Protezione costituzionale per chiunque faccia giornalismo, negli Usa la questione sempre più all’ ordine del giorno

| 7 luglio 2013 | Tag:, , , , , , , ,

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(p. r.) – ”Con l’ esplosione degli strumenti di comunicazione in rete chiunque è in grado di diventare un giornalista in qualsiasi momento – e in teoria questo significa che chiunque dovrebbe avere la protezione del Primo Emendamento quando sta facendo giornalismo”. Come si vede da questa frase di Mathew Ingram, negli Stati Uniti si comincia a discutere intensamente sul fatto che, quando si parla di protezione legale del sistema di raccolta e diffusione delle notizie, la domanda che ci si deve porre non può essere più ‘’chi è giornalista?’’, ma piuttosto, ‘’questo è un atto di giornalismo?”.

 

 Alcuni stati si stanno muovendo in questo senso, come emerge dall’ analisi di Jeffrey P. Hermes, direttore di Digital Media law, dal titolo ‘’ Who is a Journalist? Here We Go Again…’’, di cui su Lsdi abbiamo presentato nei giorni scorsi ampi stralci.

 

Il dibattito sta andando avanti a grandi passi, tanto che un noto commentatore come Jeff Jarvis arriva a dire che ”non ci sono giornalisti ma solo il giornalismo come servizio” e che quest’ ultimo ”non appartiene più a nessuna categoria specifica di persone”. Mentre Mathew Ingram, come abbiamo visto sopra, sostiene che ”Grazie a Internet il giornalismo ora è quello che fai non quello che sei”.

 

Le conseguenze di questo punto di vista sono particolarmente rilevanti. Negli Stati Uniti la questione assume un valore costituzionale in quanto riguarda la portata del Primo Emendamento e il problema della protezione legale dell’ attività giornalistica. E in Italia?

 

Pubblichiamo qui di seguito gli articoli di Jarvis e Ingram, sperando che il dibattito su questo fascio di questioni – assai rilevanti anche per la funzione dell’ Ordine dei giornalisti, come è facile capire – si sviluppi anche nel nostro paese.

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Ingram

Thanks to the web, journalism is now something you do — not something you are

di

(da Paidcontent.org)

 

Ci sono state un sacco di discussioni ultimamente sul problema di chi si può qualificare come giornalista – e più recentemente la cosa è stata sollevata dal public editor del New York Times, dopo che il giornale aveva parlato di un cronista come di un ”attivista” piuttosto che come un giornalista. La stessa accusa è stata lanciata a Glenn Greenwald, del Guardian, per un suo servizio sull’ ex addetto della CIA, Edward Snowden, da parte di qualcuno che gli si era rivolto dicendo che si trattava di un militante piuttosto che di un giornalista. E allora, chi potrà qualificarsi come giornalista? Ecco la domanda.

 

Come Margaret Sullivan, il public editor dek NYT, osserva nel suo post, c’ è stato un tentativo da parte di molti media tradizionali – tra cui il New York Times stesso – di far passare Greenwald come un “blogger”, e quindi come qualcuno in qualche modo meno degno di rispetto o di credibilità (o di protezione giuridica) di quanto lo sarebbe un giornalista. Il professore di giornalismo Jay Rosen ha segnalato la medesima cosa in un suo recente articolo, sostenendo che alcuni, come l’ ospite di “Meet the Press” David Gregory, hanno cercato di “spostare Greenwald fuori” della comunità giornalistica.

 

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Tutto questo è qualcosa di più della semplice e tradizionale autoreferenzialità dei media. Come ho cercato di sottolineare recentemente, la questione del ‘chi è un blogger e chi è un giornalista‘ potrebbe determinare come Greenwald e altri come lui potrebbero essere trattati dai tribunali – e dallo stesso governo – se continueranno le inchieste fatte attraverso le soffiate. Ecco perché accuse come quella fatta da Edward Jay Epstein sul Wall Street Journal in un editoriale dedicato a come Greenwald potrebbe aver ”aiutato e favorito” Snowden (un pezzo che ha provocato una accesa discussione tra Jeff Jarvis, Michael Wolff e il direttore esecutivo di News Corp., Raju Narisetti, discussione che Jarvis ha trasferito in una serie su Storify, sono così importanti.

 

Sì, i giornalisti possono essere anche dei militanti

 

Per alcuni, l’ idea che un giornalista possa essere un appassionato sostenitore di una causa è un anatema, poiché va contro il principio di oggettività che noi associamo al giornalismo. Ma, come Matt Taibbi ha osservato in un recernte articolo per la rivista Rolling Stone – e come Jarvis ha sostenuto in un recente post sul tema – la quasi totalità di ciò che chiamiamo giornalismo è la difesa di questa o quella posizione. Alcuni giornalisti sono più chiari o trasparenti su quello che stanno sostenendo rispetto ad altri: un principio che ha spinto dei teorici dei media come David Weinberger a sostenere che “la trasparenza è la nuova oggettività” .

 

Come Taibbi osserva:

 

“Tutto il giornalismo è advocacy journalism, giornalismo schierato. Indipendentemente da come viene presentata, ogni cronaca di ogni giornalista porta avanti il punto di vista di qualcuno. L’ essere schierato si può cercare di nascondere, come avviene nella narrazione fredda delle notizia da parte degli anchormen di grandi network come la CBS o NBC … o può essere dichiarato apertamente come ha fatto con orgoglio Greenwald”.

In effetti, alcuni dei più famosi giornalisti del nostro tempo sono stati strenui difensori di qualcosa, anche se quel qualcosa era la denuncia della corruzione del governo o la verità su un evento, o la testimonianza di qualcosa di importante. Gente come I.F. Stone, un uomo che in un certo senso è stato il prototipo del blogger politico molto prima che i blog fossero inventati – da quando ha cominciato a pubblicare la sua newsletter di giornalismo investigativo invece chre scrivere per i media tradizionali. Oppure come Seymour Hersh, che ha raccontato il massacro di My Lai in Vietnam, o le superstar del Watergate Woodward e Bernstein.
 
Sullivan sostiene che una definizione di “giornalista” potrebbe essere questa: “uno che capisce, a livello cellulare, e non se ne lascisa intimidire, il rapporto conflittuale tra governo e stampa.” Ma come l’ ex collaboratore di O’ Reilly Media e difensore del governo Alexander Howard e altri hanno notato su Twitter, questa è una definizione troppo ristretta, in quanto si concentra esclusivamente sull’ idea di giornalista in opposizione al governo – e lascia quindi fuori molti giornalisti che si occupano ad esempio di corruzione nelle aziende o di illeciti in altre sfere.
 
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La linea di fondo, come Jarvis ha sottolineato – e prima di lui Dan Gillmor, l’ autore di “Noi i media” e la persona che ha originariamente descritto le virtù dei “cittadini precedentemente definiti come il pubblico” – è che il termine giornalista non descrive più uno specifico gruppo di professionisti con competenze o strumenti specialistici, una specie di casta sacerdotale aperta solo a pochi eletti. Invece, il web e i social media in tempo reale hanno permesso a chiunque di diventare un giornalista, anche per un breve periodo di tempo, e anche se solo in modo limitato. Ora noi assistiamo a più “atti casuali di giornalismo” compiuti da cittadini qualsiasi.
 
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Questo rende estremamente difficile definire una volta di più chi è un giornalista. E comporta delle conseguenze legali non solo per Greenwald, ma per tutti coloro che vogliono pubblicare liberamente il proprio pensiero. Alcuni legislatori americani vogliono seguire il cattivo esempio di altri paesi scegliendo di assegnare al governo il compito di decidere chi si può qualificare come giornalista: una prospettiva che dovrebbe riempire di paura i giornalisti di tutte le testate. E anche l’ idea ammirevole di una “legge scudo” per i giornalisti diventa una proposta rischiosa visto che richiederebbe di definire chi ha diritto alla protezione e chi no.

 

Un confine sfocato fra cittadino e giornalista

 

Nei casi che riguardano blogger, alcuni giudici hanno saggiamente deciso che né al governo né alla magistratura si dovrebbe chiedere di decidere chi è protetto dal Primo Emendamento e quindi ha diritto alla “libertà di stampa.” Con l’ esplosione degli strumenti di comunicazione in rete, scriviamo continuamente su GigaOM, chiunque è in grado di diventare un giornalista in qualsiasi momento – e in teoria questo significa che chiunque dovrebbe avere la protezione del Primo Emendamento quando sta facendo giornalismo. Come la Corte di Appello degli Stati Uniti ha stabilito nel 2011:

 

“I cambiamenti nella tecnologia e nella società hanno reso i confini tra privato cittadino e giornalista estremamente difficili da segnare [e] le notizie hanno ormai le stesse probabilità di essere diffuse da un blogger attraverso il suo computer e da un cronista in un grande quotidiano. Tali sviluppi rendono chiaro perché la protezione del lavoro di raccolta delle informazioni giornalistiche assicurata dal Primo Emendamento non possono basarsi su credenziali o status professionali “.

 

E non è proprio questo ciò che gli artefici della Costituzione volevano? Nel momento in cui quel documento è stato scritto, la “stampa” consisteva più di pamphlettisti come I. F. Stone (e quindi di blogger) che di testate come il New York Times. Questo può rendere difficile – se non impossibile – definire in via definitiva chi è giornalista e chi non lo è, ma alla fine penso che finiremo con una sfera mediatica molto più aperta (e sì, anche molto più caotica) e che, nel lungo periodo, questa sia una buona cosa.

 

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JarvisThere are no journalists

 

di Jeff Jarvis

(da Buzzmachine.com)

 

Non ci sono giornalisti, c’ è solo il servizio del giornalismo.

 

Sì, lo so che, detto così, può suonare come un tweet parodistico. Ma pensiamoci un attimo sopra.

 

Grazie alla vicenda Snowden-Greenwald NSA, siamo stati trascinati in una nuova ondata del dibattito su chi è e chi non è un giornalista. Dico da tempo che quella è la domanda sbagliata ora che chiunque può compiere un atto di giornalismo: un testimone che condivide una notizia direttamente con tutti; un esperto che spiega una vicenda senza bisogno di controllori; un informatore che diffonde documenti alla luce del sole; tutti informano tutti. E’ la domanda sbagliata se consideriamo il giornalismo non come produzione di contenuti ma come servizio il cui obiettivo è un pubblico bene informato.

 
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Perché dovremmo dare una definizione del giornalista? Il public editor del NYT Margaret Sullivan si è convinta a farlo perché il giornale si è assunto la responsabilità di decidere chi può indossare la divisa di giornalista, per l’ infuriare del dibattito sulla posizione schierata assunta da Glenn Greenwald, e per importanti problemi di diritto che la vicenda solleva.

 

La sua conclusione saggia e convincente:

“Un giornalista vero è uno che capisce, a livello cellulare, e non se ne lascisa intimidire, il rapporto conflittuale tra governo e stampa – la stessa, vera tensione che i padri dell’America avevano in mente con il Primo Emendamento. ” Purtroppo, spesso non ci rendiamo conto che la definizione di giornalismo viene fuori dall’ immaginario televisivo o dal Beltway journalism (quello che interessa gli apparati di potere), oppure, soprattutto, dalla sovrapposizione delle due sfere.

 
John McQuaid ha rilevato che Greenwald è ancora alla guida di altri giornalisti, concludendo che chiedere chi è (o non è) un giornalista è spesso “un preludio a una delegittimazione del loro lavoro e di quello che hanno da dire. Si finisce rapidamente nel tribalismo”. Leggi:. Giornalisti vs blogger. Sigh.

 

Che Dio ci aiuti, Dick Durbin si è sentita autorizzata a proporre che siano i legislatori a decidere chi è (e chi non è) un giornalista, anche se in verità la cosa alla fine si riduce a decidere chi è protetto dalle shield law. Ma io assolutamente. Non voglio certo che sia il governo a dare la ”licenza” (o a toglierla) ai giornalisti.
 

Tutta questa discussione – in soli pochi giorni – ha fatto tornare a galla una questione che è stata posta ma è rimasta senza risposta – o ha avuto troppe risposte e in troppi modi – per anni. Basta.

 

Il giornalismo non è i contenuti. Non è un sostantivo. Non ha bisogno di essere una professione o un’ attività industriale. Non è un bene raro che va controllato. Non capita più nelle redazioni. E non si limita più alla forma narrativa.

 

Allora che diavolo è il giornalismo?

Il giornalismo è un servizio. Un servizio il cui fine, ancora una volta, è formare un pubblico informato. Ai miei studenti di giornalismo imprenditoriale fornisco una ampia definizione-ombrello: il giornalismo aiuta le comunità organizzare le loro conoscenze in modo che possano meglio organizzare loro stesse.

 

Così tutto ciò che serve in modo concreto a una comunità informata alla fine è giornalismo. Chiunque può aiutare a farlo. Il vero giornalista dovrebbe desiderare che chiunque possa partecipare a questo compito. E, alla fine, è per questo che ho scritto Public Parts: perché io celebro il valore che emerge dalla dimensione pubblica, dalla capacità di chiunque di condividere con tutti quello che lui o lei sa e l’etica che dice che la condivisione è un atto generoso e sociale e la trasparenza dovrebbe essere una caratteristica del tutto normale per le nostre istituzioni.

 

C’ è un ruolo che i cittadini possono svolgere per contribuire a questo processo? Assolutamente sì. Io dico che le redazioni possono aiutare favorendo il flusso e la raccolta delle informazioni, che ora può avvenire senza di loro, offrendo piattaforme su cui le comunità possono condividere ciò che sanno. Poi, certo, penso che spesso c’ è bisogno di qualcuno per aggiungere valore a questo processo con queste pratiche:

 
* Porre le domande che non trovano risposta nel flusso dell’ informazione,
* Verificare i fatti,
* Smascherare le voci,
* Aggiungere contesto, spiegazione e sfondo,
* Fornire funzionalità che consentano la condivisione,
* Organizzare iniziative per la collaborazione da parte delle comunità, di testimoni ed esperti.

 
Allora, non sto facendo altro che ricostruire la descrizione del giornalista? Sto cercando di dire che forse non dovremmo chiamarlo così, perché è chiaro che la parola “giornalista” si porta dietro un bagaglio di qualche secolo e il conflitto su chi lo controlla. Queste funzioni – e varie altre – non hanno bisogno di essere cristallizzate in un tipo specifico di persone o di organizzazioni.

 

Beh, e per quanto riguarda la questione giuridica? Non sarebbe meglio alla fine avere una definizione di giornalista in modo da poter sapere chi è protetto da una legge scudo? No. Perché in questo modo si definirebbe anche quelli che non sono protetti, esponendoli quindi a dei rischi Quelli che chiamiamo a volte ”whistleblowers ” (informatori) e contro cui il nostro governo, invece di proteggerli, è in guerra: ma che cosa diffondono? Informazioni, informazioni sul nostro governo, informazioni su di noi, le informazioni che ci aiuteranno a organizzare meglio noi stessi come una società libera.
 

 

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