La rana che bolle

| 2 Marzo 2022 | Tag:, , , , , , ,

C’è un delizioso saggio uscito nel bel mezzo della pandemia – 2020 – scritto a quattro mani da Maria Pia Rossignaud e Derrick de Kerckhove che si intitola “Oltre Orwell il gemello digitale” di cui oggi vorremmo parlarVi.  Nel breve pamphlet la giornalista scientifica e il sociologo e accademico dell’Università di Toronto, si occupano di una delle questioni centrali della cultura digitale: come si sta trasformando la nostra società dopo la transizione digitale. In particolare proprio prendendo spunto dalla metafora che abbiamo usato per il titolo di questo articolo,  i due studiosi ci portano a riflettere sulla questione della corretta percezione che ognuno di noi ha delle trasformazioni in corso. Nessuno vorrebbe svegliarsi in un mondo cambiato completamente senza averne avuto la percezione” dicono fra le altre cose gli autori –  eppure a noi sembra che  l’atteggiamento più diffuso fra le persone sia di accettare passivamente un modello sociale totalmente dipendente dai “cosiddetti” progressi tecnologici. Fino ad arrivare ad esempi davvero “impressionanti”  di controllo sociale, realizzato attraverso  l’uso di apparati tecnologici. Come già accade in Cina,  dove i cittadini vengono monitorati e gestiti da appositi algoritmi,  che li premiano o penalizzano stilando una apposita classifica di “merito” e assegnando loro relativi punteggi.  O ancora il “modello Singapore” di cui proprio  lo stesso Derrick de Kerckhove ci ha parlato in una passata edizione di digit:

 

 

 

 

Singapore si pone come Stato precursore del controllo urbano attraverso la sorveglianza fondata sui big data e gli smartphone. Un modello di vita che può essere ideologicamente poco accettabile ma è coerente con i tempi moderni. I cittadini, come la maggior parte di noi, trascorrono molta della loro vita attiva di fronte a uno schermo, lasciano tracce: sono geolocalizzati, si sa cosa scrivono e dicono. Le istituzioni di Singapore hanno deciso di fare pieno uso di tali informazioni al fine di garantire ordine sociale e comportamenti corretti. Nessuno sporca la città, nessuno trasgredisce la legge.

 

Ecco alcune imposizioni: vietato masticare chewing gum fuori casa; non sputare per terra; multa per non avere scaricato un bagno pubblico; bacchettate sulle mani per gli autori di graffiti; fustigazione per gli atti vandalici. Tutto ciò riguarda lo spazio pubblico, non mancano le regole per quelli privati: nessuna pornografia è permessa; l’omosessualità maschile è illegale e punita con due anni di carcere; è illegale camminare nudi in casa fuori dal bagno.

Questo regime è “democratura”, cioè un sistema vigoroso di leggi e ordine, che la maggior parte, ma non tutti, i soggetti accettano per gli evidenti vantaggi. Lee Hsien Loong, salito al potere nel 2004, implementa nuovi divieti e telecamere di sorveglianza un po’ ovunque. Siamo alla ricreazione di Argus, il gigante della mitologia greca che tutto vede con i suoi 100 occhi. L’attuale capo del governo ha sostituito la democratura del padre con la datacrazia: siamo al “governo dell’algoritmo”.

 

 

 

 

Governati dalle macchine. Non intenzionalmente e nemmeno consapevolmente, ahinoi. Ma è proprio questo che sta accadendo. Ricordate il bel libro di Nicholas Carr “La gabbia di vetro” , dove si faceva cenno al comunicato della Federal Aviation americana in cui si invitavano i piloti di linea a “incentivare le manovre di volo manuali ove opportuno”. Era il 2013, otto anni fa, e già l’automazione che stava  sostituendo, in modo progressivo e definitivo, alcune funzioni prima tipicamente umane o al più  ibride – uomo macchina – nel campo dell’aviazione civile; si stava tramutando in un grave problema. L’uso eccessivo del pilota automatico, diceva fra le altre cose quel comunicato della FAA del 2013, “potrebbe condurre a una diminuzione della capacità del pilota di recuperare velocemente l’aereo in una situazione di difficoltà”.  In un altro passaggio saliente del loro saggio Rossignaud e De Kerckove chiariscono molto bene questo  concetto:

 

 

 

Stiamo vivendo un momento critico (epocale) della cosiddetta trasformazione digitale. Quando si parla di trasformazione digitale noi tutti pensiamo che sia solo una questione di business, e sì, forse, anche un pochino di vita sociale e politica, ma fondamentalmente nulla di ciò che è in realtà: vale a dire un radicale e profondo reset dell’individuo umano e della società. Continuiamo a pensare che la trasformazione digitale sia al servizio dell’uomo, mentre sta diventando chiaro che accade il contrario: siamo noi ad essere al servizio della trasformazione digitale.

The web is using us, il video di Michael Wesch, ha dimostrato, già nei primi anni di questo secolo, che è la macchina a servirsi dell’utente. L’antropologo americano precisa che gli utenti web sono il web, perché ogni volta che fanno clic su un collegamento la macchina lo ricorda per il futuro. L’uomo diventa servomeccanismo della macchina perché da fruitore di servizi della macchina si trasforma in cibo per la macchina stessa avendo l’illusione di controllare lo schermo.

La trasformazione digitale è quindi cominciata molto tempo fa, ha permesso nel mondo occidentale miriadi di novità rispetto al business, all’educazione, alla comunicazione e a tanto altro, ma non è solo questo. La trasformazione digitale sta trasformando l’individuo, ed è proprio guardando al gemello digitale che si intuisce il cambiamento evidenziato anche dalla pandemia che è arrivata improvvisa e che ha portato in primo piano la specificità e l’utilità, con le dovute cautele, del nostro doppio digitale.

 

 

 

Ed ecco qui di seguito  l’ultima versione del breve ma decisamente illuminante video,  realizzato dallo studioso di etnografia digitale della Kansas State University Michael Wesch.  Sono pochi minuti di visione, ma davvero ben spesi!

 

 

 

 

Ritornando alla metafora della “rana che bolle” che da il titolo a questo articolo e attingendo ad  un altro significativo passaggio del saggio di Rossignaud e De Kerckove:

 

 

 

La “rana che bolle” si riferisce agli esperimenti che alla fine del Diciannovesimo secolo cercavano di determinare la sensibilità del sistema nervoso dell’animale. Durante uno di questi esperimenti è stato scoperto che una rana viva non dava segni di insofferenza durante il processo di cottura, perché la temperatura dell’acqua all’interno della pentola veniva aumentata di piccoli gradi incrementali e che quindi l’animale non si accorgeva di nulla.

Questa teoria è stata più volte confutata e non ha nessuna legittimità scientifica, ma il concetto applicato alla psiche umana e alla trasformazione digitale sembra ben calzare, perché è l’uomo che deve essere al centro dell’evoluzione, che deve guidare e non subire. Il mondo deve continuare ad essere antropocentrico e quindi il gemello digitale di ciascuno di noi dovrebbe essere creato da noi stessi consapevolmente: oggi lo facciamo già, ma senza saperlo.

La metafora della rana che bolle impone di riflettere sul fatto che nessuno vorrebbe svegliarsi in un mondo cambiato completamente senza averne avuto la percezione. Già oggi i gadget indossabili e gli smartphone, monitorando il nostro stato fisico, tengono traccia del numero dei passi che facciamo, del ritmo cardiaco, delle calorie che assumiamo e di quelle che consumiamo, dell’ossigenazione del sangue ecc… e poi si passa a quanto leggiamo e a cosa guardiamo su internet. Tutto questo viene tracciato, così come i nostri acquisti, prassi utile alla pubblicità sempre più basata sulla conoscenza pregressa dei nostri gusti. Siamo già in un lento e quasi impercettibile processo, attraverso il quale aspetti e porzioni sempre più ampie di noi stessi sono riflesse in una rappresentazione digitale sempre più accurata. E allora è giusto lasciare Alexa alimentarsi dal nostro doppio?

L’esternalizzazione del nostro essere non è più arrestabile ma governabile. Un pensiero ribelle è ancora possibile?

 

 

 

Un pensiero davvero efficace. Un monito, ma anche un modo per restituire senso, dignità, mezzi e autonomia nel ripensare al nostro ruolo dentro alla società digitale “in corso di realizzazione”. Volenti o nolenti siamo nel bel mezzo di questa “transizione”. Autocoscienza e riappropriazione della nostra rappresentazione digitale, il nostro “gemello” come lo definiscono magistralmente i due studiosi nel loro saggio; potrebbero essere gli argomenti giusti per riaprire il ragionamento e cambiare in modo positivo il nostro approccio.  Essere duplicati, in modo completo e profondo, grazie alla nostra rappresentazione numerica, ai nostri dati, ai nostri comportamenti online; non deve essere per forza solo un “regalo”   per quelli che perseguono “i propri” scopi commerciali.

Al momento attuale, ancora non è possibile “creare una copia digitale fedele e soprattutto funzionante del nostro cervello”. La mappatura e la duplicazione, magari in appositi  server sul cloud, del nostro cervello, rimane ancora fantascienza,  per il momento. Ma l’interazione uomo-macchina, ragionata e consapevole, può e deve essere,  una grande risorsa per tutti noi. Esiste una via di mezzo utile e corretta,  fra il futuro prospettato dalla fantascienza “stile matrix”,  e il modello sociale a senso unico che ogni giorno ci vendono i padroni delle OTT.  Riflettiamo e agiamo di conseguenza.

 

Grazie per l’attenzione e a presto ;)

 

 

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