In forte crisi le testate di citizen journalism “puro”

| 22 aprile 2008 | Tag:, ,

Il logo Lo testimonia John Ndege, il creatore di ScribbleSheet , un sito di CJ che è stato appena costretto a chiudere – Anche lo stesso termine di citizen journalism starebbe diventando “impopolare” – La soluzione potrebbe essere il “Networking journalism”?

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Anche simbolicamente la chiusura di Bayosphere (uno dei più avanzati esperimenti di citizen journalism lanciato negli Usa da Dan Gillmor) sembra costituire una sorta di spartiacque.

E’ caduto un tabù e ora, dopo la concitata esaltazione degli anni scorsi, il dibattito sul giornalismo dal basso comincia a registrare seriamente anche delle voci preoccupate.

Qualcuno rileva anzi che il termine stesso di “citizen journalism” sta cominciando a diventare “impopolare”, per la confusione che circonda quello che è e quello che non è.John Ndege ad esempio,  un esperto britannico di tecnologie e nuovi media, che è stato costretto da poco a chiudere ScribbleSheet, un sito di citizen journalism.

In un articolo su Journalism.co.uk  Ndege analizza quello che, secondo lui, sta succedendo.  

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I siti di citizen journalism, le webzine e altre iniziative del genere che puntano a ottenere un profitto basandosi unicamente sui contenuti prodotti dai lettori  – spiega – stanno combattendo per sopravvivere economicamente e da un po’ di tempo stanno fallendo.
Non mi riferisco a quelle che sostengono di fare giornalismo dal basso ma poi riempiono le loro pagine con le notizie e i servizi delle agenzie, ma a quelle che si basano effettivamente sugli utenti.E lo stesso termine di citizen journalism – aggiunge – sta diventando  “impopolare” per la confusione che circonda quello che è e quello che non è.

Tutto questo nasconde però il vero problema, che in parole povere è: da dove possono venir fuori i soldi? Molti cittadini/giornalisti aspettano di essere pagati, molte testate non hanno i soldi per andare avanti.

ScribbleSheet, il mio sito di citizen journalism, è stato preso in questa trappola e sfortunatamente abbiamo dovuto chiudere.

“Con ScribbleSheet non coprivamo le notizie. Puntavamo su editoriali, commenti e opinioni perché sentivamo che le notizie si possono trovare dovunque e hanno poco valore. Posso leggere un sito diverso ogni giorno per un anno e avere tutta l’ informazione che mi serve. Non mi importa degli stili diversi, mi interessano i fatti”. Ma è proprio qui il problema principale per i siti di citizen journalism – aggiunge -.

E’difficile aggiungere valore alle notizie senza avere un sito veramente interessante, che abbia una connessione concreta con la Rete. I siti di CJ combattono per fare soldi e grazie a servizi come Twitter, che consente di diffondere le notizie in maniera ampia e rapida, finiscono per puntare di meno su quei servizi esclusivi e approfonditi su cui soltanto si può fare affidamento per costruire una audience ampia. E infatti stiamo vedendo che i nuovi siti stanno cambiando strategia e, invece di lavorare sminuzzando le ultime notizie con Twitter, utilizzano l’ AP e altre fonti analoghe.

E siti come Scoopler.com ( una piattaforma di microblogging che consente a persone che sono “dentro” un evento o sono interessate a un evento a collegarsi fra loro e a condividere le loro esperienze in relazione a quell’ evento)  possono uccidere le testate di citizen journalism in un attimo.

Allora? Chiaramente – sottolinea Ndege – i cittadini continuano a sentire il bisogno di esprimersi ma non credo che questo possa essere fatto utilizzando siti online a sé stanti come quelli realizzati finora.

La soluzione è che i cittadini-giornalisti devono lavorare con i giornalisti professionisti per realizzare un giornalismo reticolare, un network. Cioè, come da tempo Jeff Jarvis aveva delineato in BuzzMachine.com, un  Networked journalism, una collaborazione reale che possa rafforzare il giornalismo e assicurare un rapporto diretto con i cittadini.

Sono network di questo tipo, secondo Ndege, l’ esito migliore per il citizen journalism. Garantisce la qualità che molte iniziative di giornalismo dal basso non hanno, conservando quello che le vecchie scuole di giornalismo non possono più continuare ad assicurare.

Secondo Ndege lì c’ è il futuro – potenzialmente anche ricco -, dove l’ appassionato e il professionista lavorano insieme per realizzare un equilibrio fra qualità e ampiezza. “E se i mainstream media ci faranno ancora fallire – conclude scherzando Ndege -, allora, avremo Twitter… e ci sarà sempre qualcuno che ci starà a sentire”.

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