in quel di Prato presso la Camera di Commercio sono venuti due esperti della materia: il giornalista digitale, ma anche imprenditore del ramo, Alberto Puliafito, e l’esperto di marketing digitale ma anche giornalista (suo malgrado) anche se non lo ammetterà mai nemmeno sotto tortura: Pierluca Santoro. A loro la parola e buona lettura!

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Terremoto!

La notizia è del 15 giugno. La terra ha tremato ancora, per l’ennesima volta, nelle Marche. Ma la notizia, per quello che ci riguarda, oggi è un’altra, e riguarda il nostro ambito di competenza: l’informazione. Non ci saranno liste di persone da riconoscere, non ci saranno macerie da spostare, non ci saranno lutti. La notizia sulla scossa di terremoto stavolta non è vera. Eppure arriva da fonte certa, anzi certissima, anzi certificata: l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Al punto che Rai news la riporta ancora nel proprio sito, anche oggi 16 giugno, venerdì, alle ore 15,30 come si vede nello screenshot che abbiamo inserito come prima immagine a commento di questo pezzo. L’immagine non mente e non è stata alterata o falsificata, non da noi, e non qui.

 

 

 

Quello che la rete vi restituirà quando leggerete questo articolo nelle prossime ore e poi nei giorni e nei mesi a venire, quello sarà tutto diverso, ne siamo certi. Ed è su questo aspetto che vi invitiamo a cominciare a riflettere perchè è questo, a nostro avviso, uno degli aspetti più interessanti ma anche preoccupanti di quella che potremmo chiamare gestione delle news durante un’emergenza. O anche togliendo la parola emergenza. La rete non invecchia le notizie, o almeno, non ha la capacità di aggiornarle secondo percorsi automatici. Potremmo riaprire

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Il giornalista ibrido

“Giornalismo Ibrido” è il titolo del nuovo saggio del sociologo Sergio Splendore, docente di Sociologia della Comunicazione all’Università degli Studi di Milano, e grande esperto di problemi dell’informazione  in senso stretto perchè si occupa di queste tematiche con successo da anni e in senso lato perchè fa parte della redazione del prestigioso periodico  diretto da un altro illustre sociologo  Carlo Sorrentino. Splendore che è anche visiting professor della scuola di giornalismo di Grenoble compie a nostro avviso attraverso questo libro, edito da Carrocci, i celeberrimi tre passi indietro (monopoli docet) e quasi potesse –  beato lui –  usare una macchina del tempo,  rimette in discussione numerosi temi centrali del giornalismo contemporaneo tentando di portare ordine – con successo ci pare –  nella rivoluzione professionale in cui è incappato il “mestiere di informare” a seguito della potente onda di riflusso provocata dalla ben più vasta rivoluzione epocale in cui ci troviamo da circa trent’anni che è quella digitale.

 

 

“La professione giornalistica muta –  dice Splendore nell’introduzione al saggio –  a un ritmo che prima le era sconosciuto e l’identità professionale diventa più incerta. Fintanto che le forme più innovative di produzione di informazione erano relegate ai margini il modo di fare giornalismo risultava pressochè immutato. Nel momento in cui  (anche – aggiungeremo noi) l’Italia si è imposta una commistione

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L’uccellino del Presidente

Nessun titolo allusivo, nessuna Patata o peggio, nessuna allusione pecoreccia, solo una boutade per provare a raccontarVi dopo faccialibro le clausole del contratto che ci lega a twitter dopo che abbiamo deciso di aprire un nostro account sul social dell’uccellino che compie quest’anno il suo 11esimo anno di vita. La battuta del titolo ci è sorta spontanea dopo che il co-fondatore del social a 140 caratteri Evan Williams ha ritenuto opportuno anzi necessario  rilasciare un’intervista al New York Times in cui chiede pubblicamente scusa agli americani e forse al mondo per aver involontariamente aiutato Mr. Trump a vincere le ultime presidenziali attraverso i suoi 30 milioni di followers su Twitter.

 

 

I think the internet is broken. And it’s a lot more obvious to a lot of people that it’s broken.” Internet si è rotto, ha detto fra le altre cose William al prestigioso quotidiano della grande mela, “pensavo –  ha continuato Williams –  che poter scambiare informazioni liberamente per tutti i cittadini del mondo fosse un modo per garantire la democrazia, ma invece mi sbagliavo”. Beh, aggiungiamo noi dal nostro minuscolo pulpito, forse il rischio era insito e stava nella mancanza di cultura e di preparazione culturare agli strumenti di divulgazione orizzontale delle informazioni? In epoca oramai arcaica dal punto di vista dei tempi della rete

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Se due miliardi vi sembran pochi

Abbiamo provato a leggere le condizioni d’uso di Facebook, armatevi di pazienza se intendete provarci anche voi, perchè i link abbondano. Ci sono sempre approfondimenti a questo o quell’altro link per saperne di più.

 

 

In ogni caso alla fine del nostro giro fra “terms & conditions” abbiamo capito che su Facebook non si potrebbe fare nulla di quello che ognuno di noi regolarmente mette in pratica, e che sostanzialmente se hai un profilo su Facebook, sei di Facebook. Di loro proprietà, intendiamo.

 

 

<< l’utente accetta di utilizzare Facebook  a suo rischio e pericolo>>

[cit. dalle condizioni d’uso di Facebook]

 

 

Il nostro intento è mettere in evidenza alcuni punti dell’accordo con la piattaforma su cui siamo tutti, ma proprio tutti, (1.94 mld di utenti attivi al mese nel mondo secondo gli ultimi dati) per sottolineare che non c’è differenza fra mondo reale e mondo digitale. Perché i social, la rete,  sono parte del nostro quotidiano, della nostra cultura;  e che non sempre leggiamo e comprendiamo le “loro” regole d’ingaggio, ma che invece,  è importante – very very much –  leggerle, per comprendere ancora più a fondo che quel mondo è proprio il nostro stesso identico  mondo.   Il bello è che Facebook mette chiunque nella condizione di leggere le sue terms&conditions, le traduce pure in svariare

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La verità non sta dentro le gabbie

Il gran parlare che si fa oggi  sulla verità, sull’aggettivo diventato improvvisamente sostantivo “post-verità”, e sulle fake news di Trumpiano esempio, ha creato, a nostro modestissimo avviso, prima una lieve distorsione fra la natura del dibattito e il suo significato. In seguito e a stretto giro di posta la distorsione si è andata via via ampliando,  e ora sta assumendo sempre più le dimensioni di una voragine, enorme, cosmica.

 

 

Come spesso accade, soprattutto nel BelPaese, ci siamo subito dimenticati del significato e del motivo della contesa, e ci siamo suddivisi in mille rivoli sparsi che commentano ad ogni piè sospinto questa o quella posizione più o meno autorevole, più o meno politicamente schierata, più o meno utile alla soluzione del problema.

 

 

Come dire: tanto rumore per nulla, ma anche, alla toscana: ” Tanto tonò  che piovve! “. Alla fine infatti “dibatti che ti dibatti”, qualcuno ha pensato bene di alzare il tono e dalla sua privilegiata e potente posizione, legittimata peraltro da pubbliche elezioni e quindi da un voto popolare democraticamente espresso, di presentare un disegno di legge –  addirittura di respiro internazionale – per imporre nuove norme alla libertà di espressione. (ddl Gambaro)

 

 

Qualcun altro da una posizione ancora più alta e visibile, per non far nomi la Presidente della Camera Boldrini, ha dato avvio ad una iniziativa

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Il caso Egitto e altri casi di cronaca

Normalmente a digit, il festival dedicato al giornalismo digitale di cui Lsdi è organizzatore,   non ci occupiamo di fatti di cronaca. Il giornalismo lo proviamo a spiegare. Cerchiamo di acquisire e proporre metologie, di comprendere il fenomeno digitale e la sua cultura. Nell’ultima edizione di digit, a ottobre del 2016, è capitato però di poter raccontare con la stessa incisività e precisione, sia un grave fatto di cronaca ancora insoluto, sia una serie di metodologie e tematiche culturali e tecnologiche che attengono strettamente al giornalismo del presente. L’occasione ce l’ha fornita la collega e collaboratrice storica di Lsdi: Antonella Beccaria. La reporter di origine lombarda che vive e lavora a Bologna è venuta a presentare  il suo ultimo reportage giornalistico, un libro sul caso Regeni. E mentre raccontava nel suo workshop i risultati dell’inchiesta realizzata a quattro mani con il  collega Gigi Marcucci,  ha anche esposto in modo dettagliato una serie di strategie operative per raccogliere dati, testimonianze sul campo senza andare fisicamente nei luoghi dei fatti, usando al meglio gli strumenti digitali e la rete. Di seguito lo sbobinamento del workshop di Antonella,  al termine della trascrizione troverete come consuetudine il video integrale dell’incontro. Buona lettura !

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Il gruppo è stato archiviato

Per la serie come sarà ( è ) la nostra vita (digitale ma anche no, forse meglio dire vita e basta!!!) ai tempi di oggi, quando appartieni ad una comunità, e quella comunità è anche un vasto e variegato gruppo su un social media, tanto per non far nomi: facebook;  e un giorno di un mese e di un anno noti e molto simili al 22 aprile del 2017, uno degli amministratori di quel gruppo di lavoro/comunità decide di chiudere il gruppo medesimo, archiviando (la parola non è stata scelta casualmente) mesi/anni/decenni di lavoro, di esperienze, di vita?

 

 

Succede ogni giorno, succede a tutti noi, succede nella vita reale, in quella che ogni giorno trascorriamo fra luci ed ombre fuori e dentro la rete,  nella nostra unica e indivisibile dimensione che è quella della vita stessa digitale/analogica/in presenza o in remoto che sia. Questa vita: la nostra.

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Tu chiamala se vuoi post verità

In questo storify troviamo un percorso che inizia dall’ analisi del termine – sfruttando la risposta a un quesito sul tema proposto all’ Accademia della Crusca– , e mette in luce, via via, i vari aspetti della disinformazione, i meccanismi di disseminazione di contenuti falsi, le risposte che i media cercano di dare al fenomeno. Ci chiediamo se è utile continuare a parlare di fake news o piuttosto di global information pollution crisis? Quali sono le risposte delle istituzioni e la sfida educativa che le scuole stanno cercando di cogliere? Alla luce della pubblicazione del primo report di Facebook sulla disinformazione e alla soglia dei primi 100 giorni del governo Trump proviamo a fornire alcuni elementi di riflessione. La connessione fra verità, giornalismo e democrazia è indagata grazie ai contributi di molti autori che troverete citati, e grazie soprattutto alle segnalazioni del Prof. Raffaele Fiengo e di tutta la nostra redazione.

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Risolvere il problema nascosto del giornalismo

Le metriche sulle quali sudiamo, delle quali discutiamo e soprattutto sulle quali è basato il modello di business attuale (e per sempre?) dell’editoria, in realtà non forniscono informazioni davvero utili per il giornalismo. Convenzioni, che fanno comodo a molti, che portano sempre più lontano da un giornalismo di qualità e da se stesso o meglio dalla funzione che dovrebbe assolvere.

“Il cammino verso un giornalismo sostenibile, già  in lotta con un perturbato  modello di business pubblicitario, è anche minato da qualcosa di inaspettato: i dati terribili” . Esordisce così il documento conclusivo  dello studio di Tom Rosenstiel che suggerisce una nuova visione ed utilizzo delle metriche. La ricerca è del Center for Effective Public Management di Brookings.

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Liberate Gabriele Del Grande #iostocongabriele

Chi ci segue sa che non siamo un sito di breaking news e che anzi preferiamo prenderci tutto il tempo possibile per riuscire a riflettere a fondo anche su notizie impellenti e importanti che non lasciano ne lascerebbero neanche un secondo alla riflessione a chi fa il mestiere di informare, ma noi proviamo a capire a interpretare a riflettere sui modi e sui tempi della nostra professione di giornalisti e non corriamo dietro alle notizie, non ne avremmo i mezzi oltretutto, ma proviamo a capirle per come vengono raccontate. Nel caso di Gabriele Del Grande ci sentiamo costretti a rinnegare noi stessi e a vincere la nostra proverbiale ritrosia a rincorrere la cronaca e a cercare di raccontare a tutti chi è questo giovane giornalista toscano che è stato sequestato in Turchia e di cui vorremmo avere notizie certe al più presto: magari direttamente dalla sua voce.
Gabriele, che forse non è nemmeno in possesso del tesserino professionale da giornalista, è uno dei migliori professionisti dell’informazione che abbiamo in Italia. Una persona che possiede una dote rarissima quella di riuscire a restare umano mentre svolge il proprio mestiere, di più, non solo non perde di vista la propria umanità, ma riesce a raccontare le storie che approfondisce aggiungendo umanità a umanità per non farci perdere di vista l’essenza

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