Giornalismo Usa ‘’in gran forma”? Mutter: ‘’No, sì, sì e no’’

| 21 marzo 2013 | Tag:, , , , , , , , ,

Slate
In nove anni di analisi dello stato di salute dei media negli Stati Uniti il Pew Project for Excellence in Journalism non aveva mai tracciato un quadro cosi deprimente della situazione e delle prospettive come quello che emerge dallo State of the Media report, presentato lunedì.

Ma allora – si chiede Alan D. Mutter sul suo Newsosaur -, perché Matthew Iglesias, su Slate, sorride?

 

Le redazioni Usa – segnala il Rapporto – hanno tagliato di circa il 30% gli addetti a partire dal 2000 e attualmente ci sono meno di 40.000 giornalisti che lavorano a tempo pieno nel campo dell’ informazione, il livello più basso a partire dal 1978.

 

Per cui la qualità del giornalismo americano è relativamente peggiorata, mentre parallelamente le aziende cominciano a cogliere le opportunità di offrire i loro messaggi direttamente al pubblico, senza l’ intermediazione dei mass media.

 

Al contrario – racconta Mutter -,  prendendo spunto proprio da questa cupa analisi del Pew, Yglesias  proclama su Slate che questi sono dei ‘’giorni di gloria per il giornalismo americano’’, aggiungendo: “I media americani non sono mai stati in forma migliore.  Basta usare il senso comune: quasi nessuna cosa che uno vuol sapere su qualsiasi argomento non è disponibile sullo schermo’’.

 

Iglesias ha sia torto che ragione, nello stesso tempo, commenta Mutter.

 

Ecco perché.

 

Sottolineando l’ abbondanza delle informazioni prodotte per la crisi bancaria di Cipro, Yglesias cita la velocità con cui è stata messa a disposizione del pubblico una analisi di Paul Krugman, il professore di economia di Princeton, premio Nobel ed editorialista del New York Times. E’ lo stesso Paul Krugman di cui la Rete nei giorni scorsi aveva riportato un presunto fallimento personale  (Google elenca più di 1 milione di riferimenti). Un fallimento personale che non si è mai verificato.

 

La storia falsa e diffamatoria su Krugman (…) è un ottimo esempio del fatto che è un grosso errore confondere, come Yglesias fa, la quantità di infotainment disponibile sui media digitali con la qualità del giornalismo che lo produce.


I giornalisti veri raccolgono le informazioni autonomamente e verificano i fatti nel tentativo di produrre articoli e servizi equilibrati che diano al lettore o allo spettatore qualcosa che si avvicina a un resoconto completo e corretto di ciò che hanno registrato. Queste pratiche sono state sottoposte a una notevole quantità di tagli nell’ era digitale, in cui anche professionisti qualificati sono stati visti prima pubblicare dei tweet e poi fare le domande.

 

 L’ abbondanza di gaffe ed errori che si è avuta sia nel giornalismo professionale che in quello dei cittadini sulla tragedia Newtown lo attesta. E non bisogna dimenticare i resoconti sbagliati in maniera imbarazzante di CNN e Fox News sulla legge Obamacare, come è stato segnalato in maniera dettagliata dal brillante blog Scotus.

 

Questo non significa che l’ informazione open-source sia tutta sofferenza. Se non ci fosse stato un tizio con un iPhone e un account Twitter, non avremmo avuto l’ immagine ‘’storica’’ dell’ apparecchio Usa che si schianta nel fiume Hudson. Se non ci fosse stato un barista con una videocamera,  non avremmo saputo della clamorosa gaffe di Mitt Romney  durante la campagna elettorale a novembre che gli era costata una valanga di critiche.  Se non fosse stato per i social media e il mobile, molto probabilmente non avremmo avuto la primavera araba.

 

Mentre siamo benedetti (o maledetti) da una facilità di accesso mai vista prima alle fonti di informazione,  e dalla capacità di chiunque di pubblicare, e ovunque, vuol dire che ci troviamo in una zona di ‘’fuoco libero’’, dove è il lettore che ha l’ onere di capire non solo quello che ha bisogno di sapere, ma anche se ci può credere. Chi l’ ha prodotto? Qual è la motivazione dell’ autore? E’ stato ricostruito bene? E’ vero? C’ è un altro spetto della vicenda?

 

Ma oltre che preoccuparmi  della provenienza e della veridicità delle “notizie”  che conosciamo, mi preoccupo ancora di più per le cose che non conosciamo. Con quotidiani, riviste ed emittenti  inesorabilmente ridimensionati in termini di audience e  pubblicità, quelli che erano i primi produttori di informazione stanno riducendo i giornalisti utilizzati per portare alla luce vicende nascoste nei Municipi, nei Parlamenti o all’ estero.  Quanti illeciti, quanta miseria, quanti  abusi, quanti scandali e quante altre questioni importanti di interesse generale ci sfuggono? Non c’è modo di saperlo. E non sapremo mai.

 

E così, sarebbero questi  i giorni di  “gloria” del giornalismo?

 

No, se siete preoccupati per  l’ affidabilità di ciò che state leggendo e per vicende importanti che non vi vengono raccontate.


, se  assaporate l’ abbondanza e la possibilità di scelta delle notizie che consumate, così come la libertà di pubblicare qualsiasi cosa che vi viene in mente, che sia sincera, insignificante o una via di mezzo.

 

No, se siete  un’ azienda giornalistica tradizionale e sperate di  essere più potente e redditizia in futuro di quanto lo eravate in passato.

 

, infine, se siete dei giornalisti che si sono fatti da soli, tanto pieni di grinta e di esperienza  da generare un reddito adeguato attraverso la costruzione di un pubblico che segue costantemente  il vostro lavoro in questo nuovo stato di cose così disordinato.

 

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