I ragazzi del fare

| 27 Gennaio 2022 | Tag:, , , , , ,

La notizia: Lorenzo Parrelli morto all’ultimo giorno di alternanza-scuola lavoro.

Il commento più ricorrente: Lorenzo doveva essere tra i libri e non al lavoro.

 

Ad una lettura veloce non si può che essere d’accordo, lo sdegno non è mai abbastanza di fronte a una vita che si spezza a 18 anni. Eppure questa notizia è stata vittima di  superficialità, così da limitare l’analisi che la vicenda merita. La narrazione si è spostata sulla critica alla Buona Scuola di Renzi, dando la possibilità di riportare l’attenzione alla battaglia contro  il PCTO, acronimo che indica Percorso per le Competenze Trasversali e l’Orientamento, la fu Alternanza Scuola-Lavoro.
Ma Lorenzo non frequentava un liceo, o un istituto tecnico o un professionale di stato, lui era uno di quegli allievi che dagli addetti ai lavori, sono definiti “ragazzi del fare”, era iscritto a un 4^ anno della Iefp (Istruzione e Formazione professionale).

 

Lorenzo aveva scelto di ottenere una qualifica professionale nel settore metalmeccanico e poi successivamente di accrescere le competenze con il  Diploma Professionale, il 4^ appunto. Lui e la sua famiglia avevano scelto l’agenzia formativa Cnos-Fap, quella fondata da Don Bosco, con l’intento di salvaguardare i ragazzini dei quartieri poveri della Torino ottocentesca. Una idea talmente visionaria che la sua istituzione è diventata nazionale ed arrivata fino a noi.  Avevano quindi scelto una delle eccellenze nel campo della Formazione Professionale.

 

 

 

 

 

Don Bosco è stato il primo nella storia ad aver inventato  un contratto di apprentizzaggio,  firmato in carta bollata da quaranta centesimi l’8 febbraio 1852 dal datore di lavoro, il signor Giuseppe Bertolino, dal suo apprendista, Giuseppe Odasso, dal padre del ragazzo e da lui stesso in persona.

La Formazione Professionale ha come obiettivo l’inserimento nel mondo del lavoro, accompagnando ragazzi e ragazze che intendono imparare un mestiere. Lorenzo voleva diventare un professionista.

Si tratta di un sistema che, se pur abbia nobili origini, è stato soggetto a riforme continue, anche tortuose, come se non meritasse una sua dignità, tanto da essere etichettato negli anni e anche da qualche insegnante “di serie B”.

Quali sono le sue peculiarità?

  • È gratuita
  • Non è statale
  • È finanziata dal Fondo Sociale Europeo
  • Permette di acquisire competenze spendibili nel mondo del lavoro
  • Permette di proseguire gli studi fino all’Università
  • Promuove una didattica inclusiva
  • Privilegia l’apprendimento nei  contesti pratici, quindi ha un carattere meno teorico
  • Contiene la dispersione scolastica
  • È sottoposta a continui controlli e monitoraggi da parte degli enti finanziatori
  • Prevede una buona percentuale di ore del percorso in stage

 

 

 

 

 

 

Il monitoraggio nazionale INAPP sull’annualità formativa 2018-19 registra un totale di iscritti ai percorsi di IeFP, pari a 288.065 unità. Si tratta di un numero comunque consistente, che se pur in flessione a causa del calo demografico, denota una risposta a una “precisa” domanda.

La formazione professionale ha natali storici, abbiamo citato Don Bosco, ma insieme a lui altri santi sociali che avevano intuito la necessità di insegnare un mestiere a ragazzi (le ragazze sono arrivate dopo) che altrimenti si sarebbero persi o destinati alla miseria. Il sistema scolastico italiano non ha ancora trovato pace e la formazione professionale ha cercato di sopravvivere nel caos che negli anni l’ha letteralmente travolta, perdendo anche un po’ della sua natura. Un tempo era decisamente più caratterizzata dalla pratica in laboratorio e dal contatto con le imprese.
Nella storia del nostro Paese la formazione professionale si è adeguata ai vari passaggi economici. Si è passati dall’addestramento puro al conseguimento di competenze. Negli anni del boom economico gli operai qualificati arrivavano dalle scuole di fabbrica (Scuola RIV, scuola FIAT, etc…) che plasmavano i lavoratori a loro immagine e somiglianza. C’erano anche dei fiori all’occhiello locale, come il “CORSO COMUNALE TECNICO PRATICO per l’addestramento professionale dei giovani”, presieduto quindi da una Commissione di Controllo della Scuola dell’Onarmo di Pinerolo. Qui faceva capolino la consapevolezza che si dovesse andare oltre il semplice addestramento, ma che si potesse superare l’operaismo.

Dalla riforma Moratti, passando per la Gelmini fino ad arrivare alla Buona Scuola, gli addetti ai lavori hanno sempre sperato di poter riprendere serenamente il discorso educativo che avevano tracciato i santi sociali e il buon don Milani, concentrando la cura educativa su ragazzi e alle ragazze, a cui nel frattempo l’emancipazione ha permesso di arrivare ai corsi, per formare lavoratori e lavoratrici a 360° .

Le soft skills, secondo le indicazioni europee, sono il passaporto per il mondo del lavoro, costituendo quella differenza nella costruzione del proprio vestito professionale, il plusvalore.
L’Unione Europea indica i livelli di competenze a cui bisogna tendere e le abilità da raggiungere, declinando le ore da dedicare per il loro conseguimento e quindi della qualifica e/o diploma finale.

L’obiettivo non è più quello di creare la classe operaia, ma quello di formare professionisti e professioniste che sappiano far fruttare saperi teorici per portare valore aggiunto a un fare che sia utile alla società. Ecco quindi le competenze digitali, le competenze chiave di cittadinanza e anche la sicurezza sul lavoro che si affiancano alle competenze di base dei cosiddetti assi culturali e alle competenze professionalizzanti tipiche del profilo. E i profili si moltiplicano, andando a coprire tutti i settori della nostra economia.

Purtroppo spesso docenti e discenti della formazione professionale sono vittime ancora di un pregiudizio gentiliano di essere parte di un mondo non all’altezza dell’Istruzione ordinamentale. Eppure il valore aggiunto rispetto ai colleghi dei  licei e degli istituti tecnici , i ragazzi del fare ce l’hanno: lo stage .

 

 

 

 

Lo stage, insieme alla didattica di laboratorio, è ciò che distingue in maniera tangibile la formazione professionale, dalla scuola, tanto che i datori di lavoro dicono di riconoscere dopo le prime ore dall’entrata in azienda i dipendenti e le dipendenti che si sono formati in una agenzia formativa. L’impresa diventa infatti il luogo privilegiato dove declinare le competenze teoriche apprese in aula e concretizzare la competenze trasversali, in una dimensione educativa, dove quanto appreso diventa input per la pratica nel contesto reale. La pratica sul campo, dunque, non può essere considerata uno strumento negativo tout court, è piuttosto il contesto in cui sperimentare le proprie capacità per superare le prime difficoltà sia relazionali, sia tecniche; dove imparare a stare in équipe e dove testare la propria motivazione. La comunità professionale diventa la comunità di apprendimento.

 

Tornando a Lorenzo dunque, non si può dire che il suo posto fosse esclusivamente tra i banchi, come abbiamo letto  e sentito affermare dai maggiori organi di informazione in questi giorni. Lorenzo aveva scelto di diventare un professionista usando gli strumenti che il sistema di Istruzione italiano gli ha offerto. Per dare forma al suo progetto aveva continuato dopo la qualifica con il 4^ anno, quello di diploma, per diventare Tecnico; un IV livello EQF che lo avrebbe posto alla stessa stregua dei suoi amici liceali, ma con una professione nelle mani, anzi con delle competenze che gli avrebbero permesso un migliore posizionamento nel mondo del lavoro.

Dunque l’azienda, l’officina e il cantiere,  erano i posti dove Lorenzo aveva scelto di stare e dove era  necessario stesse per conseguire quei risultati attesi. Il percorso formativo era di tipo duale, vale a dire che lo stage era in misura pari alle ore teoriche, in alternanza.  Sulle potenzialità del duale ha scritto molto Dario Nicoli, qui qualche spunto.  Come dice Nicoli appunto con l’alternanza in azienda  la scuola è al servizio di un progetto educativo che vede la responsabilità «generativa» di tutti gli attori sociali che avvertono l’urgenza di un impegno a favore della gioventù.

 

 

 

 

Lorenzo era nel posto giusto, ma nel modo sbagliato. Come dice Matteo Saudino il problema non è la battaglia all’alternanza scuola- lavoro, ma la vera campagna da farsi è quella per dare dignità al lavoro. Perché sul posto di lavoro si muore con troppa facilità e i numeri sono quelli irripetibili di una  guerra. Ai ragazzi insegniamo facilmente quali sono i doveri, ma con un po’ di imbarazzo quali sono i diritti, perché troppo spesso il diritto è in balia del fato. Non può essere fatalità morire a 18 anni, mentre si impara a progettare il proprio futuro.

Don Bosco nel già citato contratto di apprendizzaggio al punto 3 precisa: Lo stesso Mastro si obbliga di corrispondere settimanalmente all’apprendista l’importare della sua mercede, stata convenuta in centesimi, trenta al giorno per li primi sei mesi, ed in centesimi quaranta per il secondo semestre del corrente anno 1852 ed in centesimi sessanta a principiare dal primo gennaio milleottocentocinquantatre, fino al terminare dell’apprendimento.

Sicurezza e corrisposta dignità dovrebbero essere le “conditio sine qua non”.  A metà del 1800 sembrava una conquista quasi scontata. Nel 2022 una battaglia di retroguardia, persa in partenza, e  che nemmeno si principia.

La battaglia è capeggiata dalla bandiera sbagliata: non è qui la Buona Scuola il motivo del contendere, ma il banale paradosso di quelli che sono i diritti fondamentali di ogni lavoratore e ogni lavoratrice. Lo scandalo è dato dalle aziende che approfittano di diciottenni per sostituire risorse esperte e costose. Lo scandalo è dato da un sistema che permette di trattare un lavoratore, una lavoratrice come una tassello, senza l’adeguata cura. Don Milani ce lo ha insegnato con il suo “I Care”, mi importa. La lotta è quella di pretendere le attenzioni necessarie alle normative e alle condizioni dignitose dei posti di lavoro.

 

 

 

 

 

 

 

 

I ragazzi e le ragazze devono poter scegliere di non correre nessun rischio sia in aula, sia in azienda, senza la rabbia che può portare loro un diritto sospeso. Perché lo stage in quanto strumento di connessione tra il mondo della scuola e quello reale, è un diritto, non un dovere.

 

 

Lia Bianco (formatrice)

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