Il caso Onida e la trasfigurazione del pubblicista

| 6 aprile 2013 | Tag:, , , , , , , , , ,

Onida Nonostante l’equivoco assai diffuso (…), nascondere o camuffare la propria identità, o riprendere e registrare di nascosto non sono comportamenti “normali” e pacificamente “leciti” per un giornalista, tantomento da assumere a modello.

 

Al giornalista non è consentito raccogliere notizie “di nascosto” se non in casi del tutto eccezionali e per un indubbio interesse pubblico di natura superiore.

 

E’ quanto precisa Saverio Paffumi, consigliere nazionale dell’ Ordine dei giornalisti*, in un commento, pubblicato sul sito di Nuova Informazione,  alla vicenda del trabocchetto telefonico teso al ‘’saggio’’ Valerio Onida (nella foto) da  Andro Merkù – attore e giornalista pubblicista e, in questa veste, componente del Consiglio nazionale dell’ Ordine – per la trasmissione La Zanzara di Radio24.

 

Nei suoi confronti l’ Ordine territoriale a cui è iscritto, quello del Friuli Venezia Giulia, non avvierà nessuna azione disciplinare perché, ha spiegato  all’ Ansa il presidente, Pietro Villotta, ”Merkù è  un pubblicista e come tale è anche consigliere nazionale dell’Ordine, ma di professione fa l’ attore. La sua esibizione radiofonica era in quest’ ultima veste, e quindi come tale non è perseguibile’’.

 

Osserva Paffumi:

 

Come nello strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, il pubblicista (non il professionista, che ha l’esclusività della professione) può trasfigurare da uno stato all’altro quando meno te l’aspetti. Jekyll a un certo punto si rende conto della tragedia che lo colpisce e ne soffre tremendamente, fino al suicidio che chiude il romanzo. Il pubblicista invece, può dormire sonni tranquilli, senza alcuna conseguenza sul piano deontologico, neppure se l’attore, in quanto attore, fa il contrario di quel che dovrebbe fare il giornalista.

 

Paffumi cita due fonti deontologiche specifiche:

 

– La Carta dei doveri del 1993 (CNOG – FNSI) stabilisce che “Il giornalista rispetta il diritto alla riservatezza di ogni cittadino e non può pubblicare notizie sulla sua vita privata se non quando siano di chiaro e rilevante interesse pubblico e rende, comunque, sempre note la propria identità e professione quando raccoglie tali notizie”.

– Dal 29 luglio del 1998, poi, il Codice deontologico imposto dal Garante e approvato dal CNOG regola il trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica, con riferimento alla legge sulla privacy (31 dicembre 1996, n. 675).

Vi si stabilisce che il giornalista rende note “la propria identità, la propria professione e le finalità della raccolta, salvo che ciò comporti rischi per la sua incolumità o renda altrimenti impossibile l’esercizio della funzione informativa”, inoltre “evita artifici e pressioni indebite.” (Art. 2).

 

Paffumi cita anche la dichiarazione che il presidente dell’ Ordine, Enzo Iacopino, ha affidato a Facebook: secondo Iacopino, in questa vicenda, ‘’quel che è sicuramente inaccettabile è l’opinione dello stesso Onida (…) che si tratti di ‘una grave violazione della libertà e segretezza delle comunicazioni’“.

 

Cosa doveva dire Onida?, ribatte Paffumi.

 

Che rispetto alla noia mortale delle “regole classiche” si è trattato di una divertente, provvidenziale intrusione nella sua sfera privata? Fino a prova contraria le intercettazioni sono autorizzate dalla magistratura e nemmeno gli inquirenti – fino ad oggi – hanno fatto uso di imitatori per carpire indizi e prove ad ignari indagati. Forse è roba da agenti segreti…ma di quelli per l’appunto ne avevamo già radiato uno, un giornalista professionista. Fosse stato un pubblicista gli avremmo dato una medaglia?

 

Sono un estimatore di Andro Merkù, bravo attore, persona simpatica e intelligente, ottimo imitatore. Ma può un Consigliere nazionale dell’Ordine dei giornalisti fare uno “scherzo” del genere? Se intende esercitare senza limiti il mestiere di attore non dovrebbe almeno dimettersi dall’ organismo creato a tutela della deontologia del giornalista? Possiamo noi in quanto Ordine, a Trieste come a Roma, legittimare questo modo di “fare informazione” senza venir meno al nostro compito istituzionale? Non sarebbe venuto il momento di pronunciarsi con chiarezza sul dilagare di quello che Michele Serra (…) ha definito “Mobbing mediatico”?

 

E conclude:

 

Passino i dottor Jekyll, ma perché i mister Hyde ce li dobbiamo tenere nel nostro Ordine?

 

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* Per trasparenza: fa parte del Consiglio nazionale dell’ Ordine anche l’ estensore di questa nota, Pino Rea.

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