Ecologia digitale

| 2 Febbraio 2022 | Tag:, , , , ,

Non lasciateVi fuorviare dal titolo, non abbiamo intenzione di distinguere un prima e un dopo: rivoluzione digitale. L’ecologia come tutto il resto non va divisa in digitale e analogica. Ecologia significa, come ci racconta la Treccani:

 

 

 

“ecologia Studio delle interrelazioni che intercorrono fra gli organismi e l’ambiente che li ospita. Si occupa di tre livelli di gerarchia biologica: individui, popolazioni e comunità.”

 

 

In un mondo come il nostro in cui le relazioni sono cambiate in modo profondo e in cui, ad esempio, il mondo dei media è  stato completamente rivoluzionato, divenendo un “ecosistema”, va da se che lo studio di queste relazioni che stanno alla base di questa disciplina scientifica, sia a sua volta mutato in maniera evidente e completa.  A questo punto serve, a nostro avviso, iniziare a  ragionare tutti insieme e considerare tutti questi mutamenti per formulare una serie di indicazioni, osservazioni, e poi insegnamenti di base,  da introdurre in pianta stabile dentro ai processi di formazione ed educazione di ciascun individuo. Un modo per dare concretezza  e forma operativa ai “nostri” –  ma non solo –  ragionamenti più volte ripetuti e pubblicati, sulla trasformazione culturale necessaria per affrontare in modo corretto la cosiddetta “transizione digitale”, così tanto di moda oggi.  Una transizione che molto prima di  essere “tecnologica” dovrà – forzatamente –  realizzarsi  attraverso la  cultura e l’educazione. A darci una mano per comprendere meglio questi passaggi,  chiamiamo in nostro aiuto alcuni liberi pensatori, esperti, e saggisti che hanno scritto contributi assai utili a farci capire quali siano gli scenari da affrontare. Iniziamo con un estratto da un recente articolo scritto da Nicola Zamperini sul suo canale Telegram “Disobbedienze”:

 

 

 

 

 

 

…tutelare il cosiddetto diritto alla disconnessione
Credo sia ormai necessario concepire un’ecologia dell’ecosistema digitale,
subiamo una massa di agenti distrattivi che configgono tra loro, il cui obiettivo è catturare la nostra attenzione
Notifica fittizia perché l’algoritmo sa che è troppo tempo che non avviamo il social network.
le notifiche ci stanno facendo impazzire
le persone attivano lo smartphone in media 566 volte al giorno
racconta un’altra storia che:
Anche senza notifiche le persone hanno preso l’abitudine di attivare lo schermo ogni 5 minuti circa
gli esseri umani sono sottoposti a pressioni sociali e professionali per verificare potenziali nuove informazioni
anche con i dispositivi silenziati, gli utenti sentono che i loro smartphone li stanno disturbando: è evidente che il problema non sia causato da interruzioni esterne del dispositivo, come suoni o vibrazioni, ma da auto-disturbi interni, abituali
 la stragrande maggioranza delle interazioni con il telefono deriva da interruzioni automatiche e abituali
Determinante è il modo in cui ci comportiamo nell’ecosistema digitale
La verità è che l’ecosistema digitale è come l’acqua per i pesci
“Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: – Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: – Che cavolo è l’acqua?” (David Foster Wallace)
Un disastro
(Liberamente tratto e adattato da una “disobbedienza” di Nicola Zamperini)
Due sono a nostro avviso gli aspetti determinanti che le riflessioni di Nicola Zamperini  ci suggeriscono. La prima è di natura tecnico pratica, per dirla in modo banale, ma vedrete che banale non lo è affatto: le persone attivano lo smartphone in media 566 volte al giorno; anche senza notifiche le persone hanno preso l’abitudine di attivare lo schermo ogni 5 minuti circa. Stiamo mutando, cambiando nel profondo del nostro essere,  letteralmente. E molti studi scientifici e medici lo hanno dimostrato. Cambiano le abitudini, cambiano i comportamenti, cambiano le reazioni. Pensate ai soggetti deboli, ai bambini, agli adolescenti in formazione, alle persone che non hanno la capacità di reagire e adattarsi, a tutti quelli che non hanno gli strumenti per comprendere – e qui il numero diventa davvero impressionante – e fate le Vs considerazioni sul tema. Serve educazione, serve formazione di base, servono strumenti adeguati per guidarci dentro alla transizione. La seconda considerazione di Zamperini introduce un altro elemento fondamentale: Determinante è il modo in cui ci comportiamo nell’ecosistema digitale; e poi  arriva la chiusa con l’estratto dal racconto di David Foster Wallace, e, a questo punto,  le sirene d’allarme cominciano a  suonare all’impazzata. Siamo in piena e totale emergenza. Se non riusciamo a riconoscere il problema, allora il limite invisibile ma estremo, l’ultimo lembo prima del baratro, è stato già superato.  Abbiamo raggiunto la mezzanotte, per parafrasare l’immagine devastante dell’orologio dell’olocausto nucleare.  E siamo solo in attesa della deflagrazione, dello scoppio definitivo.  Servono risposte certe, bisogna attivare contromisure immediate, dobbiamo essere formati dall’inizio e al meglio, per coltivare  in proprio la conoscenza che impedirà la catastrofe. Non quella nucleare, che ci è solo servita come esempio, ma quella assoluta a cui andiamo incontro ad una velocità impressionante e in costante e  progressivo aumento. Non stiamo avanzando ma tornando  indietro, da tempo, verso un’epoca di barbarie, e oscurantismo. Tecnologia, da molto,  non fa più  rima con progresso. La società che stiamo costruendo – perlopiù nostro malgrado – non ci appartiene e non ci permette più di evolvere e migliorare. Bensì riempie le tasche dei soliti noti, anzi li rende molto più ricchi di sempre, e ci rende tutti  molto più poveri – anche di opportunità non solo di denaro – più di qualunque altro periodo storico.  Pochi, sempre meno persone, tessono le fila e incassano l’obolo. Tutti gli altri  – se gli va bene –  stanno a guardare, ma nella maggioranza dei casi, si fanno sfruttare, loro malgrado. Leggiamo cosa scrive il professor Federico Cabitza in un suo recente saggio:

Il termine algocrazia, sebbene ancora poco comune, è generalmente usato per indicare l’importanza degli algoritmi nella nostra società e le implicazioni, sempre più ampie, del loro utilizzo. Come però nota Francalanci (2020), il termine algocrazia ha anche un significato più specifico, per denotare una “forma di società dell’informazione, basata sul predominio degli algoritmi”. Ciò detto, sbaglieremmo a considerare l’algocrazia una “dittatura degli algoritmi”, come invece suggerirebbe una facile interpretazione; sarebbe piuttosto una forma di potere esercitato (da chi ce l’ha) mediante gli algoritmi, una “dittatura con gli algoritmi”. L’algoritmo diviene quindi simbolo di una volontà senza volto e senza nome e di una capacità diffusa di ordinare e controllare il comportamento degli altri, tipicamente per quanto riguarda il lavoro (con una efficienza ancora maggiore della burocrazia) ma anche comportamenti di acquisto, consumo di prodotti e informazioni, attenzione, partecipazione, deliberazione e scelta. All’algocrazia è possibile quindi contrapporre il primato di una serie di caratteristiche che ci rendono essenzialmente umani, per le quali possiamo adottare un termine proposto da Gerd Leonhard (2019): “androritmo”. Questo neologismo, dalla chiara somiglianza con il termine algoritmo, non deve trarre in inganno e sembrare superficiale quanto sarebbe una semplice allitterazione o una rima. Androritmo, infatti, indica tutto quello che possiamo considerare irriducibile alla conversione algoritmica, cioè alla codifica e alla rappresentazione simbolica; tutto ciò per cui può essere giusto opporsi alla diffusione degli algoritmi nelle cose umane come strumento di potere, manipolazione e sfruttamento. Androritmi, quindi, come insieme di qualità, tanto elusive quanto essenziali per comprendere l’essere umano, fra cui: il desiderio dell’anonimato e della privatezza; il piacere per la serendipità e l’imprevisto, a volte al limite dell’imprudenza; il rifugio nell’ansia e nel dubbio, e a volte perfino nel rifiuto ostinato; il diritto all’incoerenza, all’ambiguità e all’imprecisione; di più: il bisogno, a volte insopprimibile, della dimensione dell’ineffabile, dell’inesprimibile e del silenzio. Penso sia quindi importante ribadire la centralità degli androritmi nella vita umana e riconoscere la natura “androritmica” delle nostre esistenze. Così facendo, esprimiamo “l’accettazione della pluralità degli esseri umani e dell’incertezza intrinseca della vita” (SADIN, 2019) e la consapevolezza della differenza incolmabile tra androritmi e algoritmi. Per quanto semplice e banale, è forse questa la mossa più importante per comprendere, e in parte mitigare, i rischi più profondi connessi all’algocrazia: “gli androritmi devono essere messi al centro della scena quando si parla di tecnologia se vogliamo rimanere una società che si cura del benessere e dello sviluppo degli esseri umani” (LEONHARD, 2019).

(L’uso delle nuove macchine Federico Cabitza)

 

 

 

 

 

 

 

Prendiamo coscienza della possibilità di poter essere – o meglio di essere certamente –  in grado di contrapporre al modello sociale unico veicolato dai plenipotenziari degli algoritmi, un modello di Umanità che più e meglio di qualsiasi altro connota, contraddistingue, identifica le peculiarità di “Noi, individui, esseri umani senzienti”; un modello che prevede e propone, come sottolinea Cabitza: il desiderio dell’anonimato e della privatezza; il piacere per la serendipità e l’imprevisto, a volte al limite dell’imprudenza; il rifugio nell’ansia e nel dubbio, e a volte perfino nel rifiuto ostinato; il diritto all’incoerenza, all’ambiguità e all’imprecisione; di più: il bisogno, a volte insopprimibile, della dimensione dell’ineffabile, dell’inesprimibile e del silenzio.  In modo da tornare a mettere al centro del nostro sviluppo il bene comune, il progresso sociale condiviso e consapevole; tornando a interrogarci sulla complessità del sistema mondo e dei nostro comportamenti e, per dirla con Eric Sadin, citato dal professor Cabitza:   “l’accettazione della pluralità degli esseri umani e dell’incertezza intrinseca della vita”.  Non esistono soluzioni facili, non esistono scappatoie tecnologiche, non esistono percorsi privilegiati. Non è possibile soprattutto fondare una società solo sul denaro e la differenza di censo. Non ci sono meriti particolari nell’essere ricchi e soprattutto la dignità dell’uomo non può fondarsi sul suo conto in banca. Sappiamo bene che altri sono i valori in campo e solo difendendo strenuamente questi differenti valori che potremmo sperare di tornare a crescere tutti in modo omogeneo e soddisfacente. E affrontare in modo coerente e risolutivo qualunque tipo di crisi o mutamento epocale in corso. Leggi pandemia, ma tanti altri sono i temi all’ordine del giorno, ai quali far fronte. Dunque cambiare le regole in corso, e intraprendere un nuovo percorso, un nuovo cammino, come ben sintetizza un giurista, Mauro Barberis, che da esperto di diritto ha provato a individuare  i prodromi di un’ecologia digitale partendo dalle regole di convivenza civile già in vigore fra gli stati del nostro pianeta. Un pianeta che improvvisamente ha imparato – o meglio ha dovuto imparare a fare i conti – con la “globalizzazione”, volente o nolente, come spiega  nel suo ultimo libro  “Ecologia della rete”:

 

 

 

 

 

 

 

l’Antropocene. In breve, il nome designa l’epoca in cuiHomo Sapiens, dopo aver colonizzato il pianeta e averne progressivamente cambiato l’ecosistema, coltivandolo, deforestandolo, addomesticando o producendo l’estinzione di intere specie animali, è in grado di distruggerlo e di autodistruggersi.

Questa consapevolezza non arrivò tutta d’un colpo, ma si fece strada attraverso due processi fra loro collegati. Il primo è la Guerra fredda fra Occidente e Unione Sovietica, entrambi dotati di armi nucleari; fu in questo contesto, si ricorderà, che si sviluppò la prima rete internet statunitense. Il secondo fu la corsa allo spazio, percepita nei suoi effetti simbolici più che per l’innovazione tecnologica prodotta. Nel frattempo, peraltro, furono politici e giuristi a cercare di prevenire i rischi che si profilavano all’orizzonte.

 

 

 

 

 

 

 

 

Non c’è un piano o un pianeta B, come dicono in molti, ad esempio i giovanissimi sostenitori dei “venerdì del futuro”, che hanno avuto origine dalla, inizialmente solitaria,  protesta della giovanissima e molto determinata Greta Thunberg. Non c’è un pianeta di scorta, dove migrare o riparare in caso di catastrofe globale. Dobbiamo dunque agire insieme e in modo coerente. Cercando di prospettare un futuro ai nostri figli e nipoti che sia realizzabile non solo sulla carta e a parole, ma nei fatti e in modo tangibile. La transizione digitale può senza alcun dubbio essere un forte e solido veicolo per agevolare la creazione di questi scenari realmente sostenibili. E questa transizione va realizzata in ogni settore, non solo nella tecnologia, per fare in modo che si trasformi davvero in uno strumento di progresso.  Un altro contributo che estraiamo dal libro di Barberis, citato qui sopra, arriva ad illuminarci in campo giuridico, sul fronte delle leggi e dei diritti globali:

 

 

 

 

 

 

Con il senno di poi, d’altra parte, dopo settant’anni di pace in Europa ma anche dopo la reazione delle istituzioni dell’Unione alla tragedia della pandemia, si capisce come il diritto europeo, specie in settori come il digitale e l’ecologia, venga spesso guardato come un possibile modello per la soluzione dei problemi globali.

È come se, dinanzi alla devastazione bellica e alla prospettiva della distruzione nucleare, nel cuore della vecchia Europa abbiano cominciato a sperimentarsi, settant’anni fa, le soluzioni istituzionali che, domani, potrebbero salvare il mondo da altre pandemie o dal riscaldamento globale. Forse, anche il diritto europeo funziona come una sorta di congegno evolutivo che, mosso dall’istinto di sopravvivenza, ci porta ad adattarci a situazioni neppure immaginabili quando fu progettato.

 

 

Dinanzi a società sempre più complesse, allo stesso tempo frammentate e interconnesse, le amministrazioni degli Stati nazionali non bastano più. La soluzione di ogni problema, come ha mostrato ancora la pandemia, impone il coordinamento con un reticolo di altri apparati: nazionali (giudiziario, autorità indipendenti) e locali (Regioni, città metropolitane); poteri privati (grandi imprese, arbitri nazionali e internazionali); organizzazioni internazionali (ONU, Ue e simili); organizzazioni non governative (Ong).

Mentre la politica provvede allo spettacolo lanciando segnali sempre più rumorosi e contraddittori, e l’opinione pubblica derazionalizzata assiste distratta, è questa governance sempre più globale che deve farsi carico dei destini del mondo. Se alle scelte ultime, sempre più obbligate – lotta alla pandemia, ripresa economica, tutela dell’ambiente, digitalizzazione – provvede ancora il potere governamentale dei governi, è agli apparati che tocca il potere disciplinare, l’amministrazione quotidiana.

Éric Sadin – forse il più sensibile interprete di tutti questi processi – mostra che l’amministrativizzazione della politica è il vero ideale, il fine o la fine, della politica contemporanea: quel che lui chiama tecno-liberismo e social-liberismo e io nuovo Pensiero Unico. Vecchio ideale, un tempo espresso dalla sociologia positivista come passaggio dal governo degli uomini all’amministrazione delle cose. Vera fine della storia, se ve n’è una, sostituita dall’amministrazione integrale della società globale da parte della IA.

La trasformazione dei problemi in questioni d’amministrazione, ancora una volta, può essere percepita al contempo come un rischio e come un’opportunità. Nello stato populista viene percepita soprattutto come un rischio: i poteri democratici, maggioritari, arretrano dinanzi a organi che democratici non sono. La si chiama burocrazia e tecnocrazia, e al massimo si pensa di restituirle efficienza: il che, specie in Italia, quando ci saranno da gestire gli aiuti europei, è diventato il primo dei problemi.

Lo stesso processo, invece, può essere usato come un’opportunità, se compensa la perdita di razionalità della politica. Un’amministrazione riformata, semplificata e digitalizzata rappresenterebbe quel potere legale-razionale cui, oggi più di ieri, sono affidate le sorti del pianeta.

 

(Mauro Barberis Ecologia della rete)

 

 

 

Non è certo questa la soluzione dei problemi.  L’aspetto formativo ed educativo deve rimanere sempre in primo piano, ma è fondamentale, come spiega anche Barberis, per determinare una reale crescita e progresso, attraverso la corretta “esecuzione” della transizione digitale, prendere possesso, obbligatoriamente,  di questi nuovi scenari,  di tutti gli scenari possibili, attraverso lo studio, la ricerca e infine la conoscenza degli stessi. E questo non può ne potrà mai avvenire, dandoli per scontati o acquisiti, o peggio che mai,  lasciando ad un’oligarchia di super ricchi ogni scelta e responsabilità in questo senso.

Grazie per l’attenzione e alla prossima ;)

 

 

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