L’unico mercato in città

| 29 Novembre 2019 | Tag:, , , , , , , , ,

La Cina lavora per arrivare ad essere l’unico punto di riferimento di qualunque mercato del mondo, e lo fa partendo da un mercato interno che già garantisce al Paese orientale di sopravvivere a qualunque crisi. I numeri di Tik Tok, ultimo arrivato nel mondo dei social network, parlano chiaro: 1 miliardo e 450 milioni di utenti; e ancora non lo conosce nessuno, o quasi, fuori dalla Cina. Torniamo ad occuparci di OTT e di scontro fra titani Usa-China, grazie all’eccellente dossier realizzato per China Files dal nostro collega e amico Nicola Zamperini. Abbiamo ragionato assieme a lui,  e grazie ai suoi contributi, qualche settimana fa di indagini,  concentrazioni e antitrust a carico delle maggiori OTT statunitensi da parte del Governo americano e di molteplici organi giudiziari. Oggi concludiamo l’analisi del dossier del giornalista romano,  grande esperto di mondi digitali, osservando  il tutto da Oriente,  per capire quanto “conti”, negli assetti del mondo moderno, la “guerra” economico politica, più o meno manifesta, che l’amministrazione Trump ha scatenato contro la Cina. In termini di concorrenza alle OTT,  la Cina indubbiamente,  è l’unico Paese al mondo in grado di competere con le techno-corporation. Come rilevava nel suo intervento agli Stati generali dell’informazione dell’estate scorsa un altro esperto di questioni digitali e di economia, l’avvocato Matteo Bonelli:

 

 

Le società tecnologiche più importanti al mondo sono tutte  negli Stati Uniti o in Cina. Chi riesce ad arginare il predominio mondiale di Facebook e Google nel settore della pubblicità online sono solo imprese cinesi. Le quote del mercato pubblicitario online in Cina non sono di Google e Facebook. Solo i cinesi sono riusciti a creare degli antagonisti a questo monopolio americano online degli over the top. Del resto gli unici paesi dove si produce valore nella ricerca tecnologica, dove nascono aziende tecnologiche di grande valore,  sono la Cina e gli Stati Uniti.

 

Sulla stessa lunghezza d’onda è anche Nicola Zamperini per il quale la premessa dalla quale partire è questa:

 

Le piattaforme hanno abbattuto i confini, per questo possono essere interpretate come meta-nazioni digitali. E il territorio su cui estendono il loro dominio, ad oggi, è tutto il territorio del pianeta, a eccezione di Stati in cui la loro presenza è vietata.

Poche aziende rispettano la definizione di meta-nazione digitale come Google, Facebook, Amazon o Apple, ma anche Airbnb, Spotify, Netflix.

 

Partendo da queste premesse nell’analisi di Morelli e poi di Zamperini si intravedono molto chiaramente alcune aziende cinesi come unici possibili competitor  delle OTT sui mercati globali digitali in cui siamo totalmente immersi.

 

l’unico potenziale concorrente di Google è il motore di ricerca cinese Baidu che oggi possiede una quota di mercato globale per ora insignificante, pari allo 0,9%, cifra che equivale alle ricerche dei cinesi in Cina, in mandarino. Impostazione predefinita.

 

Allo stesso modo l’unico reale competitore di Facebook è rappresentato da WeChat, il social network totale, anch’esso cinese. WeChat è una vera piattaforma integrata che assomma sistemi e funzioni differenti, non solo relazioni tra persone, e quindi messaggi e post, ma anche pubblicità, notizie, pagamenti per l’acquisto di beni e servizi, dalla cena alla visita medica, dal taxi alla vacanza. Una matrioska digitale in cui l’applicazione madre contiene e integra svariate applicazioni figlie. WeChat rappresenta una sintesi perfetta, efficiente, molto facile da utilizzare; un livello di integrazione, tra servizi differenti, che a Menlo Park, sede di Facebook, sognano.

 

WeChat conta oggi 1 miliardo di utenti, è controllato da Tencent.

 

TikTok ha già terrorizzato letteralmente l’ecosistema dei social network che fino ad oggi è stata una riserva di caccia di Zuckerberg.

 

Amazon allo stesso modo deve già oggi confrontarsi con la potenza di AliBaba Group, e quindi anche delle controllata AliExpress e AliPay. Il conglomerato fondato da Jack Ma non rappresenta soltanto una piattaforma di e-commerce globale ma anche un sistema di pagamenti molto efficiente e utilizzato in Cina, e un fornitore di servizi cloud.

 

 

Gli interessi in gioco sono davvero pesanti, e non si tratta evidentemente di commercio, e nemmeno di concorrenza, qui in gioco c’è la supremazia sullo scacchiere geopolitico mondiale, e la scelta –  più o meno consapevole – delle politiche per il futuro prossimo di tutto il pianeta. Quindi i pronunciamenti futuri degli inquirenti americani – come fa notare Nicola Zamperini – nel suo dossier,  non potranno essere “troppo” pesanti verso le OTT, salvo non rischiare di penalizzare il futuro degli stessi Stati Uniti:

 

Nonostante quanto accaduto nell’ultimo anno e mezzo, insomma, Facebook, Google, Amazon, Apple e anche Microsoft, non hanno smesso di crescere e di espandersi; a differenza delle omologhe cinesi hanno già avuto successo all’estero e hanno esportato un modello di capitalismo che ha rivoluzionato il presente. Ed è un modello americano.

Insomma se le autorità statunitensi intendessero salvare questo modello di capitalismo a stelle e strisce dovrebbero limitarsi a colpire le techno-corporation con multe, per quanto salate.

Limitarsi alla valutazione dei rischi per il solo mercato statunitense e quindi arrivare a sanzioni più pesanti, magari avrebbe anche un senso giuridico, ma potrebbe trasformarsi nell’occasione per le piattaforme rivali cinesi di sfidare le omologhe americane con un vantaggio competitivo fin qui insperato.

 

Se, come scrive Foreign Affaris, “la tecnologia rimarrà al centro delle tensioni tra Stati Uniti e Cina ben oltre la fine dell’attuale guerra commerciale”, occorre adesso capire se la valanga di azioni giudiziarie contro la Silicon Valley sposterà l’asse di questo conflitto a danno delle techno-corporation americane e a vantaggio di quelle cinesi.

 

Nessuno si sognerebbe mai, in ogni caso, di procedere a uno spezzatino per aziende che possiedono un valore strategico per gli Stati Uniti. Non sarebbe nemmeno immaginabile per una Lockheed Martin o una General Electric. Perché dovrebbe essere fatto per Facebook o Google?

 

 

 

Al di là delle scelte che le autorità statunitensi, che stanno indagando sulle techno-corporation, faranno al termine delle loro inchieste, e di quelle che poi saranno infine le indicazioni diramate in tal senso dal Governo americano; l’atteggiamento del mondo, di tutti i governanti, delle Nazioni, Europa in testa, e poi di riflesso di noi tutti, abitanti di questa nuova dimensione globale mutuata soprattutto dalla enorme diffusione e dell’uso costante degli strumenti e delle tecnologie digitali, nei confronti delle cosiddette OTT, dovrebbe essere,  a nostro personalissimo avviso,  rivisto, rimodulato e riformulato, al più presto. Siamo vittime/artefici,  più o meno consapevoli,  di un modello sociale che nessuno ha scritto  ma che improvvisamente ci troviamo a vivere quotidianamente. Vittime/artefici di una realtà sociale complessa, e che quindi andrebbe studiata con attenzione e “imparata” direttamente a scuola, per la quale anche gli adulti dovrebbero essere opportunamente formati;  che si realizza giorno dopo giorno sotto i nostri occhi in modi inutilmente complicati. Siamo costretti a pagare le tasse esclusivamente online – con buona pace di chi non ci riesce e deve forzatamente rivolgersi a professionisti che costano e non semplificano –  ci portiamo appresso la nostra tessera sanitaria dotata di microchip, –  salvo poi constatare che solo per le finalità fiscali il chip può essere utile, e non per salvarci la vita, se a seguito di un problema di salute ci trovassimo incoscienti su un’ambulanza o nella sala operatoria di un’ospedale; viaggiamo su auto dotate di dispositivi “start & stop” – che ci dovrebbero aiutare a risparmiare e a preservare l’ambiente (avete mai visto dei dati scientifici che attestino inequivocabilmente questa tesi?) – quello che succede nella realtà quotidiana è che le batterie “start & stop” costano 3/4 volte di più di quelle normali. Ma torniamo al dossier di Nicola Zamperini che proprio di questi problemi, raccontando lo spauracchio cinese, si occupa:

 

 

 

La verità è che le democrazie sono organismi complessi, e lo sono ancora di più oggi di quanto non lo siano state in passato, a causa della globalizzazione che avrebbe reso il mondo, quasi tutto, uno spazio apparentemente sempre più piatto. Ciò che era valido quando si trattò di smembrare la Standard Oil o l’American Tobacco, o in tempi ancora più recenti l’AT&T, non è detto che valga oggi. Il mondo è davvero piatto nello spazio digitale occidentale.

 

Infine ancora occorre domandarsi se è ancora attuale questa affermazione e come possa oggi essere realizzata: «per tutto il corso della loro storia gli Stati Uniti sono stati spesso animati dalla convinzione che i loro ideali avessero un’importanza universale e che fosse necessario diffonderli». Se risulta ancora vera, questa affermazione è vera nella misura in cui quegli ideali sono stati diffusi anche attraverso un sapiente racconto del capitalismo, narrazione in cui si inscrive alla perfezione il big bang dell’universo digitale proprio nell’ultimo capitolo di questa storia.

 

La differenza enorme sta, per le aziende californiane, nel considerare lo spazio digitale come uno spazio fisico i cui confini sono stati abbattuti e valicati; le controparti cinesi hanno fin qui valutato lo stesso spazio come un territorio difeso, protetto, recintato da qualcuno che non ha – apparentemente – nulla a che vedere con l’universo digitale, e cioè il governo di Pechino.

 

In ogni caso, sfogliando il Rapporto Internet Trend 2019, il predominio delle techno-corporation statunitensi, per valore di mercato, è ancora indiscusso: tra le prime 10 società quotate, ben 8 sono americane e solo due cinesi. Tra le prime 20 la proporzione cambia di poco: 14 sono aziende a stelle e strisce, 5 sono cinesi e una sola è giapponese.

 

 

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