Un contesto di rischio e sviluppo
L’imponente diga del Vajont, costruita tra il 1956 e il 1960 sul confine tra Friuli e Veneto, era uno dei progetti idroelettrici più ambiziosi dell’Italia del dopoguerra. La sua realizzazione, affidata alla SADE (Società Adriatica di Elettricità), rappresentava una sfida tecnico-industriale senza precedenti, inserita nel più ampio contesto della ripresa economica nazionale. Sin dai primi lavori, tuttavia, le popolazioni dei paesi limitrofi, i tecnici locali e alcuni amministratori manifestarono preoccupazioni legate alla stabilità del versante del Monte Toc, già segnato da fenomeni franosi fin dal XIX secolo.
Il corso degli anni accentuò questa tensione tra interesse nazionale e timori locali. Mentre vi era una generale pressione sul progresso infrastrutturale, parte della stampa tendeva ad affidarsi alle rassicurazioni ufficiali. Proprio qui trova spazio la voce fuori dal coro della giornalista Tina Merlin.
Tina Merlin, una cronista davanti al muro dei silenzi
Originaria del Bellunese, Tina Merlin operava nella redazione locale dell’Unità. A differenza di molti colleghi, indagava con costanza sulle sensazioni e i dati provenienti dal territorio, intervenendo pubblicamente per “dar voce” alle comunità preoccupate dagli eventi geologici osservati. Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, raccolse testimonianze di abitanti, tecnici e amministratori, evidenziando in più occasioni la correlazione tra movimenti franosi e progressivo innalzamento del livello dell’invaso a valle della diga.
Il lavoro investigativo di Merlin fu spesso ostacolato. La giornalista fu querelata per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico” – accusa dalla quale fu in seguito assolta – ma la sua attività sollevò consapevolezza e anche ostilità da parte di chi vedeva nella diga una promessa di modernità e benessere. È un caso emblematico dell’isolamento dei giornalisti d’inchiesta di fronte a grandi interessi economico-istituzionali.
I segnali ignorati e il rapporto tra fonti locali e potere economico
Nei mesi e negli anni precedenti al disastro, segnalazioni sui rischi idrogeologici continuarono ad affluire da residenti, operatori comunali e comitati locali. Registrazioni documentali testimoniano come varie autorità comunali riporteranno osservazioni inquietanti su fratture, piccoli smottamenti, depressioni del terreno e rumori anomali nella zona. Alla base di queste segnalazioni c’era una conoscenza diretta e quotidiana di un ambiente instabile.
Nonostante tutto, queste fonti locali risultarono sistematicamente minimizzate o non recepite dal potere economico rappresentato dalla SADE, e in diversi casi dall’amministrazione centrale. La sproporzione tra le competenze e i mezzi delle parti, unita alla tendenza delle grandi aziende e di alcune istituzioni a tutelare l’immagine del progresso, produsse come conseguenza una catena di sottovalutazioni e omissioni.

Il 9 ottobre 1963: la tragedia e le responsabilità
Alle ore 22:39 del 9 ottobre 1963, un enorme corpo franoso di circa 270 milioni di metri cubi precipitò nel bacino artificiale del Vajont, provocando un’onda che scavalcò la diga e travolse la valle sottostante. Furono almeno 1.900 le vittime ufficiali, interi paesi cancellati e una comunità irreparabilmente ferita.
La giustizia accerterà nelle successive inchieste giudiziarie una serie di precise responsabilità: fu riconosciuto che il rischio di frana era noto, che i dissesti idrogeologici erano stati documentati e che le procedure di gestione dell’invaso non avevano tenuto conto dei molteplici segnali di allarme. Tuttavia, il riconoscimento formale di queste responsabilità si incrociò fin da subito con la memoria pubblica, in cui si alternarono narrazioni volte a minimizzare, spettacolarizzare o riscrivere la sequenza degli eventi e delle colpe.
Memoria e interpretazioni: il ruolo dell’informazione
L’eredità giornalistica di Tina Merlin va oltre la denuncia preventiva. La sua vicenda mostra quanto sia cruciale, nel trattare disastri annunciati, saper leggere e rilanciare i segnali che provengono dal basso. Le sue inchieste, documentate su testate locali e nazionali, furono recuperate nei decenni successivi come esempi di professionalità, tenacia e senso di responsabilità. Tuttavia, la storia del Vajont offre anche la cartina di tornasole dei limiti della stampa in presenza di grandi interessi economico-politici e della necessità di vigilare sul rischio di cooptazione o censura indiretta.
Le interpretazioni successive del disastro, mutuate da narrazioni politiche, artistiche e giornalistiche, hanno oscillato tra la celebrazione del progresso e la denuncia delle omissioni. Proprio il “caso Merlin” mostra quanto sia difficile conciliare memoria collettiva, giudizio storico e fatti accertati oltre ogni ricostruzione emotiva.
Oggi: metodi per affrontare disastri annunciati e conflitti di interesse
L’esperienza del Vajont e il lavoro di Tina Merlin sono tuttora una bussola. Di fronte ai nuovi disastri ambientali e grandi opere, il giornalismo d’inchiesta deve adottare pratiche sistematiche di ascolto delle fonti locali, puntuali verifiche sulla presenza di conflitti di interesse, strumenti di analisi dei dati aperti, e predisporre reti collaborative fra cronisti, tecnici indipendenti ed enti di sorveglianza. È fondamentale potenziare la trasparenza dei dati ambientali e ingegneristici legati ai grandi progetti, chiedendo conto pubblicamente di ogni segnalazione e avvalendosi anche di piattaforme partecipative, mappe digitali e accesso agli archivi tecnico-amministrativi.
Solo così è possibile conciliare l’autorevolezza dell’analisi giornalistica con il dovere di prevenire l’isolamento di chi lancia allarmi fondati e aprire davvero gli spazi di dibattito pubblico sulle grandi decisioni che impattano il territorio.
Fonti e approfondimenti
Nota: questo approfondimento originale recupera un URL dell’archivio storico LSDI senza ripubblicare il testo precedente.
- Dipartimento della Protezione Civile, la frana del Vajont
- Treccani, Tina Merlin e il Vajont
- Cierre Edizioni, Quella del Vajont – Tina Merlin, una donna contro

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