Fare il giornalista

| 21 agosto 2017 | Tag:, , , , , , , , ,

Come si fa a fare il giornalista oggi in Italia? Domanda retorica, domanda potenzialmente pericolosa, domanda tendenziosa per innescare le solite becere polemiche sulle istituzioni e le leggi sul giornalismo in questo nostro Paese? No, non oggi e non in questo post. Oggi vorremmo soltanto provare a dare qualche semplice suggerimento, magari  utilizzando alcuni esempi.

 

Esempio numero uno:  il crowdfunding. Ovvero? La possibilità di raccogliere fondi presso i propri lettori, o meglio presso la propria bolla ( filter bubble, camere dell’eco, in altre parole i nostri contatti online generati dai nostri comportamenti online attimo dopo attimo e filtrati attraverso gli algoritmi che governano gli strumenti che usiamo dentro l’ecosistema digitale ).

Perdonate la spiegazione un pochino semplicistica che ci auguriamo risulti  comunque efficace.

A strumenti come il crowdfunding ricorrono sempre più spesso gli operatori dell’informazione (con o senza tesserino, fuori o dentro il Belpaese).

Come funziona? Si pensa ad un progetto, in questo caso  giornalistico, si fanno due conti, si racconta quello che si vuole realizzare, si definisce una cifra da raggiungere mediante la raccolta pubblica di fondi online, si fissa una scadenza per tale raccolta,  poi ci si registra su una piattaforma che permette di creare questo meccanismo pubblico di raccolta fondi online e si prova a coinvolgere i nostri lettori/contatti/bolle.

Proviamo a spiegarci con un esempio concreto appena realizzato, anzi ancora non scaduto di raccolta fondi a scopo giornalistico, (scade  il 23 agosto 2017 – ma per la regola della “permanenza” delle notizie online se leggerete questo pezzo fra un mese o un anno sappiatevi regolare… anche se) realizzato dalla collega Barbara Schiavulli e che si intitola :

 

 

Lo sguardo di un giornalista per vedere e sentire quello che sta accadendo nel paese sudamericano

Barbara è una cronista di “guerra” e da due decenni gira il mondo alla ricerca di storie da raccontare, da qualche anno ha messo in piedi assieme ad alcuni colleghi un progetto specifico tutto dedicato alle notizie “dimenticate” per la maggior parte dalla ns. stampa mainstream, notizie che provengono appunto da scenari di guerra e che vengono da loro  raccolte e raccontate in giro per il mondo che si chiama “radiobullets” e che da un pò ospitiamo anche sulla nostra home page. Tutto questo è molto utile, è anche molto “giornalisticamente opportuno”, ma …  senza un editore  – on o off line che sia –  necessita di un modello di sostenibilità. In questo caso la scelta è caduta sul crowdfunding. Ma lasciamo che sia la stessa Barbara Schiavulli a spiegarci meglio come funziona il suo progetto:

 

 

 

In particolare vorremmo provare a sottolineare un paio di passaggi della presentazione del progetto giornalistico “Covering Venezuela”, molto chiari e assai utili per comprendere le odierne dinamiche di questa professione, scritti con altrettanta chiarezza, sinteticità e incisività dalla stessa  Barbara Schiavulli:

 

 

 

“Questo costa, il giornalismo indipendente, onesto e serio, non è gratis e io come molti altri colleghi, sono una freelance in un paese dove i giornali pagano poco e male.

 

Ma il valore del nostro lavoro non è lowcost.

 

 

I costi più gravosi per stare un paio di settimane in Venezuela sono il volo (un migliaio di euro), i prezzi degli aerei sono schizzati perché naturalmente nessuno ci sta andando e il fixer. Il fixer è una persona del luogo, spesso un giornalista che ci organizza il lavoro, traduce, rischia accanto a noi. Non si parla mai di loro, ma senza questi giovani professionisti, questo mestiere non si potrebbe fare bene. Devono e meritano di essere pagati.

 

 

Poi ci sono gli spostamenti, l’hotel (che in realtà ora è molto economico sempre perché nessuno sta andando), la connessione.

 

 

Sostenere questo mestiere è una sfida, mi rivolgo alle persone che credono in questo mestiere, a chi vuole sapere cosa sta accadendo in quel paese dove vivono anche migliaia di italiani, mi rivolgo ai nostri ascoltatori e amici, che conoscono quanto sia importante per me e per la squadra di Radio Bullets, raccontare stando nei posti. Se volete essere parte di questo viaggio, contribuite con una piccola, o grande donazione, oppure con la diffusione di questo crowdfunding, con l’ascolto e la lettura di quello che racconterò. Sono fermamente convinta che il giornalismo crei cultura e indipendenza. E chi ci crede, dovrebbe venire con me. Ho intenzione di fare un reportage quotidiano oltre ai pezzi tradizionali, dove raccontare un po’ il backstage di quello che vedo e sento. Venite con me. Grazie”.

 

 

 

Il progetto, come avevamo anticipato, ad oggi ancora non è concluso, ma l’obbiettivo economico è già stato ampiamente raggiunto e superato. Dunque l’ipotesi crowdfunding è molto più di un’ipotesi,  è forse una strada da battere? E alla luce di questi risultati non sarà forse il caso di cominciare a mettere mano in senso concreto ad un riassetto della professione? Arriva il pippone polemico? No tranquilli, era solo una nota a margine.

Un altro caso concreto di come si possa fare questo mestiere oggi arriva da un giornalista di un quotidiano nativo digitale, una persona con cui anche noi di Lsdi collaboriamo da tempo e che stimiamo molto: il direttore di Varese News Marco Giovannelli. Ma non è del suo giornale e dei loro successi che vi vorremmo parlare questa volta, bensì, di un’altra piccola/grande impresa anche questa “tutta giornalistica” che sta realizzando Giovannelli in solitaria lungo i sentieri a volte assai tortuosi della Via Francigena.
Due anni fa e per motivi, immaginiamo, totalmente personali Marco ha deciso di “mettersi in cammino”, ma il modo in cui ha poi raccontato questo viaggio lungo i sentieri dei Pellegrini, hanno reso le sue cronache un “grande” atto di giornalismo ma anche un modello imprenditoriale per il giornalismo. Proviamo a spiegarci. Le cronache del cammino di Marco lungo i sentieri della Francigena non sono solo, a nostro giudizio,  grandi narrazioni del presente ricavate da un contesto storico antico, ma sono anche un atto concreto di marketing territoriale, un suggerimento, nemmeno troppo sommesso, a riappropriarci dei nostri tesori, a trovare questi tesori lì dove sono e a reimparare ad usarli per il benessere comune. Una sorta di “modello” di sostenibilità giornalistica che è scaturito, quasi in modo automatico, da questa sua piccola e personale impresa. Senza aver pianificato nulla a monte, senza aver messo in atto alcuna strategia imprenditoriale prima di intraprendere il cammino, Giovannelli da queste sue imprese – in tutto con quella conclusa proprio oggi – quattro diversi viaggi; ha realizzato un libro – molto richiesto e venduto a due anni dalla sua pubblicazione; ha creato un network di persone, enti, istituzioni nelle aree della Francigena che ha attraversato pronti a realizzare eventi e iniziative in collaborazione, ha messo in piedi un gruppo di giornalisti su Facebook per valorizzare la Via Francigena – ad oggi 35 iscritti. In altri termini,  se ci pensate e avete in mente cosa significhi cercare un modello di sostenibilità per il giornalismo: ha messo in atto, tutte o quasi, quelle regole che vorrebbero rimettere al centro nel moderno marketing digitale, il lettore, meglio ancora se non definendolo in questo modo ma quale appartenente ad una community o meglio ancora facente parte di una community diffusa di cui lo stesso direttore di Varese News fa parte e che condivide la passione per il “cammino” e la “Francigena”. Ma lasciamo, anche in questo caso, che sia l’autore di questo progetto, a raccontarcelo estraendo alcuni passaggi dalle sue stesse narrazioni:

 

 

 

“Dal finestrino del treno anche oggi lo spettacolo è assicurato. Il riso sta crescendo bene e colora di verde la pianura piemontese. Un cielo carico di nubi che, verso la Lombardia, promettono ancora acqua, mentre oltre Vercelli spunta un azzurro intenso.
Il trasferimento stavolta mi porta a Torino e da lì domattina salirò in bus fino al colle del Monginevro.
È la quarta vigilia di un cammino.
La prima resta nel cuore. Anche lì c’era stato un tratto in treno e poi un minibus per arrivare appena sotto il passo della Cisa. Era il 20 giugno di due anni fa. Sarei poi ripartito in settembre per fare il tratto di Francigena lombarda da Vercelli a Piacenza.
Lo scorso anno due bus alla volta di Aosta e poi fino al passo del Gran San Bernardo.
Tre vigilie, due già sul cammino e una da casa, che anticipavano i mille km percorsi lungo la Via Francigena in tre diversi momenti.
Questa volta saranno otto tappe tutte piemontesi. Circa 200 km calpestati ancora oggi da qualche pellegrino che arriva dalla Francia…

 

 

 

 

 


… Si sta lavorando molto per valorizzare la Via Francigena. C’è tanto da fare ancora, ma il cammino è da tempo tutto tracciato, in sicurezza e con una buona accoglienza. Il lavoro da fare è sopratrutto culturale perché ormai sono tantissime le persone che scelgono di vivere l’esperienza del cammino. Ora è importante incitare i nostri connazionali a scegliere di conoscere anche la Francigena”.

 

 

 

 

 

Dunque un esempio utile, a nostro avviso,   quello da desumere dai racconti di Giovannelli, e come poteva essere altrimenti, visto il suo altro e “vero” lavoro nei vent’anni di direzione di Varese News.  Un racconto giornalistico, che – per inciso – talvolta potrebbe anche servire da sommesso suggerimento, come sarebbe auspicabile –  anche per qualche approfondimento e forse addirittura qualche inchiesta da parte di colleghi che operano nelle zone della Francigena, o anche da parte di  altri colleghi interessati a questioni ambientali, energetiche, architettoniche, paesaggistiche, o semplicemente alla cronaca. Un racconto che, vorremmo ancora sottolineare, potrebbe  servire anche da modello imprenditoriale da mettere in piedi in ambito giornalistico,  da studiare e poi provare a riprodurre per molti di coloro che oggi più che mai vogliono o vorrebbero ancora fare questo mestiere, qui e ora.  Esageriamo?

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