Un anno di Lsdi (Capodanno)

| 29 Dicembre 2018 | Tag:, , , , , , , ,

Rieccoci a Voi in versione strenna  a ricordare in pochi semplici passaggi e in due specifici articoli tutto il lavoro svolto qui a bottega nell’anno che volge al termine, denominato convenzionalmente e solo ad alcune latitudini del nostro pianeta e per facilitarne la comprensione ai più: 2018esimo dalla nascita di Cristo. Abbiamo chiuso il pezzo natalizio con la citazione di alcune bellissime considerazioni di Antonio Gramsci; considerazioni che il grande pensatore del passato aveva formulato circa un centinaio di anni or sono e che, come forse qualcuno di Voi avrà avuto modo di vedere, bene si adattano a distanza di così tanto tempo anche al nostro presente. Ripartiamo da lì inserendo nella nostra narrazione altre considerazioni, mutuate da un bel lavoro didattico svolto in una scuola media umbra, ed elaborate da alcuni degli studenti di questa scuola. Si tratta di considerazioni che compongono un decalogo che mette in luce alcuni comportamenti per agevolare in tutti noi la costruzione di un processo di consapevolezza verso la transizione digitale denominato: “manifesto per la consapevolezza digitale”.

 

 

Un lavoro davvero buono quello dei formatori e degli studenti umbri che pone l’accento su alcuni dei punti più dolenti del processo di acculturazione e comprensione della transizione al digitale. Fra i vari punti segnalati vorremmo riportare di seguito estraendola dall’articolo del giugno scorso una citazione da un vecchissimo digit che riguarda l’ancora assai complicata questione del cosiddetto “diritto all’oblio”, questione sulla quale nel nostro prossimo evento #digit19 il 14 e 15 marzo a Prato presso il Polo Universitario, il collega e amico Mario Tedeschini Lalli, ci fornirà validi spunti di riflessione in uno speech che si intitolerà: Offshore journalism ( Il diritto all’oblio, sia dal punto di vista della permanenza di una determinata notizia online, sia dal punto di vista della gestione corretta degli archivi da parte degli organi di informazione. Siamo dentro alla rivoluzione digitale ma non possiamo dimenticarci che in epoca analogica non si è mai visto che per applicare il diritto all’oblio un giudice abbia disposto il sequestro e la distruzione di migliaia o milioni di copie di giornali. Mario Tedeschini Lalli assieme a Nicolas Kayser-Bril hanno realizzato un sistema che aiuta i giornalisti ad affrontare questa delicata ed intricata problematica ancora tutta da dirimere ). 

 

 

In quel nostro primo festival dedicato al giornalismo digitale la giurista Giusella Finocchiaro spiegò, a nostro avviso,  in modo chiaro, rifacendosi ad una allora recente sentenza della Corte di Cassazione italiana, la posizione del nostro Paese sul tema del diritto all’oblio:

 

” Per la prima volta la suprema Corte si pronuncia su questo tema; e lo fa sapendo di muovere i primi passi, la decisione lascia soluzioni aperte. Un politico nel ’93 viene indagato per corruzione. Al processo viene assolto e prosciolto. In anni successivi sul motore di ricerca trova tracce dell’indagine in cui è stato coinvolto ma non della sentenza di assoluzione. Agisce sul tribunale e tutti respingono le sue doglianze. Per i giudici vale il diritto di cronaca. Il politico chiedeva che la notizia fosse oscurata. Diritto all’oblio. La Cassazione dice: certamente la notizia è stata pubblicata correttamente ma oggi quella verità va completata con un’ altra informazione e bisogna contestualizzare la notizia. In quale modo non lo sappiamo. Non si tratta di diritto all’oblio ma di contestualizzazione. Non vanno riscritti gli archivi storici ma vanno completate le informazioni in nostro possesso. Una verità parziale non è una verità. Si tratta di una sentenza interessante perché non si basa sulla privacy e sulla protezione ai dati personali. Questa sentenza è basata sul diritto all’identità personale, una norma degli anni ’60. La mia identità è anche quella digitale e quindi deve essere aggiornabile. Come si fa a contestualizzare? Non va fatto per qualunque informazione e in modo automatico. Certamente non va fatto per le opinioni. Bisogna agire solo su fatti certi supportati da un dato incontrovertibile. Questa sentenza avvia un’epoca”.

 

 

E a proposito di gestione degli archivi e della memoria tutta in quest’epoca di liquidità digitale, arriva come per incanto l’articolo successivo della nostra rassegna dei “best of 2018”, che si occupa proprio di un tema in cui la formazione dell’opinione pubblica si coniuga con la gestione più o meno corretta  delle informazioni. Un punto  quanto mai delicato e che può provocare effetti devastanti sulla collettività se maneggiato senza le necessarie cautele. Si tratta del ruolo fondamentale svolto dai media e dalla società civile nell’influenzare la memoria collettiva e promuovere la riconciliazione fra i popoli nell’immediato dopoguerra. Parliamo del secondo conflitto mondiale. Lo spunto per l’articolo arriva da una ricerca, ancora in corso, avviata da due studiosi dell’Università di Melbourne: l’italiana Claudia Astarita e il giapponese Akihiro Ogawa con il fondamentale supporto economico della Fondazione Toyota. Una ricerca a 360 gradi sui media di tre Paesi: Italia, Germania e Giappone; per riuscire a capire: “se ancora oggi la storia della seconda guerra mondiale venga raccontata diversamente in questi tre Paesi e che  questo diverso modo di narrare i fatti abbia portato al consolidamento di nozioni non necessariamente giuste e corrette e che queste nozioni inesatte rendano più difficile la diffusione di un messaggio di riconciliazione e di pace dentro le società in esame”.

 

Un tema davvero bellissimo e assai importante quello della memoria e della gestione delle informazioni che creano in ciascuno di noi una “memoria”.  Un tema ancora più presente e scottante nel nostro quotidiano soprattutto quando ci accorgeremo una volta per tutte che di quotidianità digitale si tratta e quindi molto più facilmente manipolabile e influenzabile di quanto non fosse possibile prima. E non parliamo di strani complotti, ne diamo la colpa  a “pensatori occulti” o a “gruppi di potere nascosti e devianti”.  Ma di meccanismi automatici ideati da alcuni imprenditori – che si considerano illuminati e in realtà non lo sono – e che contrariamente a quanto i medesimi imprenditori vorrebbero farci credere  servono solo a riempire le loro tasche,  e non per rendere il mondo un posto migliore.  Stiamo parlando delle OTT e della cosiddetta “società degli algoritmi” tema che affrontiamo in modo dettagliato in diversi articoli nella calura estiva e anche dopo,  qui ne vorremmo ricordare in particolare tre: uno dedicato alla legge europea sul copyright, un secondo dedicato alla gig economy e al mondo del lavoro post rivoluzione algoritmica, e un terzo in cui il nostro associato Marco Dal Pozzo – autore anche del pezzo sulla gig economy –  dimostra in modo piuttosto chiaro che gli algoritmi predittivi possono essere una grande risorsa ma anche una solenne jattura.

 

 

Proprio agli algoritmi alla loro trasparenza e soprattutto ai meccanismi che rendono inintellegibile a tutti noi il loro operato è dedicato uno splendido libro che abbiamo recensito, a modo nostro, in due diversi articoli a firma della nostra redazione e a cui in genere partecipano per davvero diversi componenti del nostro gruppo di ricerca. Il saggio lo ha scritto il giornalista Nicola Zamperini che sarà nostro relatore a #digit19   e si chiama “Manuale di disobbedienza digitale”.

 

E con questi due pezzi siamo giunti attorno alla data delle vacanze, nella calura estiva, e proprio qui in questo punto esatto del racconto di un anno di Lsdi, che va ricordato lo splendido lavoro svolto da Leila Zoia nella rubrica “brainstorming”. Da alcuni anni, la nostra giovane e competente associata vaglia, scopre e poi segnala tutte quelle brevi, quelle news, quegli annunci di bandi, concorsi e ricerca di personale, davvero utili e ben assemblati ma soprattutto affidabili, a nostro giudizio, e  provenienti dal mondo del lavoro a noi più prossimo e che riguarda il comparto dell’informazione e della comunicazione. Ma non c’è tempo per crogiolarsi al sole dobbiamo arrivare a grandi passi all’autunno e poi all’inverno e alla chiusura dell’anno. Ancora dunque temi caldi quelli affrontati negli articoli usciti in estate. Ancora la gig economy e il nuovo modo di concepire il lavoro ai tempi degli algoritmi. Un altro tema che affronteremo con alcuni esperti del settore dentro al nostro prossimo appuntamento #digit19 a marzo a Prato presso il Polo Universitario. E poi ancora il giornalismo e il suo rinnovato ruolo, le nuove professioni, e la formazione dell’opinione negli articoli più recenti quelli più vicino a noi in questo viaggio a ritroso per commentare e riproporre temi e contenuti del nostro recente  lavoro. Su tutti ci piacerebbe, per concludere, segnalare un pezzo scritto sempre a più mani che riguarda un curioso e assai interessante esperimento di comunicazione in atto presso la libreria pubblica di New York. 

La New York Public Library, dimostrando nella propria dirigenza una lungimiranza assai spiccata oltre al “solito” pallino per il marketing – che in terra anglosassone è decisamente più marcato che alle nostre latitudini –  ha inventato un modo davvero particolare per agguantare i millennials o meglio, le generazioni ancora più giovani e farli diventare lettori di libri e di conseguenza  “clienti”. Alla NYPL hanno inventato “le book stories su Instagram”. Insieme ad un gruppo di creativi di qualità, con l’aggiunta di tavole e disegni di grande caratura, e con una campagna di comunicazione ben realizzata i dirigenti della libreria newyorkese hanno fatto adattare alcuni classici della letteratura, creando un nuovo formato di lettura dei medesimi per un social “nativo” come Instagram.

 

E proprio citando un estratto da questo articolo che riassume a nostro avviso in modo squisito molti dei nostri intendimenti presenti, passati e futuri chiudiamo questa strenna antologica delle feste, e Vi auguriamo un sereno e festoso nuovo anno invitandoVi a continuare a seguirci anche nel 2019. Buon Anno!

 

 

 

L’iniziativa della NYPL coglie a nostro avviso un aspetto che nessuno sembra voler prendere in esame per davvero. Un aspetto che nessun guru o paraguru del marketing potrà mai risolvere, è che viene spiegato molto bene proprio dai responsabili di questa iniziativa in queste parole:

Chissà se la gente in realtà leggerà un intero romanzo in questo formato (al contrario di un ebook), ma è uno sforzo accurato da parte della biblioteca per portare a  leggere  i libri là dove sono le persone”

 

 

Perchè è questo che è successo con la smaterializzazione del mondo, con la sua digitalizzazione, con l’avvento dell’era della disintermediazione. Le persone sono da un’altra parte ed è lì che dobbiamo cercarle. O no?

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