Processo alle OTT

| 17 Novembre 2019 | Tag:, , , , , , , ,

Come sapete molto bene,  visto che siete qui, la nostra posizione sui cosiddetti “Over The Top” è molto critica, non negativa a priori,  ma attenta e non subalterna. Negare l’esistenza del presente e delle tecnologie che lo sostengono sarebbe inutile e forse anche dannoso, ma – a nostro avviso – serve un approccio informato e di approfondimento poiché qui a bottega non siamo affatto convinti che il modello sociale che le techno-corporation hanno diffuso e continuano a perpetrare allegramente sia l’unico possibile e/o addirittura il migliore, come loro medesimi sostengono ad ogni piè sospinto. Difficile essere d’accordo con questa posizione, visto che,  da questa medesima prospettiva,  gli unici a guadagnarci sono gli stessi che la sostengono, e che vorrebbero invece farci credere che il loro modo di vedere la questione è teso a realizzare, come ripetono sempre come un mantra: “del mondo un posto migliore”. I miliardi di dollari di sanzioni pecuniarie che il Governo del loro stesso Paese d’origine, gli Stati Uniti, ha comminato alla maggior parte di queste stesse aziende,  per punire comportamenti non propriamente specchiati, stanno lì a dimostrare che persino, negli USA, qualcuno che non si sente proprio allineato al modello tecnocratico: forse c’è. Non solo, ma come riferisce in modo eccellente Nicola Zamperini in un suo lungo articolo pubblicato a puntate da questa settimana sul sito China Files, il Governo americano avrebbe messo mano ad una vera e propria azione di “bonifica giudiziaria” articolata,  sull’operato delle techno-corporation,  partendo dallo studio delle concentrazioni di potere esercitate dalle medesime aziende.  Una cosetta che da tempo avremmo dovuto fare anche in Italia,  nei confronti di uno o più gruppi di aziende,  per spezzare alcuni regimi di monopolio pubblico/privato,  che si erano venuti a creare:  forse ve li ricordate anche Voi?

 

Ebbene proprio indagando sui monopoli e sulle eccessive concentrazioni di potere nelle mani di pochi, le autorità giudiziarie statunitensi potrebbero costringere i capi delle maggiori aziende dell’economia digitale della Silicon Valley  a rimettere in discussione il loro modello. Da noi da sempre molto criticato. Ma vediamo cosa sta accadendo nello specifico,  estraendo alcuni passaggi dal saggio di Nicola Zamperini sul tema,  pubblicato su China Files:

 

 

In questo momento sono in piedi diverse inchieste sui comportamenti delle grandi aziende digitali, comportamenti che avrebbero illegalmente soffocato la concorrenza. Diverse inchieste: una del Dipartimento di Giustizia, una della Agenzia federale sulle comunicazioni, condite da varie audizioni del Congresso, cui devono aggiungersi le indagini di oltre 50 procuratori generali di quasi tutti gli Stati. Per utilizzare un’immagine pop che piacerebbe ai tardo adolescenti della Silicon Valley, potremmo dire che hanno messo insieme gli Avengers della giustizia contro gli Avengers del digitale. Questi ultimi se la passano piuttosto male, addirittura hanno subito l’onta, da parte del Congresso degli Stati Uniti, di consegnare le mail inviate e ricevute dagli amministratori delegati, per capire se lì dentro ci sono prove di comportamenti anti-concorrenziali. Per capirci le mail di Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Larry Page e Sergey Brin.

 

 

Che le techno-corporation rappresentino monopoli può essere considerato un dato di fatto, una considerazione scontata se si guarda esclusivamente ai rispettivi mercati e se si circoscrive l’analisi al mondo occidentale. D’altronde la tensione a diventare monopolisti rappresenta un dato essenziale della loro rapace cultura d’impresa. Un aneddoto spesso citato riguarda Peter Thiel, tra i fondatori di PayPal e tra i primi investitori e consiglieri di amministrazione di Facebook, che nel suo corso all’università di Stanford insegnava proprio come costruire monopoli. 

 

 

 

Quasi tutte, le techno-corporation,  hanno acquisito aziende per consolidare una posizione dominante (pratica frequente in molti mercati). I casi più rilevanti sono rappresentati da Google che ha comprato Double Click e YouTube, e da Facebook che ha acquistato WhatsApp e Instagram. Vi sono pagine web dedicate esclusivamente a elencare le acquisizioni delle techno-corporation: 227 sono quelle targate Alphabet (l’azienda che controlla Google), Amazon ne ha realizzate 99, mentre Facebook si ferma a sole 76 tra acquisizioni e fusioni.

 

 

Le piattaforme di vendita di beni di terze parti o meno (Amazon, l’App Store di Apple) e quelle di servizi (per la vendita di pubblicità, Facebook Business Manager e AdWords di Google), unite alla conoscenza molecolare dei dati dei clienti-utenti chiudono non metaforicamente il cerchio. Costituiscono un altro recinto, forse il più importante, in cui le techno-corporation decidono chi sta dentro e a quali condizioni, a quale prezzo. D’altronde è casa loro e fanno come vogliono.

 

 

Queste le accuse,  più o meno dirette e circostanziate,  contenute dentro i vari procedimenti di indagine che sono stati mossi nei confronti delle cosiddette techno-corporation. Una serie di accertamenti, verifiche e indagini,  che, a nostro avviso e indipendentemente dall’esito che avranno, hanno il pregio di riportare l’attenzione di tutti sull’operato “reale” di tali aziende, senza fronzoli e orpelli. Un voler riportare la barra del timone nella giusta direzione, da parte delle autorità dello stesso Paese d’origine  delle aziende, quasi a sottolineare una sorta di risveglio,  anche negli States,  di una certa coscienza popolare e  forse anche politica,  che nella vecchia Europa sembra essere venuta meno da un pezzo, sovrastata da interessi di parte e pressioni lobbystiche. Come è accaduto con l’approvazione del Gdpr o peggio ancora con la legge europea sul copyright. Le inchieste americane prospettano diversi scenari per il futuro comportamento di queste techno-corporation a seconda di come si concluderanno e di quali saranno le decisioni finali degli inquirenti. Vediamo le previsioni sui possibili avvenimenti,  proseguendo ad estrarre alcuni passaggi dall’analisi di Nicola Zamperini:

 

 

Lo scenario più confortevole, ideale potremmo azzardare, per la Silicon Valley sta nel continuare a utilizzare le multe come la sanzione massima applicabile. A ben guardare, una qualsiasi multa apparirebbe come un bastone che nasconde la proverbiale carota. Una sanzione pecuniaria, per quanto salata, non può mettere in crisi l’attuale assetto delle techno-corporation.

 

 

Stiamo parlando di aziende che hanno riserve di liquidità che vanno dai 44 miliardi di dollari di Facebook ai 245 miliardi di Apple, passando per gli oltre 120 di Alphabet. Se invece guardiamo al volume d’affari: Alphabet ha fatturato nel 2018 oltre 135 miliardi di dollari e profitti netti per quasi 10 miliardi di dollari, Facebook 55,8 miliardi e utili per poco più di 22 miliardi.

 

 

La parola smembramento e la senatrice Warren sono i veri convitati di pietra delle registrazioni di Mark Zuckerberg che il sito The Verge ha pubblicato lo scorso 1° ottobre. In quegli audio il grande capo di Facebook ha ammesso che un eventuale break-up sarebbe un problema serio, così come una presidenza Warren

 

 

L’azienda di Menlo Park potrebbe essere smembrata in un massimo di 4 parti: i 2 social network, cioè Facebook stesso e Instagram, e i due servizi di messaggistica: WhatsApp e Messenger. 

O ancora le autorità potrebbero procedere a una soluzione 3 vs. 1, lasciando da solo Instagram

Oppure il taglio potrebbe avvenire lungo la linea dei ricavi: da un parte tutti i social network e i servizi di messaggistica e dall’altra Facebook Business Manager

 

 

 

Certo una volta immaginato lo smembramento, resterebbe una domanda ulteriore: chi avrebbe la forza e la liquidità per acquistare mezza Facebook o anche solo un terzo di Facebook?

 

 

 

E qui che l’analisi di Zamperini diventa ancora più efficace,  e ci porta a considerare il senso reale e più profondo del problema del modello sociale unico e, a nostro avviso, indifendibile, portato al trionfo dalla cultura imperante proposta dalle techno-corporation. La cultura algoritmica, il problema dell’AI, croce e delizia della nostra epoca. Strumento potente, sempre più potente, al servizio dell’Umanità, ma anche dispositivo che riproduce e migliora alcune funzioni del nostro agire,  fino al punto  da sostituirci e alla fine estrometterci definitivamente da tali funzioni/azioni. Come suggerisce molto bene Nicholas Carr nel suo libro “La gabbia di vetro”, portando ad esempio quello che sta accadendo in aviazione e in particolare dopo la sostituzione degli apparati di pilotaggio automatico da meccanici a digitali.  I  piloti, secondo quanto riportato dall’inchiesta di Carr,  stanno dimenticando il proprio lavoro, svolgono funzioni sempre meno di comando e di guida dei propri velivoli,  e sempre più di controllo degli apparati computerizzati, che di fatto guidano in tutto e per tutto l’aereo.  Si sono trasformati da leader e pezzi unici dentro alla loro cabina, in operatori di computer che sorvegliano il funzionamento degli apparati; incapaci nella maggior parte dei casi di reagire con sufficiente perizia e immediatezza a situazioni di emergenza. Carr,  a sostegno di questa sua tesi,  riporta all’inizio del libro il testo di un comunicato diffuso nel gennaio del 2013 dalla Federal Aviation Administration,  che diceva fra le altre cose: “Un uso eccessivo del volo automatizzato potrebbe condurre a una diminuzione della capacità del pilota di recuperare velocemente l’aereo in una situazione di difficoltà”,  e invitava tutti gli operatori, “a incentivare manovre manuali di volo ove opportuno”. E proprio a proposito di AI e codici, dice  ancora Zamperini:

 

 

Nel caso delle piattaforme digitali il cuore dell’attività risiede in un oggetto di enorme valore, un oggetto segreto, iper complesso e immateriale: l’algoritmo. 

 

 

Se è difficile, ma alla lunga fattibile, dividere in due una grande banca, anche tenendo conto delle componenti immateriali, come si fa a dividere in due una formula? Come si fa a smembrare un software da milioni di righe di codice, in cui l’integrazione tra le varie parti è assoluta, senza smembrare il software nel suo complesso?

 

 

Ecco perché a Menlo Park, da un anno almeno, si dedicano con inesauribile lena a integrare l’integrabile, a integrare al massimo livello l’algoritmo. A fare di 4 uno, a comporre una sintesi, immaginiamo, di database e server, e quindi di funzioni, tra social network e servizi di messaggistica che fanno capo tutti a Mark Zuckerberg. L’idea è quella di rendere interoperabili, questo il termine utilizzato in un post dello scorso marzo, le diverse applicazioni per favorire conversazioni e interazioni in gruppi ristretti.

 

 

La corsa all’integrazione di pezzi di ferro e pezzi di codice consiste in una corsa a rendere concreto quel futuro privato, così da rendere più complicata qualunque idea di smembramento di tutte e 4 le macro-componenti dell’azienda.

 

 

 

Procedere allo smembramento di Google risulterebbe altrettanto complesso, anche qui ai limiti dell’impossibile. Il motore di ricerca e il suo sistema di inserzioni sono perfettamente integrati, l’uno è parte costitutiva dell’altro e viceversa

 

 

Un motore di ricerca gratuito, e senza pubblicità, si trasformerebbe in un soggetto dai connotati radicalmente differenti: non sarebbe più una delle aziende più redditizie del pianeta, ma qualcos’altro. Un’istituzione, una fondazione benefica, una organizzazione no-profit.

Destino beffardo per chi ha sempre giocato su un enorme e confortevole equivoco, da chi ha costruito con sapienza una mistificazione nel racconto e nelle immagini affinché gli utenti considerassero l’azienda Google come una specie di istituzione votata al benessere degli utenti. 

 

 

 

Qui si conclude la prima parte del saggio di Nicola Zamperini che potete leggere integralmente sui China Files di Simone Pieranni. Vi lasciamo con la conclusione espressa dal collega e amico romano alla fine della sua riflessione, anticipandoVi che continueremo ad occuparci della tematica, ritornando ad analizzare le considerazioni di Nicola nelle prossime settimane. Concludendo la sua analisi sull’ipotesi di smembramento delle techno-companies Zamperini dice:

 

 

Infine ci sarebbe da capire se una simile procedura ristabilirebbe davvero un ipotetico eden capitalistico, o sarebbe solo un modo per schiantare alcune aziende che hanno osato troppo e troppo hanno guadagnato in così breve tempo.

 

 

 

 

 

 

 

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