I giornali forse stanno morendo ma la colpa non è di internet e il giornalismo continua ad andare forte

| 10 settembre 2013 | Tag:, , , , , , , , , , , ,

Brock-copI giornali erano in crisi ben prima che arrivasse internet e il giornalismo sta andando alla grande se uno sa dove andare a guardare. Non è una novità, ma se lo dice Mathew Ingram vale la pena di seguire la sua analisi.

 

Su Paidcontent  Ingram dedica un ampio articolo all’ ex giornalista e professore George Brock, responsabile dei programmi di giornalismo della City University di Londra, secondo cui se i giornali sono su una china molto scivolosa da un po’ di tempo, quella che il giornalismo sta attraversando è ‘’una evoluzione naturale e non certo una catastrofe’’.

 

Fra le pillole di ‘’saggezza’’ che vengono tirate fuori quando si parla di crisi dell’ industria dei giornali c’ è la convinzione secondo cui il principale colpevole sarebbe internet: sia internet in generale che alcuni servizi specifici del web come Craigslist (un servizio di piccoli annunci che ha avuto un successo strepitoso).
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Ma se la democratizzazione della diffusione dei contenuti e la loro atomizzazione ha accelerato quel declino, Brock sottolinea che la crisi era in atto già da tempo: lo fa  in un libro pubblicato di recente (Out of Print. Newspapers, Journalism and the Business of News in the Digital Age) e in un articolo uscito sul blog The conversation e intitolato “Spike the gloom — journalism has a bright future”.  Ognuno di noi ha un esempio preferito di questo declino – sostiene -, come la vendita del Boston Globe per il 97% in meno di quanto fu pagato due decenni fa, oppure le massicce ondate di licenziamenti che continuano a spazzare il settore.

 

I giornali non sono la stessa cosa del giornalismo

 

Non ci vuole molto a trovare altri dati su questa tragedia – aggiunge Ingram -, ma credo che Brock abbia ragione quando sostiene che ” questa immagine di degrado è unidimensionale, incompleta e non aggiornata “, e che il giornalismo è fiorente, se si sa dove guardare .

 

Tra i punti chiave del suo post Ingram ne cita quattro:

 

Il giornalismo si reinventa sempre. Il giornalismo ” è costretto a reinventarsi a intervalli regolari ” e lo ha sempre fatto, dice Brock, ogni volta che cambiamenti nel contesto economico, giuridico, tecnologico e culturale gli tolgono la terra da sotto i piedi. “Re- invenzione e sperimentazione sono le uniche costanti nella storia del giornalismo”.

I giornali non sono la stessa cosa del giornalismo.  I giornalisti confondono le due cose, dice Brock , ma quella che è passata per l’ età d’ oro dei quotidiani nella seconda metà del 20 ° secolo “è stata, in realtà , un lungo declino commerciale . I quotidiani britannici hanno raggiunto il picco nella diffusione nei primi anni 1950 . ”

La televisione ha ucciso più giornali di Internet. Sono molte di più le testate chiuse dall’ arrivo della tv ‘’di quante lo siano state dalla concorrenza di internet’’, spiega Brock . Internet ha peggiorato le cose e ha contribuito soprattutto ad uccidere i piccoli annunci, ma ” il declino della stampa è cominciato prima di Internet”.

La domanda di informazione è forte e in crescita. I giornali non possono beneficiarne, ma la domanda di notizie rimane forte , dice Brock . “Quello che è imploso è l’ efficacia di un modello di quotidiani di grandi dimensioni e generalisti che richiedono un forte afflusso di pubblicità per poter sostenere il processo informativo”.

 

Il giornalismo sta bene, grazie

 

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Brock  continua dicendo che alcune grandi testate giornalistiche saranno in grado di adattarsi ed altre no – e nel frattempo , alcuni di quelli che lui chiama “the insurgents of news publishing”  (gli insorti dell’ editoria giornalistica)  andranno  avanti per diventare i giganti del futuro . Tra questi ribelli indica siti come Talking Points Memo , l’  Huffington Post e BuzzFeed – l’ ultimo dei quali sta seguendo un modello noto di rottura, che consiste nel partire da qualcosa considerata banale o fuori della norma e poi costruire gradualmente su quella e spostarsi verso il mainstream.

 

Ad ogni modo – osserva ancora Ingram –  gli argomenti di Brock sono analoghi a quelli  avanzati dal fondatore di Business Insider , Henry Blodget,  in un post dedicato al fatto che saremmo in un “età dell’ oro per il giornalismo ” – una frase che Arianna Huffington ha utilizzato spesso per descrivere l’ innovazione che si sta verificando nei media online . Anche l’ esperto di media del New York Times, David Carr,  ha descritto in questo modo l’ attuale amiente mediatico durante un incontro a Toronto , dicendo che Twitter e le altre forme di citizen journalism, nonostante i difetti,  stanno avendo un impatto ampiamente positivo.

 

E l’ indicazione di Brock su BuzzFeed va benissimo – conclude Ingram – : se il sito è stato ampiamente criticato come infantile e / o irrilevante e molti giornalisti mainstream ridono all’ idea che potrebbe diventare qualcosa di diverso da un luogo dove pubblicare le foto dei gattini,  l’ azienda è redditizia e in rapida crescita e il suo fondatore, Jonah Peretti, annuncia che sta investendo pesantemente in entrambe le direzioni: sia nelle notizie d’ attualità che nel giornalismo investigativo – una cosa che poche o nessuna testata tradizionale stanno facendo.

 

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