Social network: chi fabbrica falsi account danneggia anche te, digli di smettere

| 30 aprile 2013 | Tag:, , , , , , , ,

Bruno La diffusione di notizie false o inaccurate con i social network avviene in poco tempo. E può diventare una valanga. Come è accaduto su Twitter con la falsa notizia della morte di Dan Brown lanciata da un falso profilo di Umberto Eco o con falso un messaggio che prometteva voli gratis per il personale sanitario che voleva raggiungere Haiti in occasione del terremoto l’isola. Tutto falso. Ma molti hanno inoltrato il testo.

 

Due lezioni: il numero di citazioni di un messaggio è soltanto uno degli indicatori per capirne il valore. Chi scopre un errore fa bene a segnalarlo”.

 

 

La mamma dei costruttori di falsi profili Twitter è sempre incinta

 
di Pino Bruno

(Pinobruno.globalist.it)

 

Ieri hanno colpito e affondato Dan Brown (avrà toccato ferro?) con un falso account Twitter di Umberto Eco. Lo scrittore americano è vivo è vegeto ed Eco, ovviamente, era all’oscuro di tutto. Comunque per qualche ora la notizia è rimbalzata sulla rete grazie al retweet facilone di chi rilancia di tutto e di più, senza ritegno e senza uno straccio di verifica. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. La mamma dei costruttori di fake account Twitter è sempre incinta e non ce ne libereremo mai. Goliardia, stupidità e trolling alimentano il circuito delle bufale, fanno catena di sant’Antonio delle notizie false, riciclano vecchie leggende metropolitane o ne inventano di nuove. Che retwitti  l’uomo qualunque passi, che lo facciano opinion leader e giornalisti è ben più grave.

 

Eppure accountability (attendibilità, responsabilità del giornalista, del giornalismo) e fact checking (verifica delle notizie) sono (dovrebbero essere) l’ABC del giornalismo post industriale, come insegna la Columbia Journalism School. Se il qualunquemente utente può retwittare a destra e a manca, il giornalista ha il dovere di risalire la corrente del fiume come un salmone, per accertare la veridicità dell’informazione.

 

I buoni esempi non mancano, come quello raccontato da Luca Dello Iacovo su wikireporter – Fondazione <ahref:

 

“Jay Rosen è un docente di giornalismo alla Columbia University, un’istituzione per molti reporter tra le due sponde dell’atlantico. Poche sere fa ha letto un messaggio sul social network twitter e ha inoltrato (“retweetato”) il micropost alla sua cerchia di contatti. Ma era inesatto. E danneggiava la reputazione di un’altra persona. Se n’è accorto. E non ha nascosto l’errore. No. Come racconta nel suo blog “pressthink“, ha contattato le persone che ha coinvolto a causa della sua disattenzione. Poi ha scritto un lungo post per spiegare passo dopo passo la catena di eventi. Con una lucidità notevole. E in pochi giorni sono arrivati 25mila lettori. Ha commentato su twitter: “La trasparenza paga”. La diffusione di notizie false o inaccurate con i social network avviene in poco tempo. E può diventare una valanga. Come è accaduto durante il terremoto di Haiti: su twitter è stato diffuso un messaggio che prometteva voli gratis per il personale sanitario che voleva raggiungere l’isola. Tutto falso. Ma molti hanno inoltrato il testo. Due lezioni: il numero di citazioni di un messaggio è soltanto uno degli indicatori per capirne il valore. Chi scopre un errore fa bene a segnalarlo”.

 
Quanto a Twitter, la caccia ai fake account è sempre aperta. Le regole sono chiare:

 

L’impersonificazione è una violazione delle Regole di Twitter.  Gli account Twitter che fingono di essere un’altra persona o entità, al fine di confondere o ingannare, possono essere permanentemente sospesi nel quadro della politica di Impersonificazione di Twitter”.

 

Ogni utente può e deve segnalare un “account di impersonificazione”. Come? Qui le istruzioni per l’uso.

 

Chi fabbrica falsi account danneggia anche te. Digli di smettere.

A proposito, Umberto Eco – quello vero – non frequenta Twitter.

 

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Twitter: @pinobruno

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