Contenuti sponsorizzati: la salvezza dell’ editoria online o la fine della distinzione fra giornalismo e pubblicità?

| 9 marzo 2013 | Tag:, , , , , , ,

Atlantic

 

L’ Huffington Post ha imboccato da tempo la via dei contenuti sponsorizzati come importante canale di finanziamento. Ma testate come the Atlantic sono state duramente attaccate per aver utilizzato questa pratica.

 

I critici temono che si infranga la linea delicata che separa informazione e pubblicità, ma molti giornalisti licenziati riescono a vivere aprendo blog con post ‘’venduti’’ alle grandi marche.

 

Il punto sulla questione in un articolo del sito spagnolo Media-tics  

 

 

Huffington Post ha sviluppato una interessante formula di finanziamento: i contenuti sponsorizzati. Dalla fine del 2010 – osserva il sito spagnolo Madia-tics – la testata sta sperimentando questo nuovo modello economico.

 

In particolare, la testata, utilizza una piattaforma, “Digiday”, molto apprezzata da esperti e grandi aziende, con uno staff di 10 esperti di marketing sociale che curano le pagine. E il rendimento è altissimo: 1.600 articoli al giorno, un pezzo ogni 58 secondi.

 

La pubblicità sull’ on-line è ancora in cerca di sua formula di successo. Ma intanto quella del “contenuto sponsorizzato” è un’ opzione che non ha esercitato solo l’ Huffington Post, ma anche Forbes, BuzzFeed o il Boston Globe.

 

Ed è anche una via di salvezza per i giornalisti che si trovano senza lavoro e aprono blog con contenuti sponsorizzati

 

Il “New York Observer” spiega come le grandi aziende hanno visto nello sviluppo di questi blog un modo efficace per fare buzz, rumore. L’ intreccio pubblicità-stampa è ancora un fenomeno stigmatizzato, anche se – aggiunge Media-tics – sono sempre di più i giornalisti e gli editori che stanno cambiando atteggiamento. Gli inserzionisti vedono che i banner tradizionali stanno perdendo efficacia e una campagna pubblicitaria ha un costo elevato. Un annuncio durante il Super Bowl costa 4 milioni di dollari, mentre un post su un blog solo qualche centinaio.

 

Anche se all’  HuffPost assicurano che non si stanno trasformando in una ‘’agenzia di pubblicità”, molti analisti non  sono d’ accordo con questa valutazione. Per loro, c’ è il pericolo che arrivi un giorno in cui non sarà più possibile distinguere tra informazione e contenuti pubblicitari. Inoltre, altri media hanno già subito critiche imboccando questa strategia.

 

Recentemente sono scoppiate forti polemiche per la pubblicazione su “The Atlantic” di contenuti patrocinati dalla Chiesa di Scientology con un articolo in cui c’ erano solo commenti positivi. La testata ha dovuto ammettere il giorno dopo che aveva commesso un errore grossolano e che le esigenze della pubblicità digitale li aveva condotti ad esplorare nuove vie, che non erano riusciti però a incanalare correttamente.

 

Josh Stearns ha sollecitato nella sua rubrica su Free Press la necessità di una maggiore trasparenza da parte delle redazioni nella individuazione dei contenuti a pagamento: “L’ obiettivo è quello di fare annunci che siano il più possibile indistinguibili dalle altre notizie sul sito . Ma gli organi di informazione come possono vendere tale accesso senza ingannare i loro lettori? “, si chiede.

 

Al contrario, gli utenti non considerano un male la identificazione con un marchio. “E’ curioso che, mentre il giornalismo sta incontrando forti difficoltà per mantenere i propri lettori, gli inserzionisti si stanno muovendo con interesse in quello spazio”, ha detto Justin Ellis, del  Nieman Journalism Lab. “Ma forse la gente si sente più attaccata a Old Spice e Doritos che al Wall Street Journal o al Denver Post”.

 

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