L’asino morto per non aver ragliato

| 8 maggio 2018 | Tag:, , , , , , , ,

Quando ci siamo accostati ai “testi sacri” di uno dei nostri autori preferiti perchè ci eravamo accorti che parlavano di giornalismo in maniera incredibilmente moderna, non immaginavamo che saremo riusciti a farne un pezzo e forse addirittura una rubrica per il nostro piccolo blog. Sono state la caparbietà e la grande capacità di ricerca e selezione del nostro associato Marco Dal Pozzo che hanno fatto il miracolo. Marco partendo da un libro realizzato dalla casa editrice Orthotes che già di suo forniva un eccellente punto di partenza è andato ulteriormente a scavare nei testi del grande autore individuando i passaggi salienti degli scritti permettendoci di realizzare una vera e propria intervista, tutta dedicata al giornalismo e in particolare alla rivoluzione digitale del giornalismo, al celeberrimo personaggio in questione che purtroppo ci ha lasciato già da tanti anni. Il personaggio intervistato dal nostro Marco Dal Pozzo è Antonio Gramsci e lo spunto per realizzare questa intervista “postuma” ci è venuto leggendo alcuni passaggi dai Quaderni del carcere del grande intellettuale sardo. Passaggi in cui abbiamo trovato  freschezza e sostanza su argomenti e temi del giornalismo di cui quotidianamente ci occupiamo. Il libro di Orthotes che analizza e riporta le riflessioni gramsciane sul giornalismo e più in generale sul funzionamento del mondo dell’informazione è stato un eccellente compagno di viaggio per questa nostra riflessione sul tema e per fornire gli spunti all’intervista impossibile che successivamente Marco Dal Pozzo ha realizzato. Quindi grazie ai curatori del volume, grazie a Voi per l’attenzione e buona lettura!

 

 

 

Qual è il dovere del Giornalismo?

 

 

 

E’ dovere dell’attività giornalistica seguire e controllare tutti i movimenti e i centri intellettuali che esistono e si formano nel paese. Compito del giornalismo è cioè disegnare la mappa intellettuale del paese tenendo conto delle spinte innovatrici che si verificano. Nel far questo, però, si dovrebbe tener conto del fatto che all’inizio un movimento è sempre incerto, di avvenire dubbio: non è necessario che esso sia fornito delle doti di coerenza e di ricchezza intellettuale: non sempre sono i movimenti più coerenti ed intellettualmente onesti quelli che trionfano. Spesso anzi un movimento trionfa proprio per la sua mediocrità ed elasticità logica.

 

 

 

Qualche anno fa lei diceva “Il principio di insegnare il giornalismo e di non lasciare che il giornalista si formi da sé attraverso. La pratica è vitale e si andrà sempre più imponendo, a mano a mano che il giornalismo diventa un’industria complessa e un organismo più responsabile”. Crede sia andata così?

 

 

 

Mi pare che, per certi tipi di giornale, il problema della formazione deve ancora essere risolto nelle redazioni, trasformando le riunioni periodiche redazionali in scuola organica di giornalismo, ad assistere alle cui lezioni dovrebbero essere invitati estranei: giovani e studenti, fino ad assumere il carattere di vere scuole politico-giornalistiche, con lezioni generali affidate a estranei competenti ma che sappiano investirsi dei bisogni dei giornali.

 

 

 

Perché tiene così tanto alla formazione?

 

 

 

Una premessa: la solidità di una cultura può essere misurata in tre gradi principali:
a) quella dei lettori di soli giornali;
b) quella di chi legge anche riviste non di varietà;
c) quella dei lettori di libri, senza tener conto di una grande moltitudine (la maggioranza) che non legge neanche i giornali e si forma qualche opinione assistendo alle riunioni periodiche e dei periodi elettorali, tenute da oratori di livelli diversissimi.

Tutto ruota, quindi, intorno al ruolo che si attribuisce al giornalismo. Il giornalismo che io considero è quello che si potrebbe chiamare integrale, cioè quello che non solo intende soddisfare tutti i bisogni del suo pubblico, ma intende creare e sviluppare questi bisogni e quindi di suscitare, in un certo senso, il suo pubblico e di estendere progressivamente l’area.

Perché esista un siffatto giornalismo occorre formazione.

 

 

 

Andando più nello specifico, quali sono secondo lei le maggiori difficoltà del giornalismo?

 

 

 

Io vedo difficoltà nel creare dei buoni capi cronisti, cioè dei giornalisti tecnicamente preparati a comprendere ed analizzare la vita organica di una grande città, impostando in questo quadro (senza pedanteria, ma anche non superficialmente e senza “brillanti” improvvisazioni) ogni singolo problema mano mano che diventa attualità.

In generale le funzioni di un giornale dovrebbero essere equiparate a corrispondenti funzioni dirigenti della vita amministrativa e da questo punto di vista dovrebbero essere impostate le scuole di giornalismo, se si vuole che tale professione esca dallo stadio primitivo e dilettantesco in cui oggi si trova.

 

 

 

Ma non vede, con l’avvento dei Social Media, una possibilità di rinnovamento e nuove opportunità per il Giornalismo e per i Giornali?

 

 

 

Non so. Il giornale oggi si avvicina molto alla conversazione, gli articoli di giornale sono in generale affrettati, improvvisati, simili in grandissima parte, per la rapidità dell’ideazione, ai discorsi da riunione. Sono pochi i giornali che hanno redattori specializzati [e qui torna ancora una volta la questione della formazione] e anche l’attività di questi è in gran parte improvvisata: la specializzazione serve di solito per improvvisare meglio e più rapidamente. Mancano nei giornali italiani le rassegne periodiche più ponderate e studiate.

 

 

 

Un aspetto molto pratico: i titoli nei quotidiani online. Cosa è cambiato rispetto ai tempi della sola carta stampata?

 

 

 

Molto poco. C’è una tendenza a titoli magniloquenti e pedanteschi, con opposta reazione di titoli così detti “giornalistici” cioè anodini e insignificanti. Noto una difficoltà dell’arte dei titoli che dovrebbero riassumere alcune esigenze: di indicare sinteticamente l’argomento centrale trattato, di destare interesse e curiosità spingendo a leggere. Anche i titoli sono determinati dal pubblico al quale il giornale si rivolge e dall’atteggiamento del giornale verso il suo pubblico: atteggiamento demagogico-commerciale quando si vuole sfruttare le tendenze più basse; atteggiamento educativo-didattico, ma senza pedanteria, quando si vuole sfruttare il sentimento predominante del pubblico, come base di partenza per un suo elevamento.

 

 

 

L’affaire Facebook-Cambridge Analytica ha visto opporsi due fazioni; una di queste, che annovera parecchi giornalisti, ha colpevolizzato Mark Zuckerberg con un atteggiamento che potremmo definire in taluni casi anche luddista.
Qual è il metodo che suggerisce per analizzare fenomeni come questi in cui la tecnologia ha indubbiamente un ruolo centrale?

 

 

 

Io penso ci debbano essere la deduzione e l’induzione combinate, la logica formale e la dialettica, l’identificazione e la distinzione, la dimostrazione positiva e la distruzione del vecchio. L’illusione “esplosiva” nasce da assenza di spirito critico.
Nella sfera della cultura, “anzi”, le esplosioni sono meno frequenti e meno intense che nella sfera della tecnica, in cui una innovazione si diffonde, almeno nel piano più elevato, con relativa rapidità e simultaneità. Si confonde l'”esplosione” di passioni politiche accumulatesi in un periodo di trasformazioni tecniche, con le trasformazioni culturali, che sono lente e graduali, perché se la passione è impulsiva, la cultura è prodotto di una elaborazione complessa.

 

 

 

Quasi a cavalcare l’onda del caso Facebook-Cambridge Analytica, è stata risollevata la questione delle fake news. Cosa ne pensa del progetto “Red Button” del ministero degli interni?

 

 

Napoleone argomentava partendo dal concetto che se è vero l’assioma giuridico che l’ignoranza delle leggi non è scusa per l’imputabilità, lo Stato deve gratuitamente tenere informati i cittadini di tutta la sua attività, deve cioè educarli: argomento democratico che si trasforma in giustificazione dell’attività oligarchica. L’argomento però non è senza pregio: esso può essere “democratico” solo nelle società in cui l’unità storica di società civile e società politica è intesa dialetticamente e lo Stato è concepito come superabile dalla “società regolata”: in questa società il partito dominante non si confonde organicamente col governo, ma è strumento per il passaggio della società civile-politica alla “società regolata”, in quanto assorbe in sé ambedue, per superarle (non per perpetuarne la contraddizione), ecc.

 

 

 

Ha già spiegato l’importanza della formazione. Ci sono altri suggerimenti che si sente di dare?

 

 

 

Innanzi tutto studiando i parametri giusti: informazioni sulla tiratura, sul personale, sulla direzione, sui finanziatori, sulla pubblicità. Insomma si dovrebbe ricostruire per ogni capitale l’assieme del meccanismo editoriale periodico che diffonde le tendenze ideologiche che operano continuamente e simultaneamente sulla popolazione. Per studiare il giornalismo nelle varie città si dovrebbe poi stabilire il rapporto della stampa della capitale con quella delle provincie.

 

 

Ma siamo davvero messi così male?

 

 

 

Non saprei dirlo. Di sicuro siamo partiti dai settimanali provinciali. Il tipo di settimanale provinciale che era diffuso tradizionalmente in Italia agli inizi del secolo scorso e anche prima, coltivato specialmente dai cattolici e dai socialisti, rappresentava adeguatamente le condizioni culturali della provincia (villaggio e piccola città). Nessun interesse per la vita internazionale (altro che come curiosità e stranezza), poco interesse per la stessa vita nazionale. Grande importanza per la polemica personale (di carattere gaglioffesco e provinciale; far apparire stupido, ridicolo, disonesto l’avversario, ecc.) L’informazione ridotta solo alle corrispondenze dei vari villaggi. Commenti politici generici che presupponevano la informazione data dai quotidiani, che i lettori del settimanale non leggevano e si supponeva appunto non leggessero (perciò si faceva per loro il settimanale)

Il problema fondamentale di ogni periodico (quotidiano o no) è quello di assicurare una vendita stabile (possibilmente in continuo incremento), ciò che significa poi possibilità di costruire un piano commerciale (in sviluppo).

Certo, l’elemento fondamentale di fortuna per un periodico è quello ideologico, cioè il fatto che soddisfa o no determinati bisogni intellettuali-politici. Ma sarebbe grosso errore il credere che questo sia l’unico elemento e specialmente che esso sia valido “isolatamente” preso. Solo in condizioni eccezionali, in determinati periodi di boom dell’opinione pubblica, avviene che un’opinione, qualunque sia la forma esteriore in cui è presentata, ha fortuna. Di solito, il modo di presentazione ha una grande importanza per la stabilità dell’azienda e l’importanza può essere positiva ma anche negativa.

Concludo con una citazione a mio avviso interessante: Mark Twain, quando era direttore di giornale in California, pubblicò una vignetta che rappresentava un asino morto in fondo a un pozzo con la dicitura: “Questo asino è morto per non aver ragliato”. Il Twain voleva porre in evidenza l’utilità della réclame giornalistica, ma la vignetta può avere anche altri significati.

 

 

 

Cosa ne pensa del finanziamento pubblico per la stampa?

 

 

 

Se la scuola è di Stato, perché non sarà di Stato anche il giornalismo, che è la scuola degli adulti?

 

 

 

E il lettore?

 

 

 

I lettori devono essere considerati da due punti di vista principali:
1) come elementi ideologici, “trasformabili” filosoficamente, capaci, duttili, malleabili alla trasformazione;
2) come elementi “economici”, capaci di acquistare le pubblicazioni e di farle acquistare ad altri. I due elementi, nella realtà, non sono sempre distaccabili, in quanto l’elemento ideologico è uno stimolo all’atto economico dell’acquisto e della diffusione.

Tuttavia, occorre nel costruire un piano editoriale, tenere distinti i due aspetti, perché i calcoli siano realisti e non secondo i propri desideri.
E’ osservazione diffusa che in un giornale moderno il vero direttore è il direttore amministrativo e non quello redazionale.

 

 

 

Ma cosa deve fare un giornale per il proprio lettore?

 

 

 

Il lettore comune non ha e non può avere un abito “scientifico” che solo viene dato dal lavoro specializzato: occorre perciò aiutarlo con una attività letteraria opportuna. Non basta dargli dei concetti storici; la loro concretezza gli sfugge: occorre dargli serie intere di fatti specifici, molto individualizzati.

 

 

 

Come gli può essere garantito pluralismo? Con quale linguaggio?

 

 

 

Tramite rassegna stampa. A tal proposito occorre distinguere tra la rassegna stampa dei giornali di informazione e quella dei giornali di opinione: la prima è anch’essa un servizio di informazione, cioè il giornale dato offre quotidianamente ai suoi lettori ordinati e rubricati i giudizi sugli avvenimenti in corso pubblicati dagli altri giornali; nei giornali d’opinione la rubrica ha un’altra funzione: serve per ribadire i propri punti di vista.

Le trattazioni devono essere veramente pratiche, cioè devono riallacciarsi a bisogni realmente sentiti ed essere, per la forma d’esposizione, adeguate alla media dei lettori.

 

 

 

Abbiamo parlato di formazione professionale e di studio del fenomeno giornalistico necessari per risollevare una situazione non proprio incoraggiante. Qual è lo scenario?

 

 

 

Lo scenario è quello in cui i nuovi mezzi danno la possibilità di suscitare estemporaneamente scoppi di panico o di entusiasmo fittizio che permettono il raggiungimento di scopi determinati nelle elezioni, per esempio.

È uno scenario in cui i giornali non si propongono di diffondere le belle lettere: sono organismi politico-finanziari. Il “romanzo d’appendice” è un mezzo per diffondersi tra le classi popolari, ciò che significa successo politico e successo commerciale. Il giornale cerca perciò il romanzo, il tipo di romanzo, che piace al popolo.

In questo scenario il giornalismo deve trovare la reale identità sotto l’apparente differenziazione e contraddizione e trovare la sostanziale diversità sotto l’apparente identità, ecco la più essenziale qualità del critico delle idee e dello storico dello sviluppo sociale.

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