Vedere il clima

| 28 Luglio 2019 | Tag:, , , ,

Per la serie giornalismi e giornalisti, riceviamo e pubblichiamo con grande gioia, un contributo del nostro associato Sergio Ferraris su stili, temi, sviluppi professionali, narrazioni, e ricerca. Da scienziato oltreché giornalista scientifico specializzato in temi ambientali, Sergio ci porta a conoscenza di una sperimentazione in corso al New York Times che riguarda informazione e clima. In realtà più che di una sperimentazione, e Ferraris lo dice molto chiaramente, al NYT con questo eccellente modo di fare giornalismo ci fanno e ci faranno anche un sacco di soldi. E provando in tutti i modi a resistere dall’usare per l’ennesima volta una terminologia terribilmente “inutile”,  (non ditelo a nessuno ma ci riferiamo a “modelli di business”), vorremmo unirci a Sergio nel sottolineare come essere passati dalle parole ai fatti –  e che fatti, Ponte Morandi compreso, (sigh e strasob, come direbbe Palazzeschi ma anche Topolino) –  abbia in breve portato nelle casse del quotidiano newyorkese:  pecunia, visibilità e premi internazionali come se piovesse. Dunque che fare? Proviamo a studiare e a fare qualcosa anche qui nel Belpaese, o continuiamo a invitare giornalisti, studiosi, ed esperti di marketing da tutto il mondo nei nostri bellissimi festival,  per poi continuare a far finta che tutto vada bene? In tempi di “stati generali dell’informazione” potrebbe  essere uno spunto più che mai utile.

 

 

L’informazione sul clima è anche visiva e può portare anche nuovi abbonati. Parola del New York Times

 

 

di Sergio Ferraris

 

 

Come comunicare – a livello visivo – i cambiamenti climatici. Questo l’argomento di un webinar audio internazionale organizzato dal New York Times per gli abbonati, che potevano intervenire o solo ascoltare, al quale hanno partecipato giornalisti ambientali, fotoreporter e videomaker internazionali. “Le immagini giuste possono raccontare la storia del cambiamento climatico e trasmetterne l’urgenza”, ha detto il fotografo, premio Pulitzer, Josh Haner, che ha documentato il cambiamento climatico mondiale per la testata statunitense, usando sia la macchina fotografica sia la telecamera. All’incontro ha partecipato Meaghan Looram, direttrice dell’ufficio fotografico centrale del NYTimes a capo di 40 picture editor e 15 fotografi, che ha puntualizzato: “Questa discussione è utile anche all’interno della redazione perché è essenziale conoscere le sfide da affrontare di fronte ai cambiamenti climatici ed è importante valutare l’impatto che questi servizi possono avere sugli abbonati del NYTimes”. Si tratta di una questione non di poco conto poiché nel 2018 solo il digitale del NYTimes ha generato un fatturato di 709 milioni di dollari dei quali gli abbonamenti sono la maggioranza. 400 milioni di dollari contro i 259 milioni di pubblicità digitale.

 

 

 

Simboli per vedere

 

 

La visualizzazione dei cambiamenti climatici, secondo Haner, deve partire da un approccio simbolico alla realtà. Ossia si devono trovare nei fatti dei simboli che richiamino il cambiamento in atto che spesso non è visualizzabile in maniera diretta. Una fila di virgulti vegetali piantati a mano da una donna china in una zona dove si vede, a perdita d’occhio, un territorio con pozzanghere d’acqua, un fiume d’acqua che si scava un percorso tra i ghiacci artici o tre piccole isole riprese dall’alto assediate dalle onde del mare, sono alcune delle situazioni che Haner ha ripreso esattamente con questa logica. Si tratta d’immagini che sono state utilizzate per delle “long term stories” sulle quali punta il NYTimes per offrire un plus ai propri lettori/abbonati. “Sono prodotti giornalistici che devono andare oltre l’informazione ed è necessario che soddisfino in pieno i lettori”, ha detto la Looram. Una logica interessante che va oltre quella asfittica che viviamo nel giornalismo italiano, stretto tra la pubblicità classica – in crisi ed erosa per quanto riguarda il digitale dagli Ott – e gli abbonamenti/vendite tradizionali. Ed è interessante anche come il NYTimes si sia preoccupato di creare eventi attorno al lavoro di redazione, con una sorta di “dietro le quinte” del lavoro giornalistico. Oltre a ciò è necessario considerare il fatto che le “long term stories” sono anche prodotti editoriali che hanno un modello di business particolare che in Italia è poco, se non addirittura per nulla utilizzato. A fronte delle ingenti spese di produzione – oggi con la standardizzazione del formato digitale bastano due persone, il giornalista e il fotografo videoperatore – questi pezzi possiedono una “long editorial life”, caratteristica che li rende spendibili e monetizzabili a distanza di anni. Oltre al fatto che possono essere un innesco di identificazione del lettore nella linea editoriale, presupposto essenziale per conservare e sviluppare la comunità dei lettori che è ad oggi l’unica linfa possibile per l’informazione di qualità. E le tecnologie aiutano. Sono passati i tempi, infatti, del primo “epico” reportage organizzato in una “long term stories” che era “Snow falls” del 2012, che vinse il Pulitzer, al quale avevano lavorato 17 persone per oltre sei mesi. Tutti aspetti ignorati dall’editoria italiana per la quale il multimediale è poco più di un giocattolo con il quale far girare con un poco di luci colorate la superficie lunare e visualizzare dei riassunti di Wikipedia spacciati come contenuti informativi sul primo allunaggio di mezzo secolo fa.

 

 

Clima protagonista

 

 

Il cambiamento climatico affrontato con quest’o approccio sembra essere una delle leve principali del quotidiano newyorkese. Che non a caso ha chiamato la sua sezione ambientale Climate and Environment, ossia clima e ambiente. Tanto per dare una priorità precisa già dal nome della sezione. Ed è una strada così chiara, per il NYTimes, che nel 2019 il giornale si aspetta un fatturato, per il digitale di 800 milioni di dollari. Un +12%. Sarà una strada che dovranno intraprendere anche i media italiani se non vogliono essere desinati all’estinzione. I prossimi anni, infatti, saranno caratterizzati dall’ingresso dell’intelligenza artificiale per la traduzione on line che consentirà di saltare le barriere linguistiche. Una delle ultime “difese” dall’editoria estera che per ora non sembra molto interessata all’asfittico mercato editoriale italiano. Un fatto che potrebbe dare il colpo di grazia agli editori nostrani. Volete un assaggio di ciò? È sufficiente che leggiate il reportage del NYTimes su ponte Morandi, di gran lunga il migliore in assoluto, che è stato tradotto, per ora manualmente, anche in italiano.

 

 

 

 

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