L’unico algoritmo buono è l’algoritmo morto

 

Lo sapete ci piace scherzare e quindi prendete il nostro titolo come una citazione, un estratto da uno dei nostri film preferiti trasformato ed adattato alle tematiche che proviamo ad affrontare in questo pezzo che vorremmo fosse solo il primo di una serie di articoli che riuniremo in un dossier al quale ci piacerebbe moltissimo partecipaste tutti e in cui proveremo ad esaminare una tematica piuttosto importante per la società odierna: gli algoritmi. Per farlo useremo in prima battuta lo “sbobinamento” realizzato da Marco Dal Pozzo, nostro sodale e studioso di tematiche digitali preziosissimo, ma soprattutto useremo le riflessioni utilissime emerse durante l’incontro al centro dello sbobinamento suddetto e avvenuto nel novembre scorso durante Glocal16 il festival sul giornalismo digitale iperlocale organizzato e realizzato da Varese News a cui siamo gemellati come digit e al quale collaboriamo come Lsdi. L’incontro in questione dedicato proprio al tema degli algoritmi è stato voluto da Marco Giovannelli e realizzato, orchestrato e condotto da Michele Mezza. Sul palco per illuminarci su questa delicata e complessa  tematica tre studiosi sopraffini, due filosofi e uno psico-sociologo : Giulio Giorello, Fabio Minazzi, e Derrick de Kerckhove.  La parola a Loro e poi a Voi e buona lettura.

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Di dieta mediatica, di Uber, di sperimentazioni (segnalazioni dal mondo)

Buon lunedì, iniziamo la settimana con un po’ di letture – a nostro parere – interessanti. Chi mette i tweet sulla carta, chi racconta a fumetti il dietro le quinte delle notizie, di gruppi chiusi per distribuire le notizie in modo efficace e di chi dai gruppi chiusi vuole uscire, e poi, ancora, di Uber(?) si c’entra pure qui e di una applicazione che vuole aiutarci nella dieta mediatica. Di seguito trovate gli estratti più interessanti e i link alle fonti dirette.

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Architettura dell’informazione

Cominciamo con oggi a pubblicare, come facciamo come consuetudine da 5 anni cioè da quando abbiamo dato vita al festival, i video dei workshop di #digit16. In particolare iniziamo con << architetture sociali >> l’incontro con Federico Badaloni, giornalista del gruppo l’Espresso specializzato nella progettazione di ambienti informativi. Il tema è centrale a nostro avviso per comprendere il cambiamento, per entrare dalla porta principale dentro la rivoluzione digitale e provare a comprendere, soprattutto per i professionisti dell’informazione, detti anche giornalisti, come e quanto sia cambiato il nostro ruolo dopo trentanni di “rivoluzione”. Federico introduce le sue due ore di riflessioni sul tema prendendo a prestito una similitudine – novello Dante Alighieri – e introduce il tema raccontando agli astanti un’epopea, quella delle grandi esplorazioni e in particolare la sfida fra Amundsen e Scott per la conquista del Polo Sud.

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Crozza e i giornalisti: l’informazione in Italia diventa oggetto di satira

L’indice della civiltà digitale

Cogliendo al volo una suggestione contenuta in una pezzo pubblicato nei giorni scorsi da Pier Luca Santoro su Datamediahub in cui veniva raccontata in estrema sintesi un’indagine globale condotta da Microsoft sugli abusi online in un’infografica e sulla scorta dei risultati di un’indagine su un tema molto simile cui abbiamo partecipato noi stessi di Lsdi realizzata negli ultimi due anni appena trascorsi dal Cospe in sei diversi stati europei,  vorremmo provare ad approfondire l’analisi del lavoro fatto dalla Microsoft, estraendo e traducendo alcuni stralci dal rapporto conclusivo sulla ricerca e poi provando a confrontarli con i risultati raggiunti al termine ricerca sull’hate speech cui abbiamo preso parte anche noi.

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Quale moneta di scambio? (segnalazioni dal mondo)

Quale moneta di scambio serve per avere lettori soddisfatti e paganti? La domanda è sempre la stessa anche se declinata in diverse forme. La risposta? Difficile da trovare, noi azzardiamo un “difficile trovare la volontà di cercarla”. Ci pare che, salvo pochi casi (che negli anni abbiamo segnalato e che rimangono sempre quelli) né il giornalismo italiano né gli editori italiani abbiano quella volontà di cui sopra. Partendo da una riflessione di Filloux su MondayNote, proviamo a proporvi alcune sperimentazioni che possano farci riflettere su quanto realmente siamo lontani dal coniarla quella “tanto desiderata” moneta. 

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Sanremo, twitter e l’hashtag a pagamento

Oggi è domenica, i lustrini e le paillettes sanremesi sono già un ricordo, le luci si sono spente sul palco dell’Ariston, i vincitori hanno vinto, i cantanti hanno cantato, gli ospiti si sono esibiti, il pubblico ha votato. Ma quest’anno a Sanremo è successo un fatto nuovo, importante e che cambierà per sempre il modo di fare informazione, ma anche comunicazione e in ultima analisi di investire in pubblicità. L’etichetta con il cancelletto che da alcuni anni contraddistingue la catalogazione, l’evidenziazione, la riconoscibilità, l’archiviazione, ma anche il modo di raccontare i fatti online partendo da dentro i social è cambiata.

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Giornalismo Italia (il nuovo rapporto di Lsdi)

Quando un post vale un’annata, tremano i polsi mentre si scrive, e diventa davvero difficile rimanere “scienziati”, anche perchè si parla di noi, della nostra professione, del comparto editoriale e del mondo dell’informazione. Del resto il rapporto è solo un insieme di numeri, un lavoro certosino svolto ogni anno dal 2009 dal nostro fondatore e mentore Pino Rea in accordo con tutte le istituzioni del giornalismo italiano. Ma prima di lasciare a lui e ai numeri del rapporto il compito di raccontare un altro anno certamente non esaltante per il mondo del giornalismo nostrano, vorremmo provare a riassumere in qualche frase la ridda di avvenimenti che ha caratterizzato l’anno 2016 nel comparto dell’editoria d’informazione.

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E’ tempo di freedom on information act (ne sapremo approfittare?)

Per chi vorrà o saprà approfittarne è giunto anche per il BelPaese il tempo di applicare il F.O.I.A. Quanti sono i ragazzi che girano per strada con un coltello tascabile? Si parla tanto di bullismo (e di cyberbullismo, in particolare), e sarebbe quindi utile conoscere quanti sono i minori che dispongono di un arma da taglio “da passeggio”; così come sarebbe utile capire se questo comportamento è oggetto di controlli da parte delle forze dell’ordine, se il fenomeno esiste, è in crescita, se è correlato con le aggressioni tra minori, e così via.
A queste domande si può rispondere in vari modi: basandosi sulla “percezione” dei cittadini (e si fa un sondaggio), oppure sul sentito dire (due chiacchere con le forze dell’ordine). Ma si può anche tentare di partire dai dati della realtà, così come disponibili. È quanto ha fatto di recente il Bristol Post, che dalle informazioni emerse a seguito di una richiesta Foia ha dato il via ad una inchiesta che tocca questi argomenti (ed altri ancora).
È solo uno dei molti esempi che si potrebbero portare di un giornalismo che sa giovarsi di un oculato e consapevole esercizio del right to know. L’Italia, come forse non è abbastanza noto – anche tra gli addetti ai lavori, è buon ultimo tra gli ordinamenti soi-disant civili e democratici

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Manuale di verifica

 

La verifica delle notizie nell’abc del giornalismo viene posta molto in alto, forse alla lettera B, seconda soltanto alla voce “trova le notizie”. Nel mondo reale, quello dentro la rivoluzione digitale, da circa trentanni, e dove le notizie corrono, si rincorrono, si alimentano e autoalimentano online, servono competenze altre, non alternative ma complementari a quelle comunque necessarie e che sono saldamente inserite da sempre (forse) nel vademecum di ciascun operatore professionale dell’informazione, comunemente detto giornalista. Queste competenze diverse stanno dentro alla comprensione profonda del cambiamento in atto nella società in seguito alla rivoluzione digitale e sono strettamente legate ad una comprensione profonda e culturalmente adeguata del fenomeno in atto non alla sola evoluzione tecnologica che molti continuano a ritenere sia l’unica manifestazione della rivoluzione digitale. Come faceva notare qualche giorno fa Pierluca Santoro su Datamediahub ci sono segnali molto precisi di questo effetto:

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Diffamazione online. Facciamo chiarezza

Cerchiamo di fare chiarezza su un tema quanto mai dibattuto. Questa volta ci facciamo aiutare dalla “nostra” avvocata Deborah Bianchi. Il contributo che segue si rivela necessario alla luce di una recente pronunzia della nostra Cassazione che pare avere messo in subbuglio gli ambienti dei giornalisti digitali.
Si tratta della cosiddetta “sentenza Tavecchio” ovvero Cass. 54946/16; depositata lo scorso 27 dicembre 2016 ( che trovate scaricabile in fondo) che condanna il direttore di un giornale online e il giornalista che ha redatto il pezzo per un articolo diffamatorio apparso nelle colonne elettroniche a dispetto del principio giurisprudenziale della “non responsabilità” del direttore per i contenuti caricati dai terzi.
A questo punto, molti si sono interrogati sui limiti della responsabilità del direttore della testata telematica o del gestore di un blog per i commenti postati  sulla piattaforma dagli utenti o anche dai propri giornalisti. Occorre sorvegliare sempre e comunque? Esistono altre alternative alla sorveglianza h24?

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