Nel buio la democrazia muore

| 10 aprile 2017 | Tag:, , , , , , , , ,

Venerdi 7 aprile nella Sala dei Notari del Festival internazionale di Perugia 2017, Cameron Barr, introdotto da Lucia Annunziata, direttrice di Huffington Post Italia, ha fatto uno speech che tutti coloro che studiano o lavorano nel giornalismo dovrebbero leggere.

 

 

Cameron Barr è il managing editor del Washington Post, il giornale del Watergate che – dopo le prime pesanti bordate contro la grande stampa indipendente venute da Donald Trump divenuto presidente degli Stati Uniti – ha messo sotto la propria testata (e la mantiene in ogni edizione, stampata e digitale) una scritta che inquieta: “Democracy dies in darkness”. Nel buio la democrazia muore.

 

 

Ho proposto a Lsdi di riprendere e diffondere testualmente le parole di Barr perché raccontano e spiegano, con una semplicità totale, l’essere giornalista con onore e con successo nella situazione piu’ difficile di scontro con il potere.

 

 

Penso che l’allarme lanciato dal giornale diretto da Martin Baron, (alla guida del Boston Globe ha fatto uscire l’inchiesta di “Spotlight” sulla pedofilia nel clero), debba oggi risuonare forte anche in Europa.

Raffaele Fiengo

 

Di seguito la traduzione dei primi  minuti dello speech di Cameron Barr al Festival di Perugia:

 

 

“Un mercoledì di inizio febbraio una piccola squadra di reporter del Post confermarono che Michael Flynn  che era il consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump aveva parlato a fine dicembre con l’ambasciatore russo riguardo l’amministrazione Obama che si stava opponendo alla Russia –  come molti di voi ricorderanno – per impedire loro di manipolare il corso delle elezioni presidenziali.

 

 

La telefonata fra Flynn e l’ambasciatore Russo è conosciuta per due motivi:

 

 

Il primo è che la conversazione sia stata inappropriata in quanto Trump non era stato ancora eletto Presidente  e quindi non poteva fornire alcuna rassicurazione ufficiale alla Russia circa le politiche statunitensi e l’eventuale revoca delle sanzioni contro la Russia disposte dagli americani

 

 

Il secondo perchè la descrizione del contenuto della telefonata contraddice le dichiarazioni ufficiali rilasciate dalla Casa Bianca subito dopo l’insediamento del Presidente Trump.

 

 

Quindi quel mercoledì pomeriggio uno dei nostri giornalisti che aveva precedentemente fissato una intervista con il generale Flynn attraverso il suo ufficio chiese all’alto ufficiale se ci fosse veramente stata quella telefonata fra lui e l’ambasciatore russo per discutere delle sanzioni precisando che al giornale era giunte voci in tal senso.

 

 

La risposta del generale fu: no. E lo disse due volte.

 

 

Cameron, la giornalista, tornò in ufficio dopo l’intervista e ci raccontò cosa le era stato detto. Il suo racconto ci lasciò perplessi. Normalmente le persone di fronte alle prove ti raccontano la verità anche se non vorrebbero farlo. Questo caso è stato diverso. E così abbiamo fatto quello che fanno i giornalisti in situazioni come queste. Avevamo fonti certe che ci mettevano nella condizione di non poter credere a quello che ci era stato detto dal generale. Le nostre fonti erano interne e affidabili ma non potevamo citare i loro nomi. Il mio direttore decise di non pubblicare ancora la storia. Nonostante le conferme che avevamo non potevamo essere ancora del tutto sicuri che quello che eravamo riusciti a scoprire fosse assolutamente vero di fronte al diniego del generale Flynn e chiedere ai lettori di credere a fonti anonime avrebbe creato solo ulteriore confusione. Il giorno dopo i nostri reporter ottennero nuove conferme della storia da altre fonti attendibili. Rinnovammo le nostre richieste facendo  maggiore pressione alla Casa Bianca e la versione di Flynn cominciò a cambiare. Il generale cominciò ad ammettere di non ricordare bene di cosa avesse discusso con l’ambasciatore russo. In altre parole lasciò cadere la smentita e noi allora pubblicammo la nostra versione della storia.

 

 

Vi racconto questa storia perchè dimostra qualcosa di semplice e profondo riguardo al giornalismo. Se una cosa è vera ed è basata su fatti e informazioni attendibili e certificate, nessuno, neanche un potente o un’istituzione  può farla scomparire.

 

 

Ma questa esperienza mi ha anche insegnato qualcosa del rapporto che esiste fra la verità e l’amministrazione Trump.

 

 

Quando stavamo per pubblicare la notizia ricevemmo una telefonata in cui ci veniva chiesto di non raccontare che il  generale aveva negato il giorno prima di aver discusso con l’ambasciatore russo delle sanzioni. Non vedevo il motivo di privare i nostri lettori di questa informazione e ho risposto di no. Ho aggiunto che in un’epoca come la nostra dove molte persone tentano di cambiare la veridicità dei propri discorsi sarebbe sbagliato nascondere l’evidenza dei fatti. Mentre parlavo con questa persona ho pensato che l’amministrazione Trump non voleva apparire come qualcuno che cerca di negare la verità.

 

 

Ci sono state molte occasioni anche recentemente in cui il personale dell’amministrazione Trump ci ha diffidato dal pubblicare altre cose che avevamo raccolto in modo corretto. Quando pubblichiamo qualcosa di non corretto, e sfortunatamente questo qualche volta accade, loro richiedono scuse, ritrattazioni e riscritture delle notizie. E ovviamente quando questo accade noi lo facciamo sempre.

 

 

Il personale dell’amministrazione Trump non è il solo a pretendere la verità. I lettori pretendono questo.

 

 

Ci arrivano in redazione molte lettere, email, cartoline,  a sostegno del giornalismo indipendente. I nostri lettori ci esortano a rimanere indipendenti e ci chiedono di attivare raccolte fondi fra di loro pur di garantirci di poter essere al di sopra delle parti.

 

 

Al Post pensiamo che il giornalismo faccia bene alla democrazia. E siamo orgogliosi di aver portato alla luce lo scandalo che travolse il Presidente Nixon e lo portò alle dimissioni. Ma il mondo è molto cambiato dagli anni ’70. L’universo dei media è cambiato in modo soprendente e dirompente, siamo circondati da teorie e critiche costanti veicolate attraverso i social media da narratori alternativi che non si basano sui fatti. Le notizie scorrono veloci a ritmo sempre maggiore e inarrestabile. Ogni giorno non è più un nuovo ciclo ma un enorme contenitore di molteplici nuovi cicli. Quello che ci chiediamo a questo punto è se il Post sia ancora in grado di contribuire alla democrazia in modo valido. Anche in circostanze come queste a noi importa e quindi la risposta non può essere che sì.

 

 

Consideriamo ad esempio l’impatto che la storia dell’ambasciatore russo e del generale americano ha avuto. La nostra storia ha portato al licenziamento di Flynn dopo solo 24 gior: http://www.lsdi.it/wp-admin/poTrump.  E il fatto stesso che proprio la Casa Bianca ci abbia chiesto di non rivelare il comportamento scorretto di Flynn sta lì a dimostrare quanto conti ancora la verità dei fatti. E quello che i lettori ci chiedono è proprio di continuare a dire la verità e dimostrare l’evidenza dei fatti.

 

 

Io faccio il giornalista da trentanni ed ora più che mai sono convinto che dobbiamo pensare a rinvigorire il giornalismo americano e fare in modo che il nostro lavoro sia sempre più basato sui fatti e sul racconto delle notizie. La scorsa campagna presidenziale ha fatto crescere nel pubblico una domanda di informazione di qualità raccontata da fonti credibili e aziende editoriali note e affidabili come il Washington Post o il New York Times o altri soggetti degni della stessa attendibilità.  L’elemento chiave di tutto è sempre il riferire i fatti.  Per anni abbiamo usato questa  definizione:  il giornalismo è rivelare informazioni riservate che sono rilevanti per il dibattito pubblico e che persone potenti o pubbliche istituzioni vogliono tenere segrete.

 

 

A volte c’è un terzo fattore: la parte segreta, non si tratta di un regalo ed è possibile ottenere  anche in questo caso la notizia, grazie a questo “regalo” è possibile ancora uno scoop come i pezzi su Flynn.
Ciò che vediamo oggi è la chiara comprensione che il rinnovato riconoscimento che la narrazione rivelatrice (revelatory reporting) é la parola chiave per il successo dei media.
Negli ultimi anni abbiamo fatto diversi sforzi per trovare nuovi modi di raccontare le notizie: siamo più visuali, sperimentiamo di più, siamo più veloci cerchiamo di essere migliori nel fornire ai nostri lettori, nel modo in cui li desiderano, i ns prodotti, dove li vogliono: nei social media, via newsletter o attraverso video.

 

 

L’ambiente digitale ha richiesto cambiamenti e creatività e noi abbiamo lavorato molto per stare al passo coi tempi.

 

 

Il nostro tono é molto cambiato, vogliamo che le cose siano interessanti, che é molto più difficile di come suona detto cosi, usiamo la prima persona più spesso, siamo contenti quando inventiamo una nuova forma di narrazione: un video che contiene insieme testi e grafica, rispetto ad una notizia basata sul testo scritto con grafica e un video come parti separate.

 

 

Stiamo cercando di essere piu trasparenti nel nostro processo di narrazione dei fatti.

 

 

David Fahrenthold il giornalista che ha scritto del caso di Donal Trump e dell’uso delle donazioni alla sua fondazione benefica in relazione al proprio business, ha chiesto ai lettori di essere parte del processo,  ha chiesto aiuto, ha chiesto di tracciare le informazioni. Ad un certo punto David stava cercando informazioni su un ritratto di Trump che il business man aveva posto come charity option. 
Trump ha usato 10mila dollari dalla sua fondazione per comprare il ritratto.

 

 

Ora le persone che mantengono una fondazione benefica non pensano che queste risorse siano usate per comprare cose per se stessi o benefit per il proprio business. La cosa importante era trovare il dipinto, capire dove si trovava. 
Le aziende e lo staff di  Trump non sono stati molto d’aiuto in questo, così David ha postato ai propri follower un’immagine del ritratto su twitter e in pochi giorni un lettore ha risposto alla richiesta identificando il ritratto in una foto postata da alcune persone che avevano visitato un resort di Trump a Miami.

 

 

Quando David ha avuto questa informazione l’ha postata su twitter.
Enrique Acevedo anchorman a Univision ha visto  quel tweet e ha prenotato una stanza presso il Trump hotel che è vicino alla sede di Univision.  Appena entrato ha cominciato a chiedere al personale delle pulizie dove potesse essere il dipinto e uno di loro lo ha riconosciuto e gli ha risposto “si è di sotto!”. 

 

 

Ed è così che David ha concluso la sua inchiesta riguardo la filantropia di Trump.
Acevedo aveva trovato il ritratto pagato coi soldi della fondazione benefica: nel resort Sportsbar di Miami. In altre parole il ritratto era stato utilizzato per supportare il business di Trump.

 

 

Questo aneddoto é meraviglioso secondo me, si tratta di giornalismo investigativo UGC (user generated content), si tratta di convergenza, di tecnologia,  di coinvolgimento del lettore. Tutte cose  che prima non si sarebbe potuto fare.

 

 

L’approccio di David rappresenta la trasparenza di cui abbiamo bisogno per raggiungere e convincere nuovi lettori che quello che leggono sulle ns piattaforme e sulle nostre pagine é verificabile ed è vero. Ma la scoperta del ritratto ci ricorda anche la ns mission, che il core business ciò che offriamo al ns pubblico è:  raccontare i fatti.

 

 

Prima i fatti rilevanti per il  dibattito pubblico! Informazioni riservate che persone potenti o pubbliche istituzioni vogliono tenere segrete!  Penso che a questo punto abbiate idea di cio che voglio dire.

 

 

La presidenza Trump cambia la nostra mission? Io penso proprio di no, anzi, ha portato un rinnovato riconoscimento del valore del giornalismo. Ha spesso tracciato la distinzione fra che cosa é fake e cosa é un fatto, ma non ha cambiato il nostro ruolo.

 

 

A Marty Baron piace dire: “non siamo in guerra con l’amministrazione Trump, siamo al lavoro”. E’ una buona frase alcuni l’hanno stampata  su una t-shirt. E’ anche vera. Dopo molti anni di  incertezza ci chiediamo dove spostare l’economia del ns business, come poter sostenere una redazione di più di 700 persone?

 

 

Siamo rigenerati da questa nuova opportunità che abbiamo davanti, gratificati dal supporto dei lettori che ci sostengono  con i loro abbonamenti.
La condivisione del lavoro di raccolta e ricerca dei fatti e del racconto. Siamo rispettosi delle persone  di cui scriviamo, siamo accurati e giusti e sopratutto riconosciamo che il lavoro che facciamo é una necessità in una democrazia che funziona.
Lavoriamo tutti insieme.
I valori dei lettori sono necessari perchè rappresentano la difesa contro l’abuso di potere. Facciamo  dei ns lettori il nostro tesoro. Siamo legati a loro perchè sono i ns difensori.  Il potere è sempre schierato  ingiustamente contro di noi“.

 

 

Di seguito il video integrale dell’intervento di Cameron Barr al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia 2017:

 

 

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