Come la cronaca nera cambia la società

| 20 ottobre 2012 | Tag:, , , , , , ,

In un libro per le Edizioni San Paolo il criminologo Luca Steffenoni analizza i mutamenti che hanno segnato la cronaca nera e l’ uso che il potere ne ha fatto, fino a farla diventare un vero e proprio terreno di battaglia politica, a cominciare dal caso Lavorini, nel 1969 – Il ruolo chiave della televisione e il passaggio dall’ informazione all’ infotainment,  spesso macabro e allusivo, con  esasperazione della notizia, uso di un linguaggio evocativo e sempre meno obiettivo, ricerca spasmodica di qualche retroscena, meglio se piccante, e uso sfrontato delle immagini

 

 

di Fabio Dalmasso

 

Secondo una definizione da manuale la cronaca nera è quella sezione del giornalismo che si occupa di assassini, furti e scandali, tutti quegli episodi, cioè, che normalmente definiamo crimini. Un termine, quest’ultimo, che non però ha riscontro nel Codice Penale dove invece si parla di reati e si distingue tra delitti e contravvenzioni, a seconda della maggiore o minore gravità.

Nel linguaggio quotidiano e in quello giornalistico si è invece soliti definire chi viola la legge un criminale, coinvolgendo implicazioni critiche, reazioni emotive, di disapprovazione, componenti affettive, veri e propri giudizi di valore: da una definizione giuridica si passa, quindi, a un forte giudizio di sanzionamento e riprovazione, carico di valore simbolico.

Un valore che, dalla società, si ripercuote inevitabilmente sul giornalismo e che nel tempo ha trasformato la cronaca nera da mero resoconto di un fatto a vero e proprio genere a sé stante, che sempre più spesso scavalca i limiti del giornalismo e dell’informazione e varca quelli del genere letterario giallo tout court.

 

 

 

I cambiamenti della cronaca nera

 

 

Un cambiamento che il criminologo Luca Steffenoni ha ripercorso e analizzato nel libro Nera – Come la cronaca cambia i delitti (Edizioni San Paolo, 2011, 312 pag., 18 €). Attraverso un excursus storico ricco di dettagli e ben documentato, Steffenoni racconta, con uno stile diretto e accattivante, le tappe che hanno segnato un mutamento non solo giornalistico, ma soprattutto sociale: i limiti del buon gusto, dell’etica e spesso del mero buon senso sono stati spesso oltrepassati  spostando sempre più avanti il margine di notiziabilità di un fatto e il modo di raccontarlo.

 

 

L’ indiscutibile legame tra costume sociale e cronaca nera ha fatto sì che ogni nuovo omicidio, ogni nuovo articolo su un fatto di sangue spostasse un po’ più avanti il comune senso del pudore, o meglio, del dolore che, secondo l’autore, “forse, oggigiorno, è arrivato al capolinea”. Ma ne siamo sicuri? O non è forse in atto una corsa a chi fa vedere e racconta di più? Sempre più particolari, sempre più “retroscena” e curiosità macabre, sempre più sulla notizia raccontata in modo morboso e voyeuristico. C’è da domandarsi fino a che punto possa spingersi questa sfrenata gara: fino a quando avremo l’omicidio in diretta, magari annunciato con un tam tam pubblicitario?

 

 

 

La nascita

 

 

Ma la cronaca nera non è sempre stata così e sicuramente non si aspettava una tale evoluzione (o involuzione) lo scrittore inglese Henry Fielding che nel XVIII secolo, per convincere la camera dei Lords dell’importanza dei poliziotti di quartiere, iniziò a stilare resoconti dei processi giudiziari e delle indagini dando inizio alla nera. Racconti semplici, freddi, distaccati che dovevano essere le basi per il futuro giornalismo di nera, ma che già nel primo caso italiano citato da Steffenoni  sembrano venire meno.

 

Il 30 novembre 1896 Evelina Catermole, nota come Contessa Lara, viene ferita da un colpo d’arma da fuoco all’addome e morirà due giorni dopo. Immediatamente i giornali raccontano l’accaduto tuffandosi a capofitto in quello che ha tutti i crismi per diventare un vero e proprio scandalo: la campagna stampa punta tutto sulla scandalosa aristocrazia romana abituata a chissà quali nefandezze e intrighi sessual-amorosi di assoluta immoralità.

 

Rileggendo oggi gli articoli del tempo potremmo sorriderne: siamo (purtroppo) abituati a conoscere ogni più intimo particolare sia della vittima che dell’assassino o del presunto tale, conosciamo abitudini sessuali che nella maggior parte dei casi non hanno alcuna attinenza con l’omicidio, ma che fanno aumentare le vendite. Il mito delle tre esse, sangue, sesso e soldi, rimane uno dei capisaldi della nera e non è raro assistere ad una vera e propria trasformazione di banali omicidi in intrighi in cui i tre elementi sono i protagonisti. Abili operazioni di marketing mass mediatico.

 

 

La storia

 

Passando per il fascismo e il suo ambiguo rapporto con la cronaca nera, Steffanoni sottolinea le relazioni che si sono instaurate tra la politica e questo genere giornalistico: usata per distrarre l’attenzione pubblica o taciuta per mantenere un’immagine idilliaca della società, la cronaca nera è stata spesso terreno di battaglia politico, sfruttando impietosamente omicidi per attaccare l’avversario o insinuare dubbi sulla sua condotta.

 

Caso emblematico è stato l’omicidio di Ermanno Lavorini, nel 1969, in cui alla morbosità degli ipotetici incontri sessuali e alla ricerca del mostro a tutti i costi, si sono aggiunti le strumentalizzazioni e i biechi sciacallaggi politici. Ma siamo negli anni di piombo, ogni omicidio sembra che debba essere per forza collegato alla politica e la nera non si tira indietro: dal dopoguerra il modo di raccontare gli omicidi è cambiato, sono nati i giornali popolari, l’aula giudiziaria si è trasformata in un palcoscenico sui cui primeggiano i protagonisti, accusati e avvocati, e il pubblico si trasforma in tanti Miss Marple o Hercule Poirot alla ricerca del vero colpevole. L’industria della cronaca nera ha capito come far vendere copie ai giornali e, senza remore, non si lascia sfuggire un caso: tutti gli omicidi, anche i più banali, diventano così dei gialli in cui il lettore veste i panni dell’investigatore e l’opinione pubblica si divide tra innocentisti e colpevolisti. Il presunto colpevole viene chiamato per nome o con soprannomi (il biondino della spider rossa, i compagni di merende etc…) e luoghi sconosciuti ai più si trasformano in sinonimo di morte: via Poma, Cogne, Novi Ligure etc…

 

 

Tv e conclusioni

 

In tutto questo un ruolo chiave è stato ricoperto dalla televisione: dalla diretta su Vermicino in poi è stata una vera e propria escalation del dolore e del presunto mistero con trasmissioni di approfondimento in cui la ricostruzione degli omicidi avviene attraverso modellini vari e interventi degli esperti, come criminologi, psicologi e, star molto ambita dalla televisione del giallo, appartenenti alla forze dell’ordine, meglio se facenti parte della scientifica o simili.

 

Lentamente il lavoro del giornalista di nera si è completamente trasformato: se prima era lui a cercare la notizia, ora è la notizia, o meglio, i protagonisti della notizia ad andare da lui e ad imporsi. Gli inquirenti sono volti sempre più famigliari e la loro voglia di apparire in televisione viene appagata da un giornalismo che non disdegna l’ospitata di grido.

 

Il passaggio da informazione a infotainment è ormai avvenuto e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: esasperazione della notizia, uso di un linguaggio evocativo e sempre meno obiettivo, ricerca spasmodica di qualche retroscena, meglio se piccante, e uso sfrontato delle immagini, con messa in onda dei video fatti durante i sopralluoghi. Una cronaca nera, dunque, che da servizio di informazione si è trasformata in servizio di intrattenimento macabro, dimenticando che il suo unico scopo dovrebbe essere quello di informare.

 

 

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