Lavori

| 22 Giugno 2022 | Tag:, , , , ,

C’è questo libro davvero bellissimo che Vi consigliamo di leggere, studiare, rileggere e poi divulgare in largo e in lungo, o viceversa. Perdonate l’attacco “deflagrante”,  ma la questione del lavoro ci pare davvero centrale in questo nostro mondo, falsamente digitale, decisamente più complesso e purtroppo inutilmente complicato,  e non semplice o semplificato, come invece ci viene raccontato ogni “santo” giorno. Lavoro uguale dignità, questo il tema, a cui aggiungiamo con piacere una delle questioni più discusse delle ultime settimane, anche sui giornali, anche negli agoni della politica: quella del salario minimo. Come sapete qui non ci occupiamo di politica ne di cronaca o altre cose che attanagliano il dibattito corrente e quotidiano. Vorremmo invece,  anche in questo caso,  provare ad approfondire il tema, anzi meglio i temi – e ora proveremo a metterli in fila –  usufruendo di estratti preziosi e molto pertinenti, che andremo a prendere da vocabolari ed enciclopedie, nonchè dal libro di cui sopra, che, per inciso, si intitola: Bullshit Jobs ed è stato scritto da David Graeber.

Dunque ricapitolando i temi principali sono la dignità, il salario minimo, e il lavoro, che,  nel nostro mondo presente, e ancora di più, ahinoi,  in quello futuro, sarà sempre più diviso in: utile e inutile, come ci fa notare con grazia e sagacia Graeber già nella copertina del suo libro:

 

Le professioni senza senso che rendono ricco e infelice chi le svolge e costituiscono il fondamento del nuovo capitalismo globale. In italiano potrebbero definirsi lavori del cavolo.

 

 

 

Cosa ha a che fare la dignità con il salario minimo e l’utilità del lavoro. Dignità secondo la Treccani significa:

 

 

dignità s. f. [dal lat. dignĭtasatis, der. di dignus «degno»; nel sign. 3, il termine ricalca il gr. ἀξίωμα, che aveva entrambi i sign., di «dignità» e di «assioma»]. – 1. a. Condizione di nobiltà morale in cui l’uomo è posto dal suo grado, dalle sue intrinseche qualità, dalla sua stessa natura di uomo, e insieme il rispetto che per tale condizione gli è dovuto e ch’egli deve a sé stesso: tutelare, difendere la propria d.; abbassare la propria d.; vizî che degradano la d. umana; la mia d. non mi permette di rispondere a simili insinuazioni; persona senza d., priva di d.; lettera piena di dignità. Analogamente, d’altre cose: offendere la d. di un’istituzione; comportarsi come richiede la d. del luogo in cui ci si trova.

 

 

 

Invece come presentare il tema del salario minimo? Di certo non esiste una definizione da vocabolario così come per dignità, però  dalle pagine della Treccani ancora una volta possiamo riuscire ad attingere ed estrapolare alcuni utili passaggi che riassumono, a nostro avviso,  il senso più profondo della questione:

 

 

Il tema del salario minimo garantito o salario legale appare come una decisiva ed incisiva applicazione del principio di cui all’art. 36 Cost. L’articolo prevede che il “lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

In termini generali, una legge che introducesse una forma di salario minimo legale non dovrebbe considerarsi incostituzionale per violazione del citato art. 36 Cost., che non contiene di certo una riserva per la contrattazione collettiva

Un minimo salariale introdotto dal legislatore quindi non impedirebbe al giudice di riferirsi alla contrattazione collettiva per riscontrare la proporzionalità e l’equità dello stesso, ma rappresenterebbe comunque un parametro minimo inderogabile di “sufficienza remunerativa” nel caso in cui la stessa contrattazione collettiva dovesse definire, pensiamo al fenomeno dei cd. “contratti pirata”, trattamenti economici più bassi.

Ulteriore elemento di complicazione è poi dato dal fenomeno registrato in questi ultimi venti anni della proliferazione di organizzazione sindacali autonome firmatarie di contratti collettivi settoriali con diversificate condizioni economiche e normative.

Sono depositati al CNEL un numero enorme di contratti collettivi, oltre ottocento, tra i quali alcuni integrano gli estremi di veri “contratti pirata”, sottoscritti da sindacati minori e non rappresentativi, che stabiliscono un salario minimo più basso dei contratti sottoscritti da organizzazioni maggiormente rappresentative, permettendo di tagliare “legalmente” le retribuzioni. L’assenza di una norma sulla rappresentatività crea le conseguenti ed ulteriori complicazioni.

Banca d’Italia stima che, in alcuni casi, questi nuovi contratti collettivi nazionali “minori” prevedono una riduzione del costo del lavoro anche del 20 per cento

In Europa, il tema è affrontato in modo differente tra Paese e Paese. La maggioranza degli Stati, pur prevedono presenza di strutturate organizzazioni sindacali, registrano la presenza di retribuzioni minime inderogabili stabilite dalla legge. Dei 28 Stati membri sono stati 22 quelli che hanno istituito il salario minimo in Europa. Fanno eccezione Italia, Danimarca, Cipro, Austria, Finlandia e Svezia.

La paga minima mensile varia ampiamente tra gli Stati membri: dai 235 euro della Bulgaria ai 1.999 euro del Lussemburgo.

 

 

 

Come si evince in modo chiaro, parlare di salario minimo corrisponde in modo palese nella maggior parte dei casi, ad un riassunto puntuale su alcuni dei temi più scottanti del significato della terza parola che stiamo provando ad analizzare quest’oggi, la parola che da anche il titolo al nostro post odierno, trattasi di: lavoro. Ancora la Treccani:

 

 

 

In senso lato, qualsiasi esplicazione di energia volta a un fine determinato. In senso più ristretto, attività umana rivolta alla produzione di un bene, di una ricchezza, o comunque a ottenere un prodotto di utilità individuale o generale.

 

Alla persona che presta il l. la Repubblica italiana riconosce e garantisce diritti inviolabili, anche e soprattutto nella dimensione lavorativa (art. 2 Cost.). Il l. è considerato valore fondativo della Repubblica (art. 1 Cost.), nonché status attraverso il quale si realizza la partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese (art. 3, co. 2, Cost.). La carta costituzionale riconosce inoltre nel l. un «diritto», da un lato, e un «dovere», dall’altro; la Repubblica si impegna, infatti, a promuovere le condizioni di effettività del «diritto al l.», che riconosce a tutti i cittadini (art. 4, co. 1, Cost.), ma al contempo, cristallizza il l. come un «dovere», di scegliere e svolgere un’attività o una funzione, concorrendo così al progresso materiale e spirituale della società secondo le proprie possibilità (art. 4, co. 2, Cost.). La Costituzione contiene altresì un gruppo di norme, collocate nel titolo III, dei rapporti economici, concernenti la disciplina di interessi ed esigenze dei lavoratori ritenuti di particolare rilevanza. L’art. 35 attribuisce alla Repubblica il compito di tutelare il l. in tutte le sue forme e applicazioni, di curare la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori, di promuovere gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro. L’art. 36 stabilisce una norma di importanza fondamentale nella disciplina lavoristica in genere, fissando i principi di sufficienza e proporzionalità della retribuzione, e riconosce altresì al lavoratore il diritto irrinunciabile al riposo settimanale e alle ferie annuali retribuite. L’art. 37 accorda alle lavoratrici gli stessi diritti dei lavoratori dell’altro sesso – sottolineando anche l’esigenza di far sì che possano attendere alle funzioni famigliari, di mogli e di madri – e rinvia alla legge la fissazione dell’età minima per il l. salariato, nonché il compito di tutelare «il l. dei minori con speciali norme e garantire ad essi, a parità di l., il diritto alla parità di retribuzione». L’art. 38 concerne gli istituti e i diritti all’assistenza e alla previdenza dei cittadini inabili al l. e sprovvisti di mezzi e in particolare dei lavoratori colpiti da eventi che fanno cessare la possibilità di svolgere attività retribuita. Di importanza particolare in materia lavoristica e ancor più sindacale, sono gli art. 39 e 40, che fissano i principi della libertà sindacale e del diritto allo sciopero La disposizione sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende (art. 46) è di fatto sulla carta, non essendo state mai emanate le leggi che avrebbero dovuto stabilire «i modi» e «i limiti» di tale partecipazione, fatta eccezione per alcuni diritti sindacali in materia di informazione e consultazione (per es., per il trasferimento di azienda e per il licenziamento collettivo), riconosciuti però ai sindacati e non ai lavoratori come la norma costituzionale prescrive.

 

 

 

 

Tutti pronti? Ora uniamo i puntini e il gioco è fatto! Scherzi a parte, quello che ci piacerebbe dimostrare, dopo aver richiamato alla memoria di ciascuno il significato reale dei termini in gioco, è la stretta e inderogabile relazione fra essi. Dignità e salario minimo sono gli attributi necessari perchè si realizzi il miracolo del lavoro. Oppure, provando a dirlo in un altro modo: non è più vero, ahinoi, il principio che tristemente campeggiava sull’insegna del campo di concentramento più – tristemente – noto del mondo. Non è vero che il lavoro rende liberi, non più. L’emancipazione e l’indipendenza economica che attraverso il lavoro ciascuno di noi dovrebbe riuscire a realizzare,  non solo non si compiono ma anche quando si potrebbe pensare che possano essere alla base di questa evoluzione, in realtà si sono trasformati in una gabbia più stretta e angusta di doveri, imposizioni, comandi e regole ferree che hanno fatto diventare  il lavoro  bieco sfruttamento,  pericolosa oppressione retribuita, e una sorta di schiavismo non scritto ma realizzato di fatto. Gli esempi sono evidenti e molteplici. Anche qui, su questa bacheca, ce ne siamo occupati in numerose occasioni:

 

 

 

 Il lavoro non è una tecnologia  – lsdi 31 luglio 2018  –  “Crowdwork”: lavoro online (lavori di traduzioni, scrivere recensioni, scrivere articoli, commenti: ci sono piattaforme attraverso le quali si danno in outsourcing questo tipo di lavori). 2.5 dollari allora ad esempio su Amazon Mechanical Turk

 

 

 

Tecnologia e futuro del lavoro – lsdi 23 luglio 2018  –  Curva del grande Gatsby: In presenza di ampie diseguaglianze è ridotto il livello di mobilità tra classi sociali: più c’è disuguaglianza meno è facile che un povero diventi ricco. –> “La curva del Grande Gatsby” è un tracciato del rapporto tra disuguaglianza e mobilità sociale intergenerazionale in diversi Paesi del mondo.

 

 

 

Se il tuo capo è una App – lsdi 10 febbraio 2019Nonostante i riders forniscano una quantità enorme di dati ad un sistema progettato per controllare il loro comportamento, essi sono poi anche privati delle informazioni che sarebbero fondamentali per il processo decisionale razionale nelle loro attività di consegna. Ed è proprio attraverso questa particolare asimmetria informativa, che è nel design dell’app, che le piattaforme, in definitiva, mantengono il controllo.

 

 

 

 

 

E, purtroppo,  il fenomeno, nonostante i tentativi, in parte anche nostri, di contrasto, sta ulteriormente crescendo ed assume connotati e misure davvero impressionanti. Il fatto stesso che si sia arrivati ad una discussione pubblica e politica “europea” sul tema del salario minimo – sebbene declinato in molti rivoli – ci fornisce l’urgenza e la dimensione reale del problema. Una dimensione planetaria, sistemica, impossibile da ignorare e che ci toccherà tutti, come e più di  una pandemia o la “siccità” per tirare in ballo un tema molto di moda. Perdonate la banalizzazione, ma con un problema di queste dimensioni, o ci diamo da fare in fretta e in forma coordinata e condivisa, oppure saranno guai seri per tutti. Quel tipo di  guai che fanno  rima con rivolte popolari e proteste di piazza, e a cui i Governi meno illuminati rispondono con violenza e soprusi. Meglio evitare che ne dite, e spiegare ai nostri figli e nipoti che la strada per il futuro non passa dalla meritocrazia o altre sciocchezze motivazionali di paraguru marketingari,  ma soltanto ed esclusivamente,  da questioni serissime come il  rispetto, la dignità e – appunto – un salario minimo che ponga le persone, tutte le persone, o almeno il maggior numero di esse, in una condizione dignitosa in cui si sentano rispettate e valorizzate.

In uno scenario come questo,  un libro come quello di David Graeber, ci invita con grazia e ironia, a  tenere i piedi ben ancorati a terra,  e  suggerisce con sagacia alcune strade da percorrere – originali  forse – ma anche serenamente auspicabili, che ci sentiamo di consigliare e  sostenere a nostra volta.  Grazie dell’attenzione e alla prossima ;)

 

 

Nel 1930, John Maynard Keynes aveva previsto che, entro la fine del secolo, lo sviluppo della tecnologia sarebbe stato tale da consentire a paesi come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti di avere una settimana lavorativa di quindici ore. Ci sono tutti i motivi per credere che avesse ragione. Dal punto di vista tecnologico, le condizioni esistono già. Ciononostante non è accaduto. Al contrario, la tecnologia è servita semmai per trovare il modo di farci lavorare tutti di più. Per riuscirci si sono dovuti creare impieghi che di fatto sono inutili. Ampi strati della popolazione, in particolare in Europa e nel Nord America, passano l’intera vita lavorativa a svolgere compiti che in cuor loro ritengono non andrebbero affatto svolti. Il danno morale e spirituale che ne deriva è grave. È una cicatrice che segna la nostra anima collettiva, anche se praticamente nessuno ne parla.

Come mai l’utopia promessa da Keynes – attesa con impazienza ancora negli anni Sessanta – non si è mai concretizzata? La spiegazione più comune oggi è che lui non aveva calcolato l’enorme crescita del consumismo. Davanti alla scelta tra meno ore e più giochi e divertimenti, abbiamo collettivamente optato per questi ultimi. Si tratta di un bel racconto morale, ma basta rifletterci un attimo e si capisce che non può essere vero. Certo, è dagli anni Venti che assistiamo alla creazione di un’infinita varietà di nuovi impieghi e settori, ma ben pochi di questi hanno a che fare con la produzione e vendita di sushi, iPhone o scarpe da ginnastica alla moda.

 

Nel corso dell’ultimo secolo, il numero delle persone impiegate in lavori domestici, nell’industria e nel settore agricolo è crollato sensibilmente. Allo stesso tempo, sono triplicati i «lavoratori professionisti, dirigenziali impiegatizi, del commercio e dei servizi», crescendo «da un quarto a tre quarti dell’occupazione complessiva». In altre parole, i lavori produttivi, proprio come previsto, sono stati in buona parte automatizzati.

 

Tuttavia, invece di una riduzione significativa delle ore lavorative, tale da consentire alla popolazione mondiale di dedicarsi ai propri progetti, piaceri, visioni e idee, abbiamo assistito a una gonfiatura non tanto del settore dei «servizi» quanto di quello amministrativo, fino alla creazione di settori totalmente nuovi come i servizi finanziari o il telemarketing, o all’espansione senza precedenti di quelli come il diritto societario, l’amministrazione universitaria e sanitaria, le risorse umane e le relazioni pubbliche. E i numeri di questa crescita non tengono conto di tutte quelle persone che hanno il compito di fornire supporto amministrativo, tecnico o di sicurezza a questi settori né, per altro, della miriade di imprese ausiliarie (chi lava i cani o consegna le pizze di notte) che esistono solo perché tutti gli altri passano troppo tempo a lavorare nei suddetti settori.

Sono questi quelli che propongo di definire «lavori del cavolo».

 

David Graeber Bullshit Jobs

 

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