Quale moneta di scambio? (segnalazioni dal mondo)

| 20 febbraio 2017 | Tag:, , , , , , , , ,

Quale moneta di scambio serve per avere lettori soddisfatti e paganti? La domanda è sempre la stessa anche se declinata in diverse forme. La risposta? Difficile da trovare, noi azzardiamo un “difficile trovare la volontà di cercarla”. Ci pare che, salvo pochi casi (che negli anni abbiamo segnalato e che rimangono sempre quelli) né il giornalismo italiano né gli editori italiani abbiano quella volontà di cui sopra. Partendo da una riflessione di Filloux su MondayNote, proviamo a proporvi alcune sperimentazioni che possano farci riflettere su quanto realmente siamo lontani dal coniarla quella “tanto desiderata” moneta. 

Filloux: “l’informazione di qualità si sposta verso un modello a pagamento ed è una buona cosa ma…”


Ci sono indicazioni concrete che sempre più persone siano disposte a pagare per avere notizie di qualità. Questo è motivo di ottimismo, prudente, guardando al futuro – ma un chiarimento è necessario prima di andare avanti: questo vale per le notizie originali, a valore aggiunto/specialistiche/ di nicchia, prodotte dalle/nelle redazioni, – non vale per le informazioni  superficiali e surrogate, o riciclate da notizie di altri.  I due “modelli” di news sono molto differenti.

Il primo è intrinsecamente costoso da produrre e difficile da razionalizzare nei costi di acquisizione/produzione/realizzazione. Il secondo tipo è più a buon mercato per la produzione su vasta scala e alcuni players di questa categoria continueranno ancora a prosperare negli ecosistemi di contenuti distribuiti, per lo più in formato video.

Filloux segnala alcuni  fattori da tenere d’occhio:

La debolezza degli investimenti pubblicitari digitali, in particolare per il brand journalism, a parte alcuni soggetti,  sono pochi quelli che riescono ad utilizzare in modo profittevole e corretto il native advertising.

Altro fattore il dirottamento degli investimenti sulle piattaforme di distribuzione, quali? Facebook e Google…( negli USA coprono insieme il 75% degli investimenti pubblicitari).

I brand sono fermi a modelli-prigione nei quali l’abbonato non ha scelta. Invece dovrebbero tener conto di un “pericolo” su tutti: il modo attraverso il quale la notizia giunge al lettore non è mai stato così ampio come è oggi. Le piattaforme sono e saranno sempre più un elemento-intermediario chiave per gli abbonamenti e la raccolta pubblicitaria.

La riflessione finale di Filloux è drammatica ma estremamente realistica:

Amazon e altri sono attivi da oltre due decenni. Se l’industria editoriale non è stata in grado di imparare le buone pratiche da loro, non vedo come possa succedere ora.

 


“La moneta di scambio è rappresentata dalla fiducia dei lettori e dalla possibilità di  condurli all’interno della conversazione”

Questo è cio che il sito olandese De Correspondent afferma e a testimoniarlo ci sono oltre 50.000 abbonati paganti, di cui gli ultimi 8.000 raccolti fra la fine del 2015 e gennaio di quest’anno.  Ne consegue, almeno per noi, che la testata olandese abbia trovato la strada maestra. Il fantomatico, udite, udite:  “modello di business”.
Certo, ci permettiamo di dire, che la frase che apre questo paragrafo non ci giunge certo nuova. Vorremmo però  segnalare altri esempi virtuosi e riusciti di sperimentazioni giornalistiche. Ecco cosa si legge su Journalism.co.uk

La redazione di De Correspondent ha delineato alcune aree su cui concentrerà il proprio lavoro nel 2017:

Continuare a costruire fiducia nel giornalismo lavorando con il proprio pubblico, dando ai lettori un modo per costruire la loro reputazione sulla piattaforma,  insieme alla sperimentazione di formati “più sostenibili” oltre agli articoli tradizionali.

 

Nel post leggiamo inoltre che esiste una precisa strategia da parte dell’editore  di “attingere alla conoscenza del lettore”,  per questo motivo è stato creato il progetto:  New to the Netherlands nel quale i redattori  hanno chiesto ai propri abbonati di intervistare i rifugiati arrivati in Olanda, per  farsi raccontare il loro primo impatto  con il Paese, le persone e le regole.

 

Il progetto è ancora in corso. Si tratta della  più grande iniziativa di giornalismo partecipativo mai realizzata da parte  degli abbonati di un giornale, ed ha portato, al momento alla pubblicazione di 20 articoli dei lettori.

 

Attualmente in fase di sperimentazione c’è anche il : verified-function-titles che permetterebbe agli abbonati di rendere visibili le loro competenze professionali accanto al nome, nel momento in cui commentano un contenuto.  Nella fase iniziale, i reporter del giornale,   inviteranno i membri regolarmente attivi della community del giornale ad aggiungere le proprie competenze nel loro profilo; competenze  che saranno poi verificate dai giornalisti della redazione.

Usare i commenti come metrica per il successo. Introdurre formati che siano vicini ai lettori e
tradurre i propri contenuti per i lettori internazionali, ampliando di fatto il proprio pubblico.

Ci sono alcune regole di base per decidere quali storie saranno tradotte come ad esempio: essere rilevanti per un pubblico internazionale, e fare una scelta di contenuti che non siano solo informativi, ma che mostrino come De Corrispondents lavora con i suoi lettori (il ‘New to the Netherlands ‘corrisponde a questi requisiti).


 

Su Poynter leggiamo l’ultima iniziativa del New York Times.  I suoi fan hanno finanziato 209.000 abbonamenti da regalare  ad  altrettanti studenti in soli 8 giorni.

 

Le donazioni al programma, partito il 9 febbraio, variano da $ 4 a $ 20.000, secondo quanto dichiarato dal New York Times. Più di 100, sono i contributi provenienti da sponsor internazionali, anche se il programma è stato  realizzato solo negli Stati Uniti presso le scuole pubbliche.

 


Chiudiamo questo post con alcuni recenti dati del Pew Research Center , che insieme alla John S. and James L. Knight Foundation, ha compiuto  uno studio  su come i lettori americani arrivino alle notizie e le cerchino  online.

Segnaliamo solo due elementi, dei molti, a nostro parere importanti della ricerca, che andrebbe  consultata per intero.

 

Quando seguono i link, i lettori online sono in grado di ricordare il nome della testata il 56% delle volte.

 

Le modalità con cui i lettori arrivano alle notizie sul web sono diverse ma due in questo studio si distinguono per essere le più comuni: attraverso i social media e le visite dirette ai siti web dei media.

 

Alla domanda: come sono arrivati alla notizia, i lettori  hanno risposto con percentuali quasi fotocopia sull’andare diretto al sito web  (36%) da una parte,  e  attraverso i social media (35%) dall’altra.  Hanno, invece, meno probabilità di accedere alle notizie attraverso e-mail, messaggi di testo o motori di ricerca. E la maggior parte delle persone preferisce un percorso piuttosto che un altro. Il 65% degli intervistati dichiara di avere un modo specifico per leggere/trovare le news online. 


Ora, tenuto conto dei dati, tenuto conto delle molteplici iniziative editoriali che arrivano dall’estero, qui da Noi che cosa  stiamo ancora aspettando? L’ennesimo inutile intervento pubblico? Quale sarà la moneta da coniare e con quali risorse? I materiali per realizzarla, dateci retta,  sono solo due: sperimentazione e qualità.  Buon lavoro!

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  • nicoladagostino

    Direi che “Usare i commenti come metrica per il successo.” sia una pratica non solo molto criticata ma ormai ampiamente superata, anche in ambiti controllati.