La visibilità, il lavoro gratuito e il nodo dell’ equo compenso

| 27 settembre 2012 | Tag:, , , , , , , , , , , , , , ,

Una riflessione a caldo sull’ onda delle polemiche innescate dall’ arrivo di  HuffPost Italia e dall’ appello lanciato su Lsdi da Carlo Gubitosa – Daniele Chieffi:’’ Far passare il concetto che si possa ‘contribuire’ all’informazione in maniera gratuita non fa altro che rafforzare la logica degli editori che pagano con una manciata di centesimi un articolo’’ .

 

La Fnsi e la cultura degli editori alla vigilia del rinnovo del contratto – L’ errore dell’ Ordine che continua ad illudere migliaia e migliaia di aspiranti giornalisti facendo credere che un tesserino da pubblicista possa essere un viatico per la professione   

 

 

di Pino Rea

 

La previsione è di 5 milioni di utenti unici/giorno medio per l’intera property Gruppo Espresso/HuffPost , che per l’Italia è un numero molto ma molto pesante, come segnala Daniele Chieffi – Huffington Post, l’oligopolio che avanza (e sfrutta) -.

E’ in questo contesto che bisogna valutare le parole di Lucia Annunziata, quando sostiene  che “i blog non sono un prodotto giornalistico, sono commenti, opinioni su fatti in genere noti; ed è uno dei motivi per cui i blogger non vengono pagati”.

 

O, meglio, vengono compensati a suon di visibilità. E’ la filosofia della signora Arianna, inventrice di quello che poi altro non è, paradossalmente, se non un mega blog, e che qui da noi non poteva che trovare un terreno fertilissimo, vista la cultura complessiva dell’ industria editoriale del paese.

 

Intendiamoci, la visibilità può essere un valore analogo al salario: immateriale ma in grado di produrre soldi, anche parecchi soldi. Per Giulio Tremonti,  ad esempio, un blog sull’ HuffPost Italia non sarà mai fatica sprecata; se gli chiederanno un articolo o un intervento da qualche parte potrà ottenere 1.000 euro di cachet in più, oppure verrà chiamato più spesso in tv perché ‘’lui è dell’ Huffington Post’’.  E poi la visibilità è segno di appartenenza, rappresenta un forte elemento di inclusione all’ interno dei vari dispositivi (associazioni, partiti, salotti, club, ecc.) che producono potere sociale.

 

Poi, certo, ognuno è libero di scrivere gratis, volontariamente, quanto e dove gli pare. Ci mancherebbe. Il giornalismo partecipativo, fatto anche da non professionisti, il giornalismo ‘’amatoriale’’, la passione per la curiosità, l’ approfondimento e la testimonianza, sono dei segmenti fondamentali del nuovo flusso di informazione reso possibile dal digitale.

 

Ma qui stiamo parlando di industria editoriale.  Di profitti, lavoro, salari, ecc.

 

La visibilità fa bene a chi è già ben visibile (e, soprattutto, ha già un suo profilo professionale delineato e non sta cercando di entrare nella professione giornalistica). La visibilità  in cambio di lavoro (non proprio volontario, diciamo) diventa invece un vero e proprio baratto (come ha scritto Rudy Bandiera), e per giunta obbligato, forzato.  Una sorta di ‘’estorsione’’.

 

Più in generale, come osserva Chieffi, ‘’far passare il concetto che si possa ‘contribuire’ all’informazione in maniera gratuita non fa altro che rafforzare la logica degli editori che pagano con una manciata di centesimi un articolo’’.

 

E in questo caso si tratta di un gruppo editoriale imponente che, con l’ operazione HuffPost, si avvia decisamente verso una posizione oligarchica all’ interno dell’ editoria digitale. Non stiamo parlando di iniziative editoriali fragili, che sgomitano sulla scena fidando in un costo della produzione dei contenuti tendente allo zero.  Oppure di startup auto imprenditoriali, che non hanno davanti nessuna chance di incontrare qualche venture capitalist o qualche Fondazione che gli offre di sostenerlo con qualche milione di euro.

 

Lavoro (gratis) in cambio di visibilità: non è un contratto equilibrato.

 

Ed è a questo punto che entrano in campo le questioni di carattere sindacali. La giunta della Fnsi – mi dispiace dirlo – ha impegnato in questi giorni tutte le sue energie sul caso Sallusti, e probabilmente non le è rimasta la voce per poter dire qualcosa sul lavoro gratuito all’ HuffPost.

 

Ma il problema è rilevante e, secondo noi, anche perché coinvolge pienamente la questione dell’ equo compenso.

 

Daniele Chieffi vi ha accennato:    ‘’come si concilia (tutto) questo con la battaglia che il sindacato dei giornalisti sta conducendo per l’equo compenso? . Ah, forse il problema è che quelli sono blogger e non giornalisti. Se è così c’è molta miopia in questo atteggiamento’’.

 

Ecco. Il fatto è che i cerchi concentrici intorno ai nuclei redazioni centrali continuano ad allargarsi e ad ispessirsi. Dentro i nuclei centrali ci sono pochi contrattualizzati (bene) e parecchi contrattualizzati male (con le forme contrattuali più artificiose). Fuori, nella redazione diffusa, migliaia e migliaia di autonomi e precari che cercano di spingere verso l’ interno, respinti da una barriera fatta di stati di crisi, prepensionamenti, colli di imbuto più stretti della famosa cruna dell’ ago. (A proposito, avrete letto qualche giorno fa la risposta orgogliosa al Cdr di Repubblica da parte del Gruppo Espresso che rivendicava, con le 10 assunzioni all’ HuffPost, di aver dato vita all’ unica iniziativa occupazionale che si è registrata quest’ anno in Italia….)

 

La redazione diffusa (che è parte integrante del sistema industriale giornalistico) è in fermento, ribolle, come tutti sappiamo molto bene. Il sindacato si sta battendo a favore della Legge sull’ equo compenso. E’ un impegno forte e convinto. E bisogna darne atto ai vertici della Fnsi.

 

Ma il sindacato sta sperimentando anche, ancora una volta,  come la cultura industriale degli editori della Fieg non cambi di una virgola: gli editori, come dicono a Roma, ‘’so’ de coccio’’. ‘’Dei collaboratori esterni non parliamo’’. Tanto che non hanno voluto nominare il loro rappresentante all’ interno della Commissione che, secondo quando previsto dalla legge,  dovrebbe gestire l’ equo compenso per i giornalisti*. Ovviamente per non essere corresponsabilizzati sul fronte delle decisioni retributive sul lavoro autonomo giornalistico.

 

Ma quel nodo dovrà venire al pettine. Presto.  Il contratto è in scadenza. E questa volta l’ assedio di Corso Vittorio Emanuele da parte della ‘’redazione diffusa’’ sarà prevedibilmente molto aspro.

 

In un modo o nell’ altro, anche se non attraverso una legge dello stato,  l’ equo compenso dovrà entrare con forza e per forza nel contratto.

 

E l’ Ordine dei giornalisti**? A parte la sua azione di propaganda nel campo del precariato, ha una piena e grave corresponsabilità: continua a coltivare l’ illusione che si possa essere giornalisti senza versare un euro di contributo all’ Inpgi (ci sono almeno 50.000 giornalisti iscritti all’ Ordine che sono completamente ”sconosciuti” all’ Istituto di previdenza) e a difendere a spada tratta una divisione fra professionisti e pubblicisti che non ha più nessuna ragion d’ essere.

Illudendo così migliaia e migliaia di giovani – mentre gli accessi alle redazioni  sono sbarrati – che un tesserino da pubblicista, alla fine, possa essere un obbiettivo non proprio allettante, ma comunque ‘’minimo’’.

 

Altrove si è giornalisti perché si viene pagati per il proprio lavoro. Qui si cerca di diventare giornalisti nella speranza di venir pagati un giorno.

 

Intanto, semmai, si può anche lavorare gratis.

 

—-

 

*L’art 2 della legge disegna la composizione della Commissione che deve valutare l’ equità retributiva del lavoro giornalistico e dovrebbe essere composta (secondo la proposta di legge) da 5 persone: 1 rappresentante del Ministero del Lavoro, 1 del Ministero dell’Economia, 1 dell’Ordine nazionale e 1 della Fnsi. Manca – guarda caso –  il quinto rappresentante, cioè quello degli editori (Fieg), che non vuole entrare.

** Aggiornamento: sono componente del Consiglio nazione dell’ Ordine. 

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