Perugia/ Dj, il gusto eccitante di un giornalismo innovativo. Incontri, laboratori, strumenti

| 4 maggio 2012 | Tag:, , , , , , ,

Fa più rumore un albero che cade piuttosto che una foresta che cresce. L’albero è il c.d. giornalismo tradizionale, mentre la foresta è il giornalismo del terzo millennio con tutte le sue appendici civico-digitali. Beh, forse proprio una foresta ancora no, ma il sottobosco italiano è molto attivo e promettente, e probabilmente esploderà in maniera improvvisa come una salutare febbre della crescita per la professione.

 

 

Il sapore dolceamaro lasciato da alcuni degli incontri del Festival del giornalismo di Perugia è bilanciato dal gusto eccitante di un giornalismo nuovo e innovativo, tutto da scoprire mentre è impegnato a scoprire sé stesso.

 

 

 

di Andrea Fama

 

 

Il fermento che registro con maggior piacere è naturalmente quello che riguarda il data journalism, e con esso tutte le iniziative dedicate al diritto di accesso alle informazioni pubbliche, all’openness in generale e a quel giornalismo civico che con tutto ciò ha molti punti di contatto.

 

 

Nel corso del DataCamp, ad esempio, si sono susseguiti interventi di varia natura, tra cui quelli di Alessandro Gilioli  e Mario Tedeschini Lalli.

 

 

Il primo ha evidenziato l’ambivalenza del dato, giornalisticamente “sexy e ributtante” al contempo, qualora privo della necessaria interpretazione – naturalmente dichiarata, ça va sans dire. Un caso-copertina (o meglio, home page) è quello di Open Parlamento, che ha richiesto circa un anno alla redazione online dell’Espresso prima di trovare la giusta profilatura e diventare uno strumento apprezzato e utilizzato appieno dai lettori della rivista (la vicenda in questione è quella relativa al dato sulle assenze dei nostri parlamentari).

 

 

 

Il secondo ha mostrato i rischi legati ad una erronea e/o superficiale lettura del dato – un vizio a monte in tal senso compromette naturalmente la notizia, come rappresentato in modo magistrale dalla locandina di un’edicola trentina, che riporta uno in fila all’altro i titoli di tre giornali locali che raccontano la stessa vicenda fornendo incredibilmente tre dati diversi (l’immagine). E ha messo in luce alcuni potenziali limiti di un effettivo open journalism, primo fra tutti la “dipendenza dal segreto” di molti giornalisti (chi condividerebbe gli appunti di un’intervista?). In questo intervento dello stesso Tedeschini Lalli i suoi “appunti ex post” sull’incontro.

 

 

Subito a seguire si è tenuto l’incontro di presentazione del neonato progetto “Diritto di Sapere” (qui anche il video), un altro importante tassello che andrà a comporre il mosaico sempre più vivo degli attori italiani impegnati per l’adozione di un Freedom of Information Act – FOIA anche in Italia. Nel corso dell’incontro, decisamente utile è stata la testimonianza di Helen Darbishire, fondatrice di Access Info Europe, una Ong impegnata a promuovere il diritto di accesso alle informazioni pubbliche in Europa.

 

 

Tra le altre cose, Darbishire ha mostrato come l’Italia sia stato tra i primi Paesi a dotarsi di una legge sull’accesso alle informazioni, ma che la sua efficacia è tra le più basse in Europa. Allo stesso tempo, si scopre che la legge dell’esemplare Svezia (dove il FOIA è nato) è tra le meno stringenti, eppure è tra le più impattanti. La chiave di volta di queste apparenti contraddizioni sta nella cultura del singolo Paese, dei suoi cittadini e dei suoi decisori. Per l’Italia è auspicabile, pertanto, non solo un emendamento ad una legge castrante, ma anche quel cambio di marcia culturale che è l’unica via d’uscita da quel pantano asfittico che sta soffocando lo slancio e la visione del Paese.

 

 

Darbishire ha anche dispensato consigli pratici per accedere alle info pubbliche e per lanciare campagne, di cui una summa la si può trovare nel manuale Legal Leaks, una guida pratica su come accedere alle informazioni governative, adatta a ogni tipo di media e rivolta a tutti coloro che (giornalisti, blogger, ecc.) necessitano di accedere a tali informazioni per poter raccontare le proprie storie.

 

 

A proposito di strumenti pratici, a Perugia è stato anche presentato il Data Journalism Handbook, un altro manuale della Open Knowledge Foundation questa volta rivolto specificamente ai data-giornalisti: casi di studio, lavoro di redazione, strumenti pratici e quant’altro possa essere d’aiuto nell’utilizzo dei dati a sostegno di un’informazione più trasparente e fattiva. In merito, segnalo che la mailing list Data Journalism Italy sta iniziando a lavorare a una traduzione del manuale (full disclosure: faccio anch’io parte della lista), il cui primo capitolo è stato tradotto proprio in occasione della presentazione perugina.

 

 

E sempre in proposito di strumenti pratici e di mailing list, riporto una serie di link utili segnalati da amici e colleghi relativamente a workshop e panel dedicati al data journalism e alla libertà di informazione/diritto di accesso. C’è un bel po’ di roba interessante: video, resoconti e slide di incontri e workshop (Qui).

 

 

Infine, di certo non per importanza, la presentazione della lista dei progetti finalisti dei Data Journalism Awards (subito elaborata e messa on line dal Guardian), tra cui figurano due italiani: Toxic Europe e People Movin.

 

 

Tutto questo interesse, nonché il già ottimo risultato raggiunto nei DJ Awards, mi conferma quanto anticipato nel mio primo post da Perugia: l’innovazione e con essa il data journalism entreranno anche nelle redazioni italiane, ma lo faranno dal basso. E probabilmente avverrà come una (apparentemente) improvvisa folgorazione.

 

 

E mi vengono in mente le parole che pochi giorni fa mi ha detto un vecchio saggio che nulla ha che fare con l’oggetto di tutto questo mio elucubrare: “Quelli come voi [ringrazio per avermi incluso tra “voi”] cresceranno per numero e per strategia e finirete per trovarvi i risultati sotto gli occhi quasi inaspettatamente – tanto da essere voi i primi ad esserne sorpresi. E quando ciò avverrà vi sembrerà tutto ovvio, veloce ed inevitabile. Ma così non era; siete voi che lo avrete reso tale e preparatevi a condividerne i meriti con chi oggi, nella migliore delle ipotesi – cioè nel caso sia almeno informato su quanto si sta muovendo – dimostra scetticismo”.

 

 

Non posso che confidare nel fatto che queste parole trovino conferma in un futuro non troppo remoto.

 

 

 

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