Buttare il bambino con l’acqua sporca

| 31 Maggio 2020 | Tag:, , , , , , , , ,

Settimana densa, quella appena trascorsa. Densa di notizie, avvenimenti, fatti e azioni, alcune delle quali discutibili. E proprio perchè discutibili proviamo a discuterne, per non perdere traccia di questioni che potrebbero influenzare e non poco la formazione dell’opinione, quella pubblica, quella che il giornalismo dovrebbe salvaguardare in tutti i modi possibili e immaginabili. Quella cosa per cui da qualche tempo proviamo a spiegare la necessità di sostenere la “funzione giornalistica” e non il giornalismo in modo generico. Tre sono i fatti che ci hanno fatto pensare al titolo che vedete campeggiare in testa a questo pezzo. Il primo, il più importante – a nostro giudizio – è la chiusura con relativo sequestro giudiziario del Progetto Gutenberg. La notizia fa tremare i polsi e lascia senza fiato. Riassunta in estrema sintesi vede il blocco con sequestro del sito del progetto nato, come si legge su wikipedia, non per rubare o rendere lecito l’illecito, ma per fare divulgazione e conseguentemente estendere il più possibile e in ottica digitale il concetto di cultura:

 

 

Il Progetto Gutenberg (Project Gutenberg, noto anche con l’acronimo PG) è un’iniziativa avviata dall’informatico Michael Hart nel 1971[1] con l’obiettivo di costituire una biblioteca di versioni elettroniche liberamente riproducibili di libri stampati, oggi chiamati E-book. Il progetto Gutenberg è la più antica iniziativa del settore. I testi disponibili in questa biblioteca libera sono per la maggior parte di pubblico dominio, o in quanto mai coperti da diritto d’autore o da copyright, o in quanto decaduti questi vincoli. Sono disponibili anche alcuni testi coperti da copyright ma che hanno ottenuto dagli autori il permesso alla nuova forma di pubblicazione. Il progetto prende il nome dal pioniere tedesco della stampa a caratteri mobili del XV secolo Johannes Gutenberg. Negli ultimi anni il Progetto ha potuto avvalersi di Internet e continua a crescere, nel marzo 2020 vantava nella propria collezione oltre 60.000 e-book, contro i 40.000 del 2012

 

 

Il sequestro sembra essere stato un errore. Diciamo sembra,  perché non è dato sapere con certezza cosa sia realmente accaduto e non spetta certamente a noi scoprirlo. Quello che si sa con sicurezza è che l’operazione della guardia di finanza italiana è scattata, come si legge sul sito di wikimedia italia in concomitanza con una ben più vasta operazione di polizia:

 

 

il sequestro è avvenuto nell’ambito di una vasta operazione partita dai siti Telegram che distribuivano illegalmente quotidiani e riviste sotto copyright e che si è ampliata anche ai siti web e indirizzandosi anche a chi metteva a disposizione libri violando la legge sul copyright.

 

 

Quello che vorremmo segnalare e sottolineare non è la cronaca dei fatti. Sicuramente le molteplici voci che si sono immediatamente levate a segnalare il “presunto” errore, riusciranno, presto o tardi  –  o forse sono già riuscite – a riportare il sito regolarmente online e a restituire a chiunque il pieno accesso al portale. Ma quello che non accade e continua a non accadere è il provare a comprendere quale sia la natura dei fatti che hanno generato il provvedimento. Quale sia il motivo reale che ha portato poi alla eventuale  “svista”, che ha generato la chiusura di un sito utile e importante come questo.

 

Così come non è dato sapere, quale sia la ragione,  per cui,  sempre questa settimana uno dei più noti social media del pianeta abbia preso posizione – e che posizione – su uno specifico tweet di  uno dei suoi maggiori e attivi contributor – con milioni di utenti e decine di migliaia di tweet generati – e abbia “segnalato” il  comportamento di tale utente,  e il tweet in questione attribuendo un:  “potenzialmente fuorviante”, al tweet,  e poi inserendo un link aggiuntivo che porta gli utenti che vogliano approfondire ad un sito dove le informazioni sui fatti in questione vengono spiegate in forma “corretta”, o meglio “meno fuorviante”, secondo i titolari del social.  Se a questi due fatti volessimo aggiungere una terza notizia che arriva dal BelPaese,  ma che per portata e dimensioni certamente non può e non deve essere limitata all’Italia, avremmo una tripletta davvero tosta, e  degna di approfondimento. La terza notizia dice che: la Corte di Cassazione ha annullato una precedente sentenza del tribunale di Pescara che condannava un giornale (on line)  a rimuovere una notizia dai propri archivi per salvaguardare il diritto all’oblio di un cittadino. Una notizia questa,  che riguarda un’altra delicata tematica, certamente irrisolta, quella del cosiddetto diritto all’oblio,  e che difficilmente potrà giungere ad una soluzione se verrà affrontata – come le altre due qui sopra – usando solo gli strumenti legislativi e giuridici. Nel luglio 2012 –  scusate l’autocitazione –  Giusella Finocchiaro, professore ordinario di diritto privato e di diritto di Internet nell’Università di Bologna, intervenendo al nostro primo appuntamento “digit” disse fra le altre cose, rispetto alla delicata questione, queste parole che vi riportiamo testualmente e che – a nostro avviso – sono ancora, e forse oggi più di allora, strettamente d’attualità:

 

 

La sentenza della Cassazione dell’aprile scorso, quella sì che è importante. Per la prima volta la suprema Corte si pronuncia su questo tema; e lo fa sapendo di muovere i primi passi, la decisione lascia soluzioni aperte. Un politico nel ’93 viene indagato per corruzione. Al processo viene assolto e prosciolto. In anni successivi sul motore di ricerca trova tracce dell’indagine in cui è stato coinvolto ma non della sentanza di assoluzione. Agisce sul tribunale e tutti respingono le sue doglianze. Per i giudici vale il diritto di cronaca. Il politico chiedeva che la notizia fosse oscurata. Diritto all’oblio. La Cassazione dice: certamente la notizia è stata pubblicata correttamente ma oggi quella verità va completata con un altra informazione e bisogna contestualizzare la notizia. In quale modo non lo sappiamo. Non si tratta di diritto all’oblio ma di contestualizzazione. Non vanno riscritti gli archivi storici ma vanno completate le informazioni in nostro possesso. Una verità parziale non è una verità. Si tratta di una sentenza interessante perché non si basa sulla privacy e sulla protezione ai dati personali. Questa sentenza è basata sul diritto all’identità personale, una norma degli anni ’60. La mia identità è anche quella digitale e quindi deve essere aggiornabile. Come si fa a contestualizzare? Non va fatto per qualunque informazione e in modo automatico. Certamente non va fatto per le opinioni. Bisogna agire solo su fatti certi supportati da un dato incontrovertibile. Questa sentenza avvia un’epoca. Bisogna che si abbia volontà adesso per aprire un confronto per renderla operativa in concreto. La contestualizzazione dell’identità che afferma la Cassazione va vista con grande attenzione e prudenza e con riferimento ai quei fatti che sono raccontati. Dopo tutti i processi abbiamo una sentenza assolutoria (fatto ufficiale) non un’opinione o una richiesta di correzione dell’informazione perché non gradita. Questo diritto si esercita, a mio parere, sempre in qualunque momento dopo l’assoluzione. L’accento va dato al fatto nuovo che interviene a cambiare l’informazione. Non è questo il caso del diritto all’oblio.

 

 

Riepiloghiamo dunque le tre notizie e proviamo a spiegare la nostra posizione: nel primo caso abbiamo un sito benemerito che fa parte di un progetto mondiale,  per rendere facilmente fruibili a tutti,  contenuti di grande valore culturale  attraverso la loro digitalizzazione e collocazione online,  che viene posto sotto sequestro come se fosse un sito truffaldino. Nel secondo caso abbiamo un post del Presidente degli Stati Uniti,  che viene “segnalato” dai gestori di una piattaforma – non dalle legittime,  e autorizzate autorità di controllo, o molto più semplicemente da giornali e  giornalisti,  in un processo trasparente di verifica, controllo e critica dei contenuti – poiché conterrebbe “informazioni fuorvianti”. Nel terzo caso, i giudici,  nell’ultimo grado di giudizio consentito nel nostro ordinamento, si pronunciano a favore di un giornale (on line, ma la sostanza dei fatti  riguarda qualunque tipo di giornale ed editore) rispetto alla possibilità di “non cancellare” una notizia dal proprio archivio. Tre situazioni davvero particolari e assai delicate, tre aspetti di uno stesso enorme problema che qui a bottega proviamo da anni ad affrontare e spiegare nei dettagli. Un problema che potremmo definire in una parola, meglio due: analfabetismo digitale. Ovvero mancanza di corrette informazioni per approcciare nel modo corretto questioni e problematiche “complesse” e non complicate – come direbbe il nostro sodale e grande esperto di problemi della complessità, –  il sociologo Piero Dominici. Partiamo proprio dall’ultima notizia. Una questione annosa e a lungo seguita da un altro grande amico di Lsdi e digit e grande esperto di giornalismo e questioni digitali: Mario Tedeschini Lalli. Il professore e giornalista romano,  proprio partendo da questa specifica questione del diritto all’oblio e della conservazione delle notizie pubblicate,  ha sviluppato uno strumento tecnologico “per la  salvaguardia delle notizie e degli archivi online”. Si tratta dell’Offshore Journalism Toolkit  uno strumento molto semplice e  giornalisticamente evoluto creato ad hoc dal “nostro” Mario Tedeschini Lalli  insieme a Nicolas Kayser-Bril, e grazie ai fondi dei progetti per la Digital News Iniziative messi a disposizione da Google Europa. E che consente,  grazie all’applicazione di un semplice codice,  la tracciatura – permanente – delle notizie pubblicate, indipendentemente dal pronunciamento di questo o quel giudice.  Perché come anticipato poche righe sopra, l’archivio di un giornale – on oppure off line – non può e non deve essere un posto dove la realtà viene modificata e deformata in base alle sentenze di un tribunale. La realtà dei fatti – fatti veri, dimostrati e comprovati, ovviamente –  deve rimanere tale anche dopo che questi stessi fatti si saranno evoluti –  come è logico e naturale che sia – ma non deve essere possibile aggiustare la realtà  a piacimento di questi o quelli,  anche se supportati dal pronunciamento di un tribunale o di un giudice. Si dovrà ovviamente tenere conto della eventuale riabilitazione delle persone, si dovrà dare lustro e visibilità alle azioni realizzate dagli stessi  per riabilitarsi, così come si è data visibilità e clamore alle loro gesta “di colpa”, ma la realtà dei fatti, gli avvenimenti, le cose accadute,  non possono essere cancellate per decreto. Come ebbe a dire la professoressa Finocchiaro nel suo intervento a digit del 2012,  riferendosi alla sentenza della Cassazione sulla materia:

 

 

Dopo tutti i processi abbiamo una sentenza assolutoria (fatto ufficiale) non un’opinione o una richiesta di correzione dell’informazione perché non gradita. Questo fatto – aggiungiamo noi –  va contestualizzato, non muta la realtà dei fatti.

 

 

Per gestire nel modo corretto problematiche di questo spessore e complessità è evidente che non ci si può appellare ai tribunali e alle sentenze dei giudici,  che per loro stessa natura non possono ne devono tenere conto di tutte le variabili che fanno parte di tematiche come queste, ma solo delle leggi e dei codici. Serve dunque qualcos’altro. Serve un’ adeguata formazione di base alle problematiche “digitali”. Una formazione per tutti. Adulti, giovani e infanti. Servono informazioni diffuse e facilmente accessibili e comprensibili a chiunque, instillate nei più giovani a partire  dalla scuola dell’obbligo, ma divulgate e insegnate a tutti in ogni modo possibile e immaginabile: a scuola, sul lavoro, dentro le associazioni, i sindacati, le corporazioni. Servono dati e concetti chiari alla portata di ciascuno, così come ognuno di noi, allo stesso modo, impara a leggere e a scrivere. Essere digitali non significa comprendere il funzionamento dei dispositivi tecnologici di cui ci serviamo, ma deve essere invece: riuscire a comprendere le dinamiche che sostanziano la dimensione digitale in cui tutti operiamo e sempre di più agiremo. Dalla spesa online,  alla sottoscrizione di un account su un social o su una piattaforma, dal contratto online all’abbonamento ad un servizio, alla consegna di una pizza a domicilio, dallo smart working, alla scuola a distanza.

 

 

Pensiamo alla seconda notizia di cui Vi abbiamo dato conto qui sopra: Trump “redarguito” da Twitter. E, scansando la notizia in sé, proviamo ad applicare la stressa logica che abbiamo tentato di formulare qui sopra. La diatriba fra un social e i suoi influencer non è interessante, ne arricchisce. E’ come parlare di hate speech ed andare alla ricerca dei colpevoli, oppure parlare di fake news e fare debunking. Tutte cose giuste e sacrosante ma non risolutive,  e anzi, alla lunga dispersive e fuorvianti,  perché ci allontanano dal fulcro del problema: l’ignoranza. La mancanza di informazioni certe e attendibili in un mondo – il nostro – in cui siamo tutti sommersi dai dati e l’overload informativo sembra essere il problema principale.  Mentre invece i veri problemi sono:  la qualità e la sostanza delle informazioni acquisite o circolanti,  e poi il metodo e le chiavi d’accesso a questi dati. Trump dice una cosa e Twitter la bolla come inaffidabile. Dove sta il vero problema? Nella diatriba fra un pesante influencer e la piattaforma a cui si appoggia per diffondere le sue informazioni? Se ci fermassimo a questo aspetto del problema, diverremo parte di esso e alla fine saremo fagocitati da un sistema illogico e sbagliato, ma che piace moltissimo proprio ai gestori di queste piattaforme che ce lo propongono ad ogni piè sospinto, tentando di convincerci che sia l’unico possibile. Fino al punto da invischiarci nell’idea che ad esso corrisponda un vero e proprio “modello sociale” di comportamento. E che sia,  dunque, solo  questo il modo – l’unico modo – in cui dentro a questo mondo digitale – il nostro – sia possibile agire e comportarsi. E di conseguenza ci convinciamo che sia dunque “responsabilità unica e incontrovertibile dei padroni delle piattaforme”gestire in modo assoluto e senza alcun limite e intervento esterno; senza regole o principi guida a cui ispirarsi  fuori dal social e dalla piattaforma,  e da cui venir regolati; senza discussione ne contraddittorio:   i contenuti pubblicati sulle piattaforme dai propri utenti. Capite l’arcano? Avvertite la stringente contraddizione? Sentite improvviso il puzzo di bruciato che si sprigiona dal buglione?

 

 

Ma torniamo alla prima notizia del giorno. L’inavvertita e improvvida chiusura di Project Gutenberg. L’ordine nasce – abbiamo visto –  per tutelare i diritti dei proprietari dei contenuti che i siti bloccati dal provvedimento del giudice violavano diffondendo illecitamente questi contenuti. Non entriamo e non ci permetteremmo mai di farlo, nel merito della questione. Però Vi invitiamo ad un ulteriore riflessione. Se,  come è stato da tempo teorizzato – da molti esperti e luminari negli anni –che i contenuti veicolati online sono commodity – ovvero sono oggetti senza valore poiché si trovano facilmente e ovunque e in forma gratuita –  e se, soprattutto, veicolare tali contenuti è oggetto dell’attività – precipua –  di molti dei potentissimi  gestori delle piattaforme; veri padroni – in termini di fatturato –  del mondo digitale e in particolare del web. Allora non si capisce come mai ci si limiti a sequestrare i siti che  provano a guadagnare –  in modo senza alcun dubbio illecito – sul lavoro degli altri, cioè facendo pagare poco quello che altri – i giornali e gli editori ad esempio – farebbero pagare in modo del tutto lecito un poco di più; e non si affronti in modo più completo e globale il reale problema della macro categoria dei produttori di contenuti, ovvero di ciascuno di noi a vario titolo –  professionale e amatoriale ma che spesso è addirittura meglio del professionale – che saturiamo con i nostri post/song/film/video/gif/meme/foto/bottoni/montaggi/post-produzioni/variazioni/interpretazioni/riproduzioni con varianti/fan film/fanzine (e tutto quello che Vi viene in mente)  il web? Dove starebbe la differenza e quale sarebbe la differenza? Perché rendere visibili i pensieri più intimi, o le poesie, o i racconti o etc.etc.etc. di ciascuno di noi dentro un social network debba arricchire i soliti noti o al più forgiare dei piccoli/grandi nuovi opinion maker e magari anche qualche sparuto nuovo opinion leader,  e non essere invece motivo di progresso e prosperità e forse anche benessere per tutti? Trattasi forse di domanda retorica, ma è certamente lì che dovremmo andare. Ed è in questa direzione che i governi e gli stati dovrebbero coordinarsi ed agire. Restituendo a tutti lo spazio comune di lavoro e di intervento che è la rete. Persino con le divisioni, anche  nelle molteplici forme ed eventuali limitazioni in cui i diversi governi nazionali la vogliono vedere e interpretare, questa rete, sarà migliore e continuerà a contenere in sé quei germogli comuni di libertà e di condivisione delle informazioni per i quali era stata creata. E non sarà invece ridotta a quello spazio “riservato” a poche e limitate aziende/stato, che pensano esclusivamente allo sfruttamento dei nostri comportamenti online,  e a come far lievitare esponenzialmente i propri fatturati.

 

 

N.b

nella nostra foto del tweet di Trump a corredo del pezzo, appare sia il tweet del presidente di cui si fa menzione nell’articolo, sia un altro tweet –  sui fatti di Minneapolis – in cui il social  assume un altro comportamento in proprio, su cui è bene continuare a riflettere. (grazie per l’attenzione e alla prossima)

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