Storie di ordinario giornalismo

| 4 settembre 2017 | Tag:, , , , , , ,

Riceviamo e pubblichiamo una “storia di lavoro” da parte di un collega ligure.  La riprendiamo con sincero spirito di servizio confidando che la conoscienza aiuti tutti noi a migliorarne la comprensione e magari a individuare una soluzione incruenta e soddisfacente per tutti. Ci domandiamo anche, sommessamente e con assoluto rispetto per tutti,   come sia possibile, nonostante la rivoluzione digitale e la crisi manifesta e irreversibile del comparto editorial/giornalistico, ritrovarsi   ancora oggi a dover discutere di queste specifiche tematiche, invece di provare tutti assieme – magari con l’ausilio e il supporto delle istituzioni –  a trovare una soluzione a questa annosa crisi.

 

 

“Mi avete chiesto qualcosa sulla mia vicenda e volentieri vi rispondo. Mi chiamo Guglielmo Olivero, diplomato in Ragioneria e Laureato in Giurisprudenza nel 1986 all’Università di Genova. Dopo una breve esperienza al Secolo XIX sono passato a La Stampa nel 1991, con un contratto di collaborazione che veniva rinnovato di anno in anno. Nei primi anni, dal 1991 al 1996, oltre che occuparmi di sport, con lavoro a tempo pieno al sabato e alla domenica, mi occupavo anche della cronaca della Riviera di Ponente, dalla giudiziaria alla nera. In quei tempi non c’erano certo i telefonini cellulari e si lavorava praticamente dalle 8 a mezzanotte. Dal 1996 in avanti, anno dopo anno, ho continuato ad occuparmi di sport, praticamente di tutti gli sport e tra l’altro aiutavo la Publikompass che si occupava di pubblicità a trovare gli sponsor.

 

 

Tante promesse che prima o poi avrei avuto un contrattino, ma intanto arrivavano altri che mi superaravano come un bolide di Formula 1. Sempre al lavoro, sabato, domenica, feste, mai ferie ed una storia sentimentale naufragata perchè era davvero impossibila gestirla. Insomma una vita passata al lavoro fino a quando, come una pentola ormai bollente, mi sono deciso nel 2014 a chiedere un contratto via avvocato. E per tutta risposta sono stato sbattutto a casa un minuto dopo, senza una comunicazione scritta.

 

 

Figuravo come collaboratore esterno ma poi tutti i giorni ero in Redazione ad occuparmi delle pagine sportive e anche di altro. Esasperato e stanco, ho inviato, tramite avvocato una richiesta di un contratto stabile. Per tutta risposta sono stato immediatamente sospeso da ogni collaborazione. Il resto lo potete immaginare. Senza lavoro, con due genitori malati da seguire, ho dovuto occuparmi di altre cose, come qualche contratto pubblicitario. La mia situazione è drammatica, ora il 12 settembre davanti al giudice del lavoro di Savona si discute per un reintegro.

 

 

Prima di prendere la decisione di rivolgermi ad uno studio legale avevo riunito tutti i collaboratori per vedere se volevano seguirmi nella mia avventura, ma soltanto un paio mi sono venuti dietro. Quella del 12 settembre è un’ulteriore udienza dove la Giudice del Lavoro ha chiamato in discussione le parti per il reintegro. Davanti a questo giudice abbiamo depositato una valanga di articoli selezionati per anno, mese e giorno perchè dal 1991 ho allegato tutti gli articoli scritti. Nella seconda udienza il giudice ha voluto ascoltare due testimoni che hanno spiegato in maniera chiarissima la mia presenza continua in redazione.

 

 

Nelle due udienze successive ho portato altri quattro testimoni, tra i quali il presidente provinciale della Federazione Italiana Gioco Calcio che ha confermato come io fossi unico referente per loro che mi venivano sempre a portare comunicati in redazione. Ho portato persino come teste la signora delle pulizie che ha confermato come ogni mattina alle 9 io fossi già presente in Redazione. Ma questo, almeno per il reintegro sembra non abbia convinto la Giudice, almeno per ora. Loro sostengono che lavoravo su computer messo a disposizione di tutti i colaboratori e che la mia presenza era soltanto discrezionale. I loro testimoni hanno confermato quaesta bizzarra teoria. Adesso attendiamo il 12.

 

 

Da tre anni vivo malissimo anche se da qualche mese collaboro con un sito online (Mediagold) che però non è sufficiente a far fronte alla spese. Questo è quanto, credo che casi come il mio dovrebbero essere portati alla luce come esempio di come sia umiliante per tante persone lavorare in questo settore.

 

 

Comunque una domanda mi sorge spontanea sulla mia vicenda: ma è possibile che dopo 25 anni di collaborazione, dimostrata con tanto di faldoni, un giudice si faccia ancora dei dubbi se, quanto meno, chiedere il reintegro all’azienda almeno nella situazione precedente? A parte che dopo 25 anni sarebbe logica finirla con il precariato……”

 

 

Giunti nel 2017 e siccome anche qui nel BelPaese ci siamo accorti che:  ” le conversazioni sono notizie “;  vorremmo precisare che lo spunto per pubblicare la storia di Guglielmo Olivero ci è arrivato da un post pubblicato dallo stesso Olivero su facebook nel gruppo “giornalisti italiani su facebook”. Il  post di Olivero postato il 29 agosto scorso ha ricevuto ad oggi 121 like, 7 condivisioni, e 36 commenti. Se e quando Guglielmo vorrà, continueremo, dopo il 12 settembre, a seguire la sua vicenda e a raccontarla sulle nostre pagine.

 

 

Concludendo vorremmo cogliere al volo un paio di altri spunti online postati  fra twitter e faccialibro in queste ore.  Ci piacerebbe ricordarVi alcune teorie, a nostro avviso molto utili e illuminanti, e che potrebbero aggiungere – confidiamo – qualcosa  anche alla contesa narrata qui sopra.

 

 

Il primo ci è stato suggerito da Pier Luca Santoro e viene dal sociologo  Manuel Castells che in epoca non sospetta e quasi remota, visti i tempi della rete, affermava: La logica di rete induce una determinazione sociale di livello superiore rispetto a quello degli interessi sociali specifici espressi nelle reti; il potere dei  flussi afferma la sua priorità sui flussi del potere”.

 

 

La seconda riflessione che vi invitiamo a condividere con noi alla luce della vicenda tutta italiana appena raccontata arriva da un tweet di Rudy Bandiera che cita Andrew Davis: ” Il contenuto crea relazioni. Le relazioni sono costruite sulla fiducia. La fiducia aumenta le entrate”.

 

 

Nel suo best seller Brandscaping,  Davis cita altre regole auree valide – a nostro avviso –  anche per la categoria dei giornalisti. Ne citiamo un paio:

 

 

To be a successful content creator you need to create content that your audience wants and needs. Often times, that content will have little to do with the actual products you sell and more to do with the audience you’re looking to attract“.

 

E anche:

 

 

What content does our audience already have a relationship with and how can our brand embrace it?

 

 

Quello che non si capisce è come mai proprio coloro che realizzano da sempre contenuti a pagamento – potremmo chiamarli giornalisti senza offendere nessuno? –  non riescano a cogliere il nesso fra queste “nuove” (si fa per dire) regole e il tanto agognato, cercato e ancora così lontano, modello di sostenibilità detto anche modello di business della categoria?

 

 

Del resto il legame fra business e contenuti sta proprio alla base delle 95 tesi – allora davvero rivoluzionarie –  del Cluetrain Manifesto del 1999,  dove spicca su tutte la più destabilizzante e inovvativa delle teorie di Levine, Locke, Searls,  e  Weinberger   che afferma con chiarezza:    “I mercati sono conversazioni”. 

 

 

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