La falsa morte di Steve Jobs e le “verità deboli”

9 ottobre 2008 Tag:,

out-86.jpg La vicenda della “bufala” diffusa da iReport, un sito online della CNN, rimette in campo la questione della validazione sulla Rete – Una riflessione di Narvic, su Novovision – La filosofa Gloria Origgi (nella foto) prospetta un mondo in cui il contenuto dell’ informazione dovrebbe restare per forza “incerto”, visto che una “verifica esaustiva e completa” sarebbe ormai “fuori portata”

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La scia delle reazioni che la vicenda della notizia di iReport sulla falsa morte di Steve Jobs ha scatenato (vedi Lsdi, Bufera sul citizen journalism) continua a diffondersi nel web e il dibattito si allarga sempre di più, toccando una serie di argomenti apparentemente eccentrici: gli errori della stampa ufficiale (per esempio la Bloomberg a cui era sfuggita la pubblicazione di un coccodrillo dello stesso Jobs a cui mancava solo la data della morte); oppure lo status ambiguo dei blog « mainstream », che tendono a diventare pienamente dei media senza averne sempre né le pratiche e né i mezzi; o infine il presunto fallimento dei “sistemi aperti” e il problema della validazione.  Un dato, quest’ ultimo, che potrebbe portare anche a concepire l’ impossibilità, in un mondo a fortissima concentrazione di informazione, di una verità vera, a vantaggio di una più semplice, “verità debole”.

Lo rileva la filosofa Gloria Origgi, secondo cui – riporta Narvic su Novovision – “in un ambiente a forte densià informazionale (…) la verifica diretta dell’ informazione è semplicemente impossibile a dei costi ragionevoli”, profilando un mondo in cui « il contenuto dell’ informazione è incerto », visto che la verifica esaustiva e completa è ormai materialmente fuori portata. E la nostra unica possibilità sarebbe quella di ricorrere solo a dei sistemi di reputazione*.

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Narvic fa riferimento in particolare al giornalista-blogger Scott Karp, che su Publishing 2.0, vede in questa vicenda non tanto un pesante colpo per il citizen journalism in generale, quanto « una sconfitta dei sistemi aperti », ricordando che Google o Digg conoscono essi stessi dei problemi:

Il problema col citizen journalism non è sapere chi è qualificato o abbastanza intelligente per essere giornalista. Si tratta di fiducia e di trasparenza (…) C’ è una ragione per cui il giornalismo ha elaborato delle norme per i reportage, le fonti, la verifica e la precisione.

E’ per questo che delle leggi proteggono i cittadini. 

Lo slogan promozionale del sito sotto accusa, iReport, – prosegue Narvic . è invece proprio: « Unedited. Unfiltered. News. » Una informazione « non controllata, non filtrata ».

Delle redazioni come la CNN, che hanno messo in campo dei sistemi totalmente aperti, dovrebbero riflettere al potenziale pregiudizio che può derivare dall’ aver rifiutato le norme redazionali in nome della partecipazione aperta (…) Dire che chiunque può partecipare al giornalismo non significa c he non debbano esserci delle regole.

Scott Karp ritiene da parte sua che un lavoro di validazione e controllo dap arte dei giornalisti resti necessario. Ma si può segnalare anche che un sito di giornalismo partecipativo come Agoravox da parte sua ha messo in funzione delle procedure interne di validazione. Queste procedure funzionano, visto che succede molto meno ad Agoravox di annunciare delle false morti rispetto al TF1 o a Europe1.

La posta della verifica dell’ informazione è dunque cruciale, ma il problema non è tanto puntare il dito contro il citizen journalism quanto quello delle norme redazionali, delle procedure di verifica e del modo con cui le si applica. E questo riguarda allo stesso modo il citizen journalism e… il giornalismo professionale.

Un mondo incerto di verità « deboli »

Per sviluppare queste pratiche di validazione dell’ informazione che circola online – rileva Narvic – vengono messe in atto due direzioni: la validazione a priori e quella a posteriori. Ma si potrebbero rivelare impraticabili o insufficienti…

La validazioni a priori è quella del giornalismo professionale, la cui pratica impone una verifica prima della diffusione, ed è quella di Agoravox, ad esempio, i cui articoli vengono validati da una equipe di moderatori. Ma questi sistemi sono pesanti e lenti e, a meno di mettere in pratica un controllo a monte su internet, come quelli utilizzati n alcune dittature, non possono essere generalizzati all’ insieme della Rete.

La validazione a posteriori è invece la lagica della aggregazione editorializzata : dei “terzi” (giornalisti o meno) effettuano un filtraggio dell’ informazione e propongono dei link verso una informazione controllata (applicando delle norme redazionali annunciate, alle quali si può far riferimento). Lasciando poi libera scelta al lettore se utilizzare questi filtri per accedere ai contenuti oppure gettarsi in internet “senza rete”.

Ma i due metodi potrebbero non bastare in realtà, come sottolina la filosofa Gloria Origgi :

in un ambiente a forte densià informazionale (…) la verifica diretta dell’ informazione è semplicemente impossibile a dei costi ragionevoli.

La filosofa** ci annuncia un mondo in cui « il contenuto dell’ informazione è incerto », perché la verifica esaustiva e completa è ormai materialmente fuori portata. Possiamo solo stabilire dei sistemi di reputazione:

La mia modesta previsione epistemologica è che l’ Era dell’ informazione sta per essere sostituita da un’ era della Reputazione in cui la reputazione di qualche cosa – ovvero il modo con cui gli altri la valutano e la classificano – è la sola maniera con cui possiamo avere delle valutazioni su di essa.

Questo significa che tocca a ciascun internauta contribuire alla valutazione on line, a questa  «verifica debole » dell’ informazione, assegnando un buono o cattivo giudizio ai contenuti che consulota e alle fonti da cui essi provengono… Sapendo dall’ inizio che un sistema di questo genere resterà relativo e non sarà mai perfettamente efficace.

E’, alla fine, la strada che suggerisce Michael Arrington, su TechCrunch:

Ma forse un sito come iReport dovrebbe semplicemente pensare a filtrare prima questo genere di informazioni. (Siti come questi) … dovrebbero poi incoraggiare gli autori ad utilizzare i loro veri nomi oppure mettere in campo un sistema di giudizio.

Insomma – conclude Narvic -, la questione delle verifica è ancora aperta…

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* Vedi anche http://novovision.fr/?Sur-le-net-le-defi-de-la-preuve-et

**Vedi anche http://novovision.fr/?Le-web-comme-machine-sociale-a

 

Una risposta a “La falsa morte di Steve Jobs e le “verità deboli””

  1. Emanuele

    La reputazione più che una soluzione credo sia più un problema attualmente, per lo meno in quelle iniziative editoriali che vengono trainate da Gruppi editoriali di tutto rispetto. Non solo, perché l’onere dell’accertamento come verifica è a carico della professione e nessuno lo appresterebbe ad una firma sconosciuta in rete. In mancanza di credibilità, come in qualunque notizia in rete, sarebbe il lettore a doversi assumere il costo della ricerca per l’accreditamento.
    Poi che ci sia un overload informativo non dovrebbe giutificare in senso epistemologico un abbassamento alla certezza. La natura del “fatto” trattato può esser controversa sotto l’aspetto della verità in sé, come per esempio la validità di una scoperta scientifica che la notizia riporta. Ma anche quella che riporta i risultati di ricerche statistiche e tutti i “fatti” che sono pieni di teorie. Ma al giornalismo non credo si possa chiedere tanto se non altro che l’attendibilità della fonte, riportandola e delegandole la responsabilità in misura più o meno distanziata. Quello che afferma la filosofa Gloria Origgi sulla reputazione come validazione del sapere non è altro che il valore che assume la testimonianza come fonte conoscitiva. Questo valore è uno dei tanti che risponde alla domanda “come fai a sapere che una certa proposizione è vera”? Posso rispondere con “percepisco che”, “ricordo che”, “inferisco che”, sono “consapevole che” e “mi viene testimoniato che”. Le prime quattro sono individuali e appartendogono alla competenza e deontologia del giornalista mentre l’ultima è sociale perché necessita l’interazione con la fonte. Quindi non è un problema di costi la robustezza epistemologica dell’impianto di questo rapporto ma pertiene a valori come la correttezza e la trasparenza per il giornalista, magari anche la competenza certo, ma non di verità perchè quello che interessa è la certezza del rapporto con la fonte. Il resto del controllo lo svolgerebbe il dibattito una volta che il “fatto” arrivi al dominio pubblico. Non vedo insomma perchè confondere la certezza con la verità quando la reputazione è sempre stata una forma di riduzione della complessità. L’importante è la citazione della fonte, fornendo tutte le informazioni per poterla verificare, magari anche riferimenti per approfondirla.

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