Risolvere il problema nascosto del giornalismo

Le metriche sulle quali sudiamo, delle quali discutiamo e soprattutto sulle quali è basato il modello di business attuale (e per sempre?) dell’editoria, in realtà non forniscono informazioni davvero utili per il giornalismo. Convenzioni, che fanno comodo a molti, che portano sempre più lontano da un giornalismo di qualità e da se stesso o meglio dalla funzione che dovrebbe assolvere.

“Il cammino verso un giornalismo sostenibile, già  in lotta con un perturbato  modello di business pubblicitario, è anche minato da qualcosa di inaspettato: i dati terribili” . Esordisce così il documento conclusivo  dello studio di Tom Rosenstiel che suggerisce una nuova visione ed utilizzo delle metriche. La ricerca è del Center for Effective Public Management di Brookings.

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Liberate Gabriele Del Grande #iostocongabriele

Chi ci segue sa che non siamo un sito di breaking news e che anzi preferiamo prenderci tutto il tempo possibile per riuscire a riflettere a fondo anche su notizie impellenti e importanti che non lasciano ne lascerebbero neanche un secondo alla riflessione a chi fa il mestiere di informare, ma noi proviamo a capire a interpretare a riflettere sui modi e sui tempi della nostra professione di giornalisti e non corriamo dietro alle notizie, non ne avremmo i mezzi oltretutto, ma proviamo a capirle per come vengono raccontate. Nel caso di Gabriele Del Grande ci sentiamo costretti a rinnegare noi stessi e a vincere la nostra proverbiale ritrosia a rincorrere la cronaca e a cercare di raccontare a tutti chi è questo giovane giornalista toscano che è stato sequestato in Turchia e di cui vorremmo avere notizie certe al più presto: magari direttamente dalla sua voce.
Gabriele, che forse non è nemmeno in possesso del tesserino professionale da giornalista, è uno dei migliori professionisti dell’informazione che abbiamo in Italia. Una persona che possiede una dote rarissima quella di riuscire a restare umano mentre svolge il proprio mestiere, di più, non solo non perde di vista la propria umanità, ma riesce a raccontare le storie che approfondisce aggiungendo umanità a umanità per non farci perdere di vista l’essenza

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Nel buio la democrazia muore

Venerdi 7 aprile nella Sala dei Notari del Festival internazionale di Perugia 2017, Cameron Barr, introdotto da Lucia Annunziata, direttrice di Huffington Post Italia, ha fatto uno speech che tutti coloro che studiano o lavorano nel giornalismo dovrebbero leggere.

 

 

Cameron Barr è il managing editor del Washington Post, il giornale del Watergate che – dopo le prime pesanti bordate contro la grande stampa indipendente venute da Donald Trump divenuto presidente degli Stati Uniti – ha messo sotto la propria testata (e la mantiene in ogni edizione, stampata e digitale) una scritta che inquieta: “Democracy dies in darkness”. Nel buio la democrazia muore.

 

 

Ho proposto a Lsdi di riprendere e diffondere testualmente le parole di Barr perché raccontano e spiegano, con una semplicità totale, l’essere giornalista con onore e con successo nella situazione piu’ difficile di scontro con il potere.

 

 

Penso che l’allarme lanciato dal giornale diretto da Martin Baron, (alla guida del Boston Globe ha fatto uscire l’inchiesta di “Spotlight” sulla pedofilia nel clero), debba oggi risuonare forte anche in Europa.

Raffaele Fiengo

 

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L’app contesa: condanna in 1° grado per Facebook

Facebook condannata in primo grado per violazione del diritto d’autore e concorrenza sleale. La sentenza dello scorso agosto (ma pubblicata solo a marzo 2017) è stata emessa dal Tribunale di Milano. A citare in giudizio la grande società americana è Business Competence una società della provincia di Milano specializzata in piattaforme digitali, tra le quali Dogalize, social network per amanti di cani e gatti. Facebook, a seguito della sentenza di primo grado, è stata costretta a ritirare la sua applicazione Nearby. Il social ha impugnato la sentenza davanti alla Corte d’Appello di Milano che con provvedimento in data 28 Dicembre 2016, ha rigettato l’istanza della piattaforma social di sospensione della provvisoria esecutività della sentenza impugnata. La prima seduta dell’appello è fissata per martedì 4 aprile 2017. Ad oggi quello che si trova sulla piattaforma social su Nearby è poco. Al centro del contendere un algoritmo. Spieghiamo meglio: ciò che sta dietro il funzionamento di due applicazioni che utilizzano la geolocalizzazione dell’utente Facebook per consigliare attività commerciali, ristoranti nelle vicinanze, con tanto di commenti e votazioni degli amici. La risposta che la sentenza deve dare è chi si è inventato quell’algoritmo? In primo grado è stato stabilito che FB quell’algoritmo l’ha copiato.

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Sbagli epici e loro conseguenze

Social Media Fail Marketing: quando l’orrore corre sul like. Althea, Algida, American Airlines, Melegatti, Barilla ma non solo. Dalle cicciottelle alla Brexit, cos’è che fa davvero indignare il web? Ma soprattutto, chi è che lo spinge a indignarsi? Spingitori di indignatori sul web e non solo: un’avventura drammatica (nel vero senso della parola) nel mondo del web che si indigna, non perdona e il giorno dopo dimentica e torna a consumare. Effetti distopici di una realtà digitale in cui non si può più sbagliare. Consigli e best practice per non perdere la pazienza… che tanto “domani è un altro social media epic fail”.  A digit16 insieme a Valentina Vellucci, social media manager e specialista in marketing online abbiamo provato a capire cosa si cela dietro un epic fail, abbiamo provato a smontare le strategie di comicazione, interpretarle, capire se mai ci fosse una strategia di comunicazione o un errore nei fail provocati da alcune campagne di comunicazione; e perchè ogni attimo un nuovo fail sia in agguato online pronto a prendersi gioco di noi e dei nostri tentativi di comunicare in modo corretto.

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L’unico algoritmo buono è l’algoritmo morto

 

Lo sapete ci piace scherzare e quindi prendete il nostro titolo come una citazione, un estratto da uno dei nostri film preferiti trasformato ed adattato alle tematiche che proviamo ad affrontare in questo pezzo che vorremmo fosse solo il primo di una serie di articoli che riuniremo in un dossier al quale ci piacerebbe moltissimo partecipaste tutti e in cui proveremo ad esaminare una tematica piuttosto importante per la società odierna: gli algoritmi. Per farlo useremo in prima battuta lo “sbobinamento” realizzato da Marco Dal Pozzo, nostro sodale e studioso di tematiche digitali preziosissimo, ma soprattutto useremo le riflessioni utilissime emerse durante l’incontro al centro dello sbobinamento suddetto e avvenuto nel novembre scorso durante Glocal16 il festival sul giornalismo digitale iperlocale organizzato e realizzato da Varese News a cui siamo gemellati come digit e al quale collaboriamo come Lsdi. L’incontro in questione dedicato proprio al tema degli algoritmi è stato voluto da Marco Giovannelli e realizzato, orchestrato e condotto da Michele Mezza. Sul palco per illuminarci su questa delicata e complessa  tematica tre studiosi sopraffini, due filosofi e uno psico-sociologo : Giulio Giorello, Fabio Minazzi, e Derrick de Kerckhove.  La parola a Loro e poi a Voi e buona lettura.

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Di dieta mediatica, di Uber, di sperimentazioni (segnalazioni dal mondo)

Buon lunedì, iniziamo la settimana con un po’ di letture – a nostro parere – interessanti. Chi mette i tweet sulla carta, chi racconta a fumetti il dietro le quinte delle notizie, di gruppi chiusi per distribuire le notizie in modo efficace e di chi dai gruppi chiusi vuole uscire, e poi, ancora, di Uber(?) si c’entra pure qui e di una applicazione che vuole aiutarci nella dieta mediatica. Di seguito trovate gli estratti più interessanti e i link alle fonti dirette.

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Crozza e i giornalisti: l’informazione in Italia diventa oggetto di satira

Architettura dell’informazione

Cominciamo con oggi a pubblicare, come facciamo come consuetudine da 5 anni cioè da quando abbiamo dato vita al festival, i video dei workshop di #digit16. In particolare iniziamo con << architetture sociali >> l’incontro con Federico Badaloni, giornalista del gruppo l’Espresso specializzato nella progettazione di ambienti informativi. Il tema è centrale a nostro avviso per comprendere il cambiamento, per entrare dalla porta principale dentro la rivoluzione digitale e provare a comprendere, soprattutto per i professionisti dell’informazione, detti anche giornalisti, come e quanto sia cambiato il nostro ruolo dopo trentanni di “rivoluzione”. Federico introduce le sue due ore di riflessioni sul tema prendendo a prestito una similitudine – novello Dante Alighieri – e introduce il tema raccontando agli astanti un’epopea, quella delle grandi esplorazioni e in particolare la sfida fra Amundsen e Scott per la conquista del Polo Sud.

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L’indice della civiltà digitale

Cogliendo al volo una suggestione contenuta in una pezzo pubblicato nei giorni scorsi da Pier Luca Santoro su Datamediahub in cui veniva raccontata in estrema sintesi un’indagine globale condotta da Microsoft sugli abusi online in un’infografica e sulla scorta dei risultati di un’indagine su un tema molto simile cui abbiamo partecipato noi stessi di Lsdi realizzata negli ultimi due anni appena trascorsi dal Cospe in sei diversi stati europei,  vorremmo provare ad approfondire l’analisi del lavoro fatto dalla Microsoft, estraendo e traducendo alcuni stralci dal rapporto conclusivo sulla ricerca e poi provando a confrontarli con i risultati raggiunti al termine ricerca sull’hate speech cui abbiamo preso parte anche noi.

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Quale moneta di scambio? (segnalazioni dal mondo)

Quale moneta di scambio serve per avere lettori soddisfatti e paganti? La domanda è sempre la stessa anche se declinata in diverse forme. La risposta? Difficile da trovare, noi azzardiamo un “difficile trovare la volontà di cercarla”. Ci pare che, salvo pochi casi (che negli anni abbiamo segnalato e che rimangono sempre quelli) né il giornalismo italiano né gli editori italiani abbiano quella volontà di cui sopra. Partendo da una riflessione di Filloux su MondayNote, proviamo a proporvi alcune sperimentazioni che possano farci riflettere su quanto realmente siamo lontani dal coniarla quella “tanto desiderata” moneta. 

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