Il giornalismo e internet: dal ‘mediare’ al ‘ri-mediare’

| 7 giugno 2008 | Tag:, ,

Giornali... La fine del monopolio dell’ informazione imposta da internet trasformerà a medio termine il panorama del giornalismo professionale – Non più “cane da guardia” del potere, il giornalista tenderà a diventare il watchdog della Rete, ad assumere la funzione di porre rimedio ai guasti e alle insufficienze dell’ informazione che circola sul web e di cui non è più l’ origine – Meno reporter quindi e più redattore al desk, meno editorialista e più addetto alla “post-produzione” – Il rischio del ‘marketing redazionale’ e l’ esigenza di un rafforzamento della deontologia per la difesa della credibilità

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Non più la funzione classica di mediatore, ma quella di ri-mediatore,  nel senso di chi pone rimedio ai guasti e alle insufficienze della mediatizzazione diretta che internet ha generalizzato.

E’ un nuovo punto di vista proposto da Narvic, un giornalista francese che sul suo blog – Novovision (uno dei più attivi e corrosivi nel dibattito di Oltralpe sul futuro del giornalismo e dei giornalisti ; vedi anche Mediacroniques ) – ricostruisce il senso di una nuova legittimità del giornalista come “cane da guardia” (non più del potere ma) della Rete, come responsabile della verifica a posteriori dell’ informazione che circola e di cui lui non è più la fonte.

Compiti di “post-produzione

”E’ quindi nel trattamento dell’ informazione e nel “servizio post-vendita” che si concentrerebbe ormai “il cuore del mestiere”, un giornalismo “seduto” che assicura soprattutto compiti di post-produzione. Una attività di servizio, più modesta. Le funzioni un tempo ‘nobili’, come quella dell’ editorialista o del grande inviato sono destinate al declino mentre sono probabilmente destinate a diventare il ‘cuore del mestiere’ le funzioni di desk e di segreteria di redazione (e tutte le forme di arricchimento e di presentazione dell’ informazione: documentazione, infografia, montaggio audio e video, presentazione multimediale, ecc.).

Qui di seguito la parte essenziale della riflessione di Narvic:  

“Questo nuovo giornalismo di ‘ri-mediazione’ (…) segna la fine di un magistero ma non quella di una professione. Questa anzi deve più che mai (e sicuramente più di oggi!) far riferimento alla sua deontologia. L’ indipendenza, la trasparenza e la stretta separazione fra informazione e comunicazione o promozione costituiscono l’ essenza del plusvalore che il giornalismo può ritenere di apportare nell’ online e che giustifica la sua esistenza… In queste condizioni può essere possibile trovare online finanziamenti sufficienti per assicurare la sopravvivenza di questa professione”. 

Il rischio del ‘marketing redazionale’

Questo cambiamento, che implica una prossimità e un ascolto permanente del lettore, pone comunque con  maggiore acutezza il problema del ‘marketing redazionale’. E’ tenue e sottile la frontiera fra prossimità e promiscuità, fra rispondere alla domanda che è stata formulata e anticipare la risposta che si crede sia attesa, tra fornire un servizio e tentare di sedurre…

La questione deontologica alla fine si pone con maggiore vivacità di prima, e non tanto sui grandi principi eterni, quanto sulle piccole applicazioni concrete al quotidiano: l’ indipendenza, la trasparenza, la saldezza sul confine fra informazione da un lato e comunicazione e promozione dall’ altro.

E si pone, beninteso, la questione della struttura professionale che può garantire questa deontologia, e cioè in definitiva quella del finanziamento di questo servizio di “ri-mediazione”.

Il giornalismo che si descrive qui è essenzialmente un giornalismo di desk, un giornalismo “seduto” (saranno i giornalisti delle agenzie di stampa e gli internauti stessi che raccoglieranno, in gran parte, l’ informazione sul campo e la metteranno online, in parallelo con l’ informazione istituzionali che verrà messa online direttamente dalle istituzioni stesse)… Non richiede la formazione di grandi redazioni e non è molto costoso da produrre.

Il finanziamento del lavoro dei giornalisti al 100% attraverso la pubblicità non è il modo migliore, lo sappiamo bene, per resistere alle pressioni del marketing. Ma se non si afferma nessuna altra fonte di finanziamento (abbonamenti, o, perché no, mecenati, sovvenzioni…), un rafforzamento notevole del controllo della deontologia professionale sarà la sola risorsa per preservare quella credibilità che resterà la sola giustificazione per rendere perenne questa professione.

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