Ripensare il modello mondo

| 10 Dicembre 2018 | Tag:, , , , , , , , ,

Ripensare la Smart City  è un manuale che chiunque sia interessato alla reale e necessaria rivoluzione culturale di cui le città, e gli agglomerati di città, hanno bisogno (penso soprattutto ai politici e agli amministratori) dovrebbe avere nel proprio programma elettorale e, se già in carica, sulla propria scrivania. Un manuale che rappresenta per noi di Lsdi un potente “spunto operativo” per l’azione in ambiti (Smart City, per l’appunto, e algoritmi) che ci stanno molto a cuore.

E’ difficile farne una sintesi perché, questo vale in particolar modo per la seconda parte (curata da Francesca Bria, Chief Technology and Digital Innovation Officer a Barcellona), esso fornisce un elenco di casi di studio: storie di Comuni e Amministrazioni che hanno avviato dei programmi sull’innovativo solco tecnologico-culturale tracciato nella prima parte, quella di competenza di  Evgenij Morozov, noto sociologo e giornalista bielorusso.

C’è un punto essenziale nel saggio introduttivo; è quello in cui Morozov va oltre la critica al neoliberismo che lo contraddistingue da sempre (con argomenti a mio avviso convincenti); un punto che conferisce al suo lavoro una marcata nota di pratica politica;  un salto di qualità, quindi, rispetto all’approccio prevalentemente analitico al quale ha abituato i suoi lettori. L’argomento è quello della sovranità tecnologica: i cittadini, attraverso le azioni delle amministrazioni locali, devono essere proprietari dei dati che producono durante la vita quotidiana di fruitori delle piattaforme (di contenuti e servizi). Questo l’antidoto proposto da Morozov  alla “mercificazione delle soluzioni a problemi politici” e alla “liberazione delle politiche smart dalle logiche della finanza” (che sono quelle che normalmente alimentano di liquidità la realizzazione di infrastrutture). Le stesse logiche, fa notare Morozov, che hanno dato l’illusione alle persone di essere arrivati alla fine della crisi economica (quella in cui siamo immersi da ormai dieci anni) semplicemente perché il tasso di decrescita dei prezzi sul mercato dei servizi offerti dalle nuove piattaforme è stato più veloce di quello dell’abbassamento del potere di acquisto dei redditi (il cortocircuito è molto più chiaro nel lavoro di Staglianò: Lavoretti. Il potere di acquisto di cui parla Morozov è – meglio dire: sarebbe – anche quello dei ciclo-fattorini o degli autisti di Uber; il capitale finanziario che ruba risorse economiche ai sistemi di welfare è proprio quello delle imprese della gig economy come Uber).

 

La soluzione elaborata da Morozov si completa, rendendo il quadro molto stimolante, con la proposta di rendere i cittadini proprietari (cioè le città proprietarie) non solo dei dati, ma delle stesse piattaforme in cui questi dati vengono prodotti e codificati e degli algoritmi che li gestiscono. La chiave culturale che c’è dietro è altrettanto innovativa: la sanità, l’energia, la privacy non sono servizi, ma diritti dei cittadini! Così il diritto alla città è un “diritto dei diritti”, continua Morozov in questa sua arringa fortemente politica. L’alternativa, per chiudere il cerchio e far passare meglio il messaggio, è continuare a dare ad imprese come Google la possibilità di definire tali diritti come servizi e di farci anche credere che siano gratuiti (sappiamo benissimo e da tempo come stanno le cose!). La via verso la realizzazione pratica di questo progetto politico deve prevedere – introduce così Bria nella seconda parte del libro – un impegno intellettuale e ideologico che, mosso da esigenze locali, agisca poi a livello nazionale: è la larga scala che può permettere il raggiungimento del risultato. Il primo passo è l’alleanza con i movimenti sociali urbani (che già hanno abilità nel verificare i contratti e gli accordi dei comuni con i privati; hanno strumenti per richiedere trasparenza; sanno indagare il ruolo delle società di consulenza).

 

Prima di tirare le somme attraverso l’esame di qualcuno dei  tantissimi casi citati da Francesca Bria nel libro, anche per aggiungere argomenti ad un dibattito a mio avviso necessario, permettetemi di aggiungere due note personali.

 

 

La prima, la questione dei diritti: qualche anno fa Stefano Rodotà ci fece dono di un’opera mirabile: Il Diritto di avere Diritti. Così recita la scheda dell’editore Laterza: “Poteri privati forti e prepotenti sfuggono agli storici controlli degli Stati e ridisegnano il mondo e le vite. Ma sempre più donne e uomini li combattono, denunciano le diseguaglianze, si organizzano su Internet, sfidano regimi politici autoritari. La loro azione è una planetaria, quotidiana dichiarazione di diritti, che si oppone alla pretesa di far regolare tutto solo dal mercato, mette al centro la dignità delle persone, fa emergere i beni comuni e guarda a un futuro dove la tecnoscienza sta costruendo una diversa immagine dell’uomo. È nata una nuova idea di cittadinanza, di un patrimonio di diritti che accompagna la persona in ogni luogo del mondo.” Il libro è del 2013, la linea era già tracciata. Evidentemente. Per dar forza a quello che potrebbe definirsi “metodo dell’affermazione dei diritti” è forse utile citare gli argomenti del giornalista Domenico Quirico quando parla di accoglienza: l’accoglienza – ripete Quirico in ogni suo intervento – non è una questione di essere buoni, ma è una più basica questione di diritti (“Voglio accogliere i migranti non per buonismo, ma perchè è un diritto dell’umanità”) e la battaglia si sta perdendo perché la si sta combattendo sul terreno sbagliato: il terreno giusto è, per l’appunto, quello del diritto.

 

 

La seconda è sulla sovranità tecnologica. Sarebbe interessante indagare se, nei termini pratici, c’è spazio per l’implementazione delle piattaforme conviviali. A me appare abbastanza chiaro che se “uno strumento è conviviale quando può essere liberamente manipolato e adattato ai bisogni di chi lo usa, non è sottoposto a un controllo centralizzato e può essere usato da tutti e amplifica la creatività di ognuno”, allora lo strumento conviviale realizza la sovranità tecnologica.

 

Passiamo ora ad esaminare la pratica reale. Cosa possono fare le città per favorire la transizione verso un modello di Smart City non neoliberista? Questo l’esordio di Francesca Bria:

  1. Creare un programma per le città dei beni comuni e la produzione cooperativa, e farne un punto di riferimento globale;
  2. Far finire le privatizzazioni e promuovere la ri-municipalizzazione di servizi e infrastrutture fondamentali;
  3. Ridurre i costi dei servizi di base (diritto alla casa, trasporti) per andare incontro alla fasce più deboli della popolazione;
  4. Costruire modelli economici basati sull’analisi di dati in tempo reale e modelli per prendere decisioni anche con l’uso della democrazia partecipativa;
  5. Promuovere organizzazioni cooperative;
  6. Istituire un reddito di base per lottare contro la povertà;
  7. Creare “City Data Commons”: i dati generati e condivisi dalla popolazione nel contesto dei servizi pubblici non possono essere proprietà di alcun operatore privato.

 

Questo il “monito” di Francesca Bria prima di passare all’impressionante carrellata di buone pratiche e casi di studio: “introdurre tecnologie nell’ambiente urbano non vuol dire semplicemente dotare la città di sensori, connettività e dispositivi tecnologici.” Occorre essere più ambiziosi: le sfide devono essere di lungo periodo e – ripetendo uno degli argomenti del suo “eptalogo” occorre far partecipare i cittadini alle decisioni.

 

 

Ecco quindi le aree di azione presentate nell’ultima parte del manuale:

  • City data commons(Barcellona, Amsterdam, Helsinki, Parigi): gestione decentralizzata dei dati
  • Appalti Pubblici, Etici, Sostenibili, Innovativi(Barcellona): uso strategico delle risorse pubbliche, trasformazione ambientale, accesso delle PMI agli appalti pubblici
  • Controllo pubblico delle piattaforme digitali(Mosca, Boston, New York, San Francisco, Amsterdam, Barcellona): contrasto alla discriminazione algoritmica, controllo dei dati urbani, infrastruttura pubblica dei dati, piattaforme di gestione dei dati locali aperte e decentralizzate, controllo delle piattaforme digitali, economia digitale
  • Infrastrutture digitali metropolitane alternative e decentralizzate(New York, San Francisco, Barcellona, Londra, Helsinki, Amburgo, Berlino): banda larga, wifi pubblico, coinvolgimento dei cittadini nella progettazione delle infrastrutture stesse, municipalizzazione delle reti energetiche
  • Modelli Cooperativi di gestione dei servizi(Seul, California, Amsterdam, Barcellona, Milano, Berlino, Amsterdam, Detroit, New York, Shenzen): imprenditoria sociale, piattaforme cooperative, artigianato urbano e produzione locale sostenibile
  • Innovazione dal basso(New York, Barcellona, Berlino): il settore pubblico che guida l’innovazione che, quindi, diventa locale; utilizzo di strumenti quali il crowdfunding
  • Ripensare le logiche del welfare: le monete digitali locali(Stati: Kenya, Canada, Finlandia, Olanda, Svizzera; Città: Oakland, Utrecht, Livorno, Glasgow, Barcellona): reddito minimo garantito e utilizzo di valute digitali locali (le valute digitali locali, sostiene la Bria, rafforzano l’economia locale e riducono la dipendenza delle soluzioni locali dal sistema finanziario
  • Democrazia Partecipativa digitale e nuovi diritti(Madrid, Barcellona, Porto Alegre, Parigi, Reykiavik): coinvolgimento dei cittadini nei processi decisionali, modelli ibridi democrazia diretta – democrazia rappresentativa

 

Un elenco, quello che avete appena letto, che rappresenta solo una traccia che si raccomanda caldamente a tutti, ma soprattutto agli studiosi e agli amministratori, di approfondire con grande cura, ma dentro il quale, ci sono senza dubbio, a nostro personale avviso, molte delle soluzioni a buona parte degli attuali – scusate l’enfasi – problemi del mondo.

 

Grazie dell’attenzione e Buon lavoro a tutti!

 

 

 

Marco Dal Pozzo

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