Entro il 2020 più della metà dei 1439 quotidiani Usa spariranno

| 30 agosto 2008 | Tag:, ,

Morte dei giornali Un’ altra previsione “nera” sul futuro dei giornali viene da Vin Crosbie, un consulente editoriale che ha appena pubblicato un saggio sul futuro della stampa americana, Transforming American Newspapers – “Non è l’ assenza di multimedialità o di interattività la causa del declino della diffusione negli ultimi tre decenni. Metà del calo era già in atto prima che Internet diventasse di dominio pubblico, nel 1991, prima che diventassero popolari i concetti di interattività o multimedialità” – Il problema è che “il prodotto è diventato obsoleto”, è come entrare in un negozio vecchio di 400 anni dove i commessi danno a tutti la stessa borsa con gli stessi 50 prodotti, mentre in un supermercato ce ne sono in media 45.000”

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“Più di metà del 1.439 quotidiani Usa non esisteranno più sia nelle edizioni a stampa che in quelle su e-paper od online dalla fine del prossimo decennio. Usciranno fuori dal mercato. Mentre pochi giornali nazionali… saranno “dimagriti” ma continueranno a vivere su e-paper oppure online ma non su carta. I primi quotidiani a spirare saranno quelli regionali, che hanno già cominciato ad implodere. Molti di quelli con una diffusione molto ristretta, che sta progressivamente evaporando, toccheranno dei livelli in cui non saranno più economicamente sostenibili. Ulteriori tagli fra i dipendenti non potranno impedire questo destino – mentre il calo di  diffusione e di lettori continuerà ad alimentare questo progressivo declino”.

La previsione (un’ altra previsione “nera” sul futuro dei giornali) è di Vin Crosbie, che in questi giorni ha pubblicato in due parti una lunga analisi del futuro della stampa Usa:  Transforming American Newspapers (la seconda parte è consultabile qui).

In un articolo su E-Media Tidbits (Poynter online), Amy Gahran – che si dice d’ accordo con queste valutazioni – precisa: “se pensate che tutto ciò sia troppo drastico per avverarsi, leggete l’ articolo di Crosby, che fornisce vari elementi a sostegno”.     

L’ online non è la risposta, assicura Crosbie: "Aggiungere multimedia, convergenza, interattività, Web 2.0 e ‘citizen journalism’ a quello che i giornali hanno sempre fatto non è una cura ma solo un po’ di balsamo.  Sono accessori.. Non è l’ assenza di multimedialità o di interattività la causa del declino della diffusione o del bacino di lettori dei quotidiani americani negli ultimi tre decenni. Metà del calo della diffusione e della lettura dei quotidiani erano già in atto  prima che Internet diventasse di dominio pubblico, nel 1991, prima che diventassero popolari i concetti di interattività o multimedialità”.

Crosbie mette in luce due problemi chiave della caduta dell’ industria dei quotidiani. Uno, prima di tutto, che “le aziende editoriali Usa hanno… sbagliato il processo di adattamento della loro produzione principale al cambiamento radicale nella fornitura al lettore di notizie e informazioni durante gli ultimi 15 anni”. In secondo luogo, “trope aziende si sono allontanate dale loro radici locali”.

E nella  seconda parte del saggio  Crosbie attacca:  "Il problema è che il prodotto di interesse generale [dell’ industria dei quotidiani]  è diventato obsoleto. In media un supermarket in America contiene 45.000 diversi tipi di merci. Immagina invece di entrare in un negozio vecchio di 400 anni in cui i commessi consegnano a te e a tutti gli altri clienti la stessa borsa con esattamente gli stessi 50 prodotti e ti spiegano che dentro c’ è quello che il direttore del supermercato pensa che tu e tutti gli altri clienti desideriate mangiare. Nonostante la sua venerabile storia, faresti la spesa ancora in un negozio come questo?”

Fino a questo punto – commenta Gahran – mi pare che Crosbie sia nel giusto. Eccetto per una cosa. Crosbie predice anche che “la morte di un gran numero di quotidiani negli Usa non provocherà una nuova Dark Age, ma sicuramente una “Gray Age” per il giornalismo americano nel prossimo decennio. Molti giornali locali e regionali non vedranno più la pubblicazione”. Se questo – dice Gahran – può avverarsi, non sono d’ accordo che esso debba necessariamente avverarsi.

Io penso – aggiunge – che la natura dell’ informazione e del giornalismo si stia trasformando. E’ possibile che l’ era del giornalismo tradizionale sia in declino – ma chi ha detto che questo significa che il cittadino possa stare senza notizie o informazion?  Come ho scritto qualche giorno fa: non penso che sarà così.

Credo che la gente che vuole informarsi lo farà attraverso altri mezzi, forse meno direttamente, forse in maniera più collaborativa. Le cose non saranno più come i giornalisti vorrebbero che fossero. E’ prevedibile una forte automatizzazione, una componente algoritmica intrecciata all’ attività umana. Più come una serie di punti che come delle lunghe storie. Con un forte ruolo dei canali di distribuzione tipo “mobile” o social network. Può anche darsi che non si definirà più come giornalismo. Ma offrirà alle persone lo stesso servizio che attualmente esse cercano nel lavoro delle redazioni? Io penso che potrebbe farlo – forse anche meglio in certi casi. E per me non sarà necessariamente una “Gray Age”, ma solo un nuovo capitolo.

Ma – conclude Garhan – lasciatemelo dire. Sono d’ accordo con chi (Michele McLellan, in particolare) sottolinea che alla luce dello stato attuale dell’ industria dell’ informazione, il fatto che le redazioni mobilitino qualcosa come 15.000 giornalisti per CIASCUNA delle convenzioni per le presidenziali, sia un assurdo spreco di risorse giornalistiche.  Spero che la prossima era dell’ informazione sia più resistente alla mentalità del gregge, specialmente quando si tratta di coprire spettacoli dal copione prestabilito.

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