Libri/ L’ avventurosa vita dei giornalisti freelance e il paradosso di un Ordine non Ordine

| 1 settembre 2013 | Tag:, , , ,

DomenicaCosa intendi per domenica? è ”una delle migliori testimonianze sulla vita del giornalista freelance, scritta da una giornalista che…giornalista non è. Sì, perché Silvia Bencivelli, come si legge sulla quarta di copertina del suo libro “Cosa intendi per domenica?”“è medico ma fa la giornalista scientifica freelance”. 

Significa che l’unico Ordine a cui è iscritta è quello dei medici, ma l’unica professione che svolge, giorno dopo giorno, è quella di giornalista…col tesserino sbagliato”. Pubblichiamo qui la recensione che ne ha scritto Saverio Paffumi, freelance egli stesso e da anni impegnato sul fronte della difesa e della promozione del giornalismo autonomo, sia nel Consiglio nazionale dell’ Ordine sia nella Fnsi, il sindacato dei giornalisti italiani.

 

 

 “Te la do io la domenica!”

(meno male che Silvia c’è)

Recensione di Saverio Paffumi

 

È paradossale che una delle migliori testimonianze sulla vita del giornalista freelance sia stata scritta da una giornalista che…giornalista non è. Sì, perché Silvia Bencivelli, come si legge sulla quarta di copertina del suo libro “Cosa intendi per domenica?”, “è medico ma fa la giornalista scientifica freelance”.  Significa che l’unico Ordine a cui è iscritta è quello dei medici, ma l’unica professione che svolge, giorno dopo giorno, è quella di giornalista…col tesserino sbagliato.

 

Il paradosso la dice lunga su un problema che è solo apparentemente per addetti ai lavori, perché l’informazione è un bene di tutti, ed è abbastanza emblematico il fatto che di fronte al numero crescente dei giornalisti pubblicisti, un personaggio dello spessore della Bencivelli non riesca ad “avere i requisiti”, come le è stato spiegato dall’Ordine di Roma (al tempo della precedente gestione).

 

Lei così lo racconta:

 

–       Pronto, Ordine dei giornalisti del Lazio,desidera?

–       – Salve (…) Non mi sono mai iscritta all’Ordine, né all’albo dei pubblicisti, né tanto meno in quello dei professionisti, però esercito da anni e nessuno mi ha mai chiesto niente e…

–       Allora, che problema c’è?

–       (d’un fiato) Non vorrei che mi denunciaste per esercizio abusivo della professione.

–       Ma figuriamoci! Sarebbe lesione del diritto di parola.

–       Non ho messo piede in ospedale (…) ho fatto la giornalista (…) ho versato un sacco di contributi alla cassa previdenziale dei medici e sto benissimo così

–       Signorina. Se a lei non interessa iscriversi, immagini quanto interessa a noi.

 

 

freelance“Nel nostro Paese”, commenta la Bencivelli, “non è necessario essere iscritto all’Ordine dei giornalisti per scrivere sui giornali (mentre è necessario essere iscritti all’Ordine dei medici per toccare pance e fare diagnosi…) così tanti di noi hanno scelto di essere indipendenti (…) ma se un giorno qualcuno volesse farci le scarpe non avrebbe un modo fin troppo facile? È la solita questione delle regole, che a volte sono troppe e volte troppo poche. E a te che sei un libero professionista che lavora di parole e di idee, ti fanno sentire come il topolino di Plauto, che sopravvive solo se si fa furbo. Cioè, credo che sia ben bislacco un paese in cui un ordine non serve a controllare la relativa professione, perché noi che non siamo iscritti, e che troviamo ostacoli bizantini all’iscrizione, di fatto non siamo controllabili.”

 

“Cosa intendi per domenica” è un titolo che introduce subito al tema: ma quale domenica, se sei un freelance? Quello che vivi sulla tua pelle è lo sfruttamento totale e full time, quello mascherato da libera professione, che in realtà, anche quando è esercitata a un livello medio-alto (di qualità e di reddito) nella stragrande maggioranza dei casi non conosce stati esistenziali come la serenità, la stabilità, la possibilità di programmare la propria vita o la nascita di un figlio. La Partita IVA, avverte Silvia, “è una fregatura (…)se non ti coprono d’oro”, specie se di fatto poi viene richiesta una prestazone da dipendente, mascherato da libero professionista.  Salvo che il dipendente non paga sei euro di mensa (…) e ha una serie di altri optional, come le ferie, la malattia, la gravidanza, e il sussidio di disoccupazione quando viene mollato per strada, che la partita IVA per definizione non ha.”

 

Il paragone con altre professioni o addirittura “mestieri” è annichilente: l’idraulico comunica il prezzo al cliente, “nel mio caso è il cliente il primo a dire ‘Abbiamo abbassato i compensi’ (…) Fine della contrattazione.”Altri esempi che si potrebbero fare: le tariffe minime delle colf, quelle dei taxisti, i preventivi di meccanici e carrozzieri…

 

Si parte dal basso, le aziende abbassano ancora, e la competizione tra freelance finisce con il diminuire ulteriormente il livello dei compensi: “A Roma lo chiamano rosicometro”. A volte chi ti sta ingaggiando assume le sembianze dette “del questurino”, cioè qualcuno che ammonisce: “Non ti conviene rifiutare, tutti gli altri hanno già accettato”, come se dicesse “guarda che iltuo complice ha già confessato”.

 

Altro incubo del freelance, il “search on-the-job”, cercare un lavoro mentre si fa un altro lavoro: “la Banca Centrale Europea ha dedicato al fenomeno uno studio lungo e dettagliato”. Una perdita di tempo con alcuni lati positivi: “Mi tiene continuamente informata sul mio valore di mercato (…) mi dà la consapevolezza di chi si può guardare allo specchio al mattino, per dirsi: Io valgo, come quella dello shampoo e della performance.”

 

Ma niente paura c’è sempre, in questi casi, l’arma segreta del curriculum: “Ho lavorato e lavoro per la RAI, radio e tivvù, ho scritto libri, ho collaborato con riviste e quotidiani nazionali, con università, agenzie, enti di ricerca, festival culturali e case editrici. Non capisco  che cosa debba farci, ancora, con tutto questo curriculum. A chi posso farlo vedere adesso? Alla CNN ? Figuriamoci (…) a tratti la libera professione assomiglia alla disoccupazione”.

 

C’è poi un aspetto patologico, che ironicamente Silvia defnisce “dipendenza”: quando comincia a sembrare normale fare “vacanze di lavoro”, o quando ci si sente felici già per una proposta di lavoro, senza ancora sapere se, quando, quanto si verrà pagati. Per non dire della monomania (quando non si parla d’altro che di lavoro) o della “miopia esistenziale”, vera e propria malattia professionale del freelance, che non riesce a vedere più in là degli appuntamenti della prossima settimana: “Se mi dite novembre reagisco come quando sento dire dieci miliardi di euro o la distanza fra la Terra e la Luna”.

 

Insomma sacrifici tanti e poi quando si fanno i conti si scopre che non si sa mai quanto si guadagna, perché per un freelance il “netto” non esiste: “Quello lo sapremo l’anno prossimo al momento della dichiarazione dei redditi.” Però è diffcile capirsi con gli impiegati amministrativi soprattutto se per se stessi ricevono “ogni mese uno stipendio direttamente sul conto corrente, senza dover nemmeno fare una telefonata”.  Tra netto, lordo e spese non riconosciute (o non pagate a pie’ di lista, ma versate nel compenso, quindi tassate come guadagno), spesso si nasconde la fregatura: lavoro gratis o perfino in perdita.

 

“I colpevoli siamo noi”, conclude amaramente Silvia, “noi che accettiamo di lavorare per poco e di considerare il lavoro intellettuale una cosa tanto bella e raffinata da avere un valore impalpabile e non monetizzabile. Siamo noi che permettiamo agli altri di pensarla così. Perché il lavoro intellettuale non retribuito è roba da giovani fighetti. E quando i giovani fighetti cresceranno (con tutta calma) il lavoro intellettuale non sarà più un lavoro. Sarà un hobby”. Possiamo permetterci di non vedere “che a fare gli stage (gratuiti, ndr) in certi posti ci vanno solo i figli dei ricchi” ?

 

 

“Cosa intendi per domenica?”
LiberAria Editrice
126 pagine
10 Euro

 

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