Un pacchetto coordinato di riforme potrebbe portare il livello del prodotto interno lordo italiano più in alto del 3,9% tra dieci anni, secondo una simulazione dell’OCSE. Il numero è uno dei dati più rilevanti nel rapporto sull’Italia presentato oggi al CNEL, ma va letto con attenzione: non è una previsione di crescita annua, né un aumento già acquisito. È lo scarto stimato rispetto a uno scenario di riferimento, se venissero realizzati interventi ambiziosi su istituzioni, competenze, occupazione, regole per le imprese e ricerca.
Il rapporto arriva mentre l’Italia ha mostrato una tenuta migliore del previsto agli shock degli ultimi anni, ma resta esposta a produttività debole, invecchiamento della popolazione, debito elevato e costi energetici. Per famiglie e aziende la questione è quindi concreta: quali condizioni possono sostenere redditi e investimenti nel tempo, e quali passaggi restano ancora da compiere?

Il 3,9% è uno scenario a dieci anni, non una promessa
La tabella dello Studio economico OCSE Italia 2026 descrive l’effetto cumulativo simulato di un insieme di riforme selezionate sul livello del PIL: 3,9% dopo dieci anni e 11,9% dopo venticinque. Sono valori costruiti rispetto alle proiezioni di riferimento e accompagnati dall’avvertenza che le stime sono incerte. Dicono quale spazio potrebbe aprirsi se si verificassero le ipotesi considerate; non indicano quanto crescerà il PIL ogni anno e non misurano un beneficio immediato in euro per ciascuna famiglia.
La distinzione conta anche perché il rapporto presenta altri numeri su orizzonti diversi. La crescita reale italiana è stata dello 0,5% nel 2025 e l’OCSE prevede un’espansione moderata nel breve periodo, frenata anche dal rincaro dell’energia. La simulazione delle riforme guarda invece al potenziale strutturale e a un confronto di lungo termine. Accostare i due dati senza spiegazione farebbe sembrare il 3,9% un rialzo imminente, mentre dipende da scelte che devono essere progettate, approvate e attuate.
Quali cambiamenti entrano nella simulazione OCSE
Il pacchetto combina cinque aree. La prima riguarda l’efficacia e l’integrità delle istituzioni: nello scenario OCSE l’indicatore dello Stato di diritto raggiunge entro il 2036 il terzo quartile dei Paesi dell’organizzazione. La seconda punta sulle competenze, con istruzione e capacità della forza lavoro più vicine ai livelli medi OCSE. La terza riduce il cuneo fiscale sul lavoro per alcune tipologie di contribuenti, nella misura indicata dal modello.
Le altre due leve toccano la regolazione dei mercati e la ricerca. L’OCSE ipotizza meno barriere all’ingresso e un contesto normativo più vicino alle medie internazionali, insieme a una spesa per ricerca e sviluppo allineata alla media dell’area euro entro il 2036. Nessuna di queste singole misure, presa isolatamente, produce il risultato complessivo: il 3,9% somma gli effetti simulati di un pacchetto. La tabella assegna contributi diversi alle aree e arriva a un totale di 11,9% sul periodo di venticinque anni.

Il nodo pratico è trasformare le ipotesi in risultati
Nel rapporto, il capitolo sulle imprese segnala una crescita della produttività italiana inferiore a quella dell’area euro dalla metà degli anni Novanta. Tra i fattori discussi figurano la prevalenza di aziende piccole, le difficoltà di espansione e innovazione, gli ostacoli regolatori e gli investimenti in ricerca inferiori al potenziale. Il capitolo sul lavoro richiama invece il divario occupazionale di giovani e donne e le competenze da rafforzare, in un Paese che invecchia.
È qui che si misura la distanza tra simulazione e politica economica. Ridurre oneri o imposte richiede coperture e scelte di bilancio; aumentare ricerca e formazione richiede risorse, tempi e capacità di spesa. L’OCSE presenta le proprie cifre come un’indicazione del potenziale, non come una previsione certa. Le decisioni su strumenti, priorità e calendario spettano alle istituzioni italiane, mentre gli effetti dipenderanno anche dall’andamento dell’economia internazionale e dei prezzi dell’energia.

Il confronto ospitato oggi dal CNEL ha richiamato anche il ruolo del PNRR e del Piano strutturale di bilancio di medio termine nel mantenere gli investimenti oltre la fase straordinaria del Recovery. Il problema non è soltanto spendere le risorse disponibili: per aumentare la produttività servono progetti completati, infrastrutture funzionanti, competenze utilizzabili dalle imprese e regole che consentano alle aziende più dinamiche di crescere.
Conclusioni finali
Il dato OCSE del +3,9% in dieci anni rende visibile il possibile rendimento di riforme coordinate, ma non garantisce un esito automatico. La stima riguarda il livello del PIL rispetto a uno scenario di base e si fonda su ipotesi verificabili solo nel tempo. Il rapporto mette sul tavolo leve precise — qualità delle istituzioni, istruzione, partecipazione al lavoro, regolazione e ricerca — e ricorda che la crescita futura dipende dalla loro attuazione. Per capire se l’Italia si avvicinerà a quel potenziale occorrerà seguire decisioni di bilancio, riforme e risultati su produttività e occupazione.
Fonti
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