L’ effetto McHuffingtonPost e il valore delle opinioni

| 1 ottobre 2012 | Tag:, , , , , , , , ,

Come il McDonald ha cambiato le abitudini alimentari in giro per il mondo, anche l’HuffPost  cambierà i nostri gusti informativi. A colpi di “splash“, reaction-bar e più blog per tutti. Insomma, arriva un nuovo modello giornalistico, è l’ effetto MacHuffingtonPost .

Ne è convinto Nicola Bruno, che, in un post sul suo blog aggiunge una serie di elementi molto interessanti alle tante notazioni che in questi giorni si sono incrociate sui problemi sollevati dallo sbarco in Italia di Huffington Post.

 

 

Due gli argomenti affrontati: la novità del format e il mancato pagamento dei blogger.

 

 

Un nuovo modello giornalistico

 

A proposito del primo, Bruno segnala ‘’l’effetto network internazionale che i vari HuffPo nazionali posso generare. Ieri, per dire, sia nella versione italiana che in quella inglese era disponibile un bel post di Pedro Almodovar sulle manifestazioni a Madrid (pochi anni fa sarebbe stata un’esclusiva di un grande settimanale)’’.

 

Cosa che – aggiunge Bruno – ‘’ va di pari passo anche con l’esportazione di un modello giornalistico statunitense, in grado di mescolare alto e basso, scoop e gossip, inchieste da Premio Pulitzer e tanto ‘strano ma vero’ ‘’.

 

 

Opinioni e contropoteri

 

A proposito del secondo, Nicola Bruno ci tiene a fare una premessa doverosa: questo dibattito va ad inserirsi in un contesto italiano paludato da una brutta tradizione di sfruttamento e “mercato nero” dei giornalisti precari. Le loro preoccupazioni vanno sempre ascoltate e rispettate.

 

Secondo Bruno, il web da anni ha eroso il predominio delle opinioni che prima era appannaggio della tv e dei quotidiani. Facebook e Twitter hanno portato tutto ciò ancora più lontano. Perché, quindi, scandalizzarsi se Lucia Annunziata dice che, in questo nuovo contesto, le opinioni su fatti noti non possono essere più retribuite? Soprattutto se queste opinioni sono di personalità che NON vivono facendo giornalismo?

 

Prima dei blog e delle altre piattaforme 2.0 – osserva Bruno -, un giornalista che scriveva un articolo raccoglieva pareri, opinioni e fatti da diverse fonti. Telefonava, faceva domande, verificava quanto gli veniva riportato, gli dava un contesto. E, ovviamente, le fonti non venivano mai pagate.

 

Ora le fonti – da Vendola a Landini, passando per Fini e il Ministro Barca – scrivono direttamente online sull’Huffington Post. Lo può fare chiunque altrove, lo fanno anche loro (e, in parte lo facevano già da tempo sui rispettivi siti personali).

 

Questo vuol dire che non servono più giornalisti? Che non c’è più bisogno di qualcuno che raccolga, verifichi e contestualizzi quanto dichiarato? Ne dubito fortemente.

 

E poi – aggiunge -, se davvero crediamo nella libertà di informazione, qualunque allargamento delle voci che partecipano al dibattito pubblico non può che essere che salutare per la vita democratica. L’importante è che tutto ciò venga accompagnato anche da contro-poteri, altrettanto influenti (e, si spera, retribuiti), in grado di fare luce su manipolazioni, false notizie e facili demagogie. Proprio per questo, ora più che prima, i giornalisti sono più importanti che mai.

 

Riconsiderare il valore delle opinioni?

 

La discussione coinvolge anche un altro aspetto, che viene saggiamente colto da Pier Luca Santoro sul suo Giornalaio: il problema del valore delle opinioni.

 

Santoro riporta una frase contenuta nell’ obituary, l’articolo di commemorazione, per la morte di Arthur Ochs Sulzberger, a lungo [1963-1992] editore del New York Times:

 

You’re not buying news when you buy The New York Times. You’re buying judgment. [Non state comprando notizie quando acquistate il NYTimes. State comprando giudizi, opinioni].

 

Credo – spiega – che questo sia ancora più vero nella fase attuale dove molto spesso, pur con tutte le limitazioni del caso, il giornalismo partecipativo ed in particolare il video/foto citizen journalism, arriva inevitabilmente prima di giornali e giornalisti sulla notizia il più delle volte.

 

Come ho avuto modo di dire, il bisogno è di capire non di vedere, l’ informazione deve spiegare non mostrare o riportare. Se questo, come credo, è un punto cardine per la qualità dell’informazione, sarà bene riconsiderare il valore delle opinioni.

 

 

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