Giornali online, anche in Francia si allarga il modello a pagamento

| 8 agosto 2009 |

figaro Lefigaro.fr, il più seguito sito d’ oltralpe, sta mettendo a punto un nuovo business model che prevede una zona a pagamento – Pesa il calo della pubblicità e, più in generale, il fatto che i ricavi pubblicitari non bastano per assicurare uno sviluppo ragionevole a un sito d’ attualità – Un modello da reinventare

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La ventata del ritorno ai pagamenti per l’ informazione online spazza anche la Francia, dove il più seguito sito web del settore, Lefigaro.fr – ha deciso di adeguarsi e sta mettendo a punto un nuovo business model che prevede una zona del sito a pagamento. Lo ha annunciato a 20minutes.fr  Luc de Barochet, direttore giornalistico del sito, spiegando che il sistema di pagamenti ‘’prenderà la forma di una zona ‘premium’ ‘’. Un sistema già sperimentato da qualche altro sito francese, come Mediapart (in abbonamento), lemonde.fr e lesechos.fr (a consumo).

‘’Quanto ai contenuti proposti in questa zona – ha aggiunto Barochet – è ancora troppo presto per pronunciarsi’’. Secondo Press News – precisa Sandrine Cochard su 20minutes.fr – ‘’non si tratta di far pagare gli internauti per dei contenuti attualmente accessibili gratuitamente, ma di proporne dei nuovi, che saranno a pagamento’’.

Il calo della pubblicità

Perché un tale cambiamento quando – si chiede 20minutes.fr –  il sito di Le figaro è in testa ai siti di informazione francesi con 6,6 milioni di visitati unici registrati in giugno? ‘’La pubblicità non basta per far sopravvivere un sito – sottolinea Barochet – . IL sito non perde soldi, ma i ricavi pubblicitari non consentono di assicurarne lo sviluppo’’.

Lefigaro.fr non è il solo a volgere la sua attenzione ai pagamenti online. Anche Lexpress.fr sta pensando di  proporre una offerta in parte a pagamento, che riguarderebbe in particolare i suoi arcivi, dossier e servizi in esclusiva per contrastare la caduta dei ricavi pubblicitari.

Il problema è noto.  Nel marzo scorso, Frédéric Filloux, editore di Monday Note e consulente del gruppo norvegese Schibstedt (azionista di 20 Minutes France), aveva già annunciato il ritorno ai pagamenti. ‘’Con rare eccezioni i siti d’ informazione incontrano difficoltà a trovare un equilibrio e dei margini di guadagno e quando essi ci sono, sono ridotti – scriveva sul sito  Slate.fr -. La loro principale risorsa, la pubblicità, è un settore ultrasensibile alla congiuntura e in questo momento le prospettive sono nere’’.


Un modello da reinventare

 
La crisi globale della pubblicità comunque non spiega tutto, secondo Sandrine Cochard. Per il giornalista Xavier Ternisien, il web non sta mantenendo le sue promesse. ‘’Per un giornale, la pubblicità drenata dal web non rappresenta che fra il 10 e il 20% del giro di affari della pubblicità su carta’’, scriveva su leMonde.  ‘’In altre parole, 15 anni dopo l’ apparizione di internet, il momentro in cui un sito sarà capace di finanziare una redazione analoga a quella di un giornale cartaceo è ancora molto lontano’’.
 
Il web non ha quindi altra prospettiva che reinventare il modello – gratuito, a pagamento o misto – del sito di informazione per non dover contare solo sulle entrate pubblicitarie. I siti pure players, dal modello spesso misto, vanno a tentoni da mlti anni senza ancora riuscire a trovare il punto di equilibrio. In Francia, sottolinea Sandrine Cochard, Rue89, creato nel 2007, ha optato per la pubblicità e i servizi (sviluppo di siti, formazione di giornalisti online). Ma i soldi mancano e Rue89 non ha esitato a fare apello agli internauti.’’Il sito, che ha raccolto 1,1 milioni di euro nel 2008, ha deciso di  rivolgersi ai suoi lettori proponendo di acquistare dei mattoni di un ‘muro’ virtuale a prezzi che andavano dai 15 ai 349 euro – ricordava qualche giorno fa Les Echos. Ma potrebbe essere necessaria una nuova sottoscrizione’’. Stesso imperativo per il sito Bakchich.info, rileva Les Echos.

Gratuito, a pagamento o misto, il modello miracoloso non è stato ancora trovato. E d’ altra parte secondo uno studio a livello europeo pubblicato nei giorni scorsi – conclude Sandrine Cochard – gli internauti non sono molto inclini a pagare per i servizi che vengono loro offerti.

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