Costruire o distruggere comunità

| 24 Maggio 2020 | Tag:, , , , , , , , ,

La nostra riflessione odierna parte dalla lettura di un articolo davvero interessante di Francesco Marino che si intitola: “Conteniamo moltitudini. Il corona virus e la distruzione del concetto di comunità”.  Il giornalista, studioso di mondi digitali, ragiona sulle conseguenze dell’epidemia in termini di costruzione o distruzione del concetto di comunità e si interroga su questi temi, evocando scenari di vario tipo, alcuni dei quali estremamente suggestivi. Dal pezzo di Marino abbiamo estratto alcuni passaggi a nostro avviso particolarmente significativi chi Vi proporremo di seguito. Ovviamente Vi consigliamo,  anche e soprattutto,  la lettura integrale dell’articolo di Francesco. Noi alle sue riflessioni abbiamo provato ad aggiungere altre considerazioni forniteci da alcuni componenti della nostra community, che hanno risposto favorevolmente alla nostra richiesta di ragionare assieme sui concetti espressi da Marino nel suo pezzo. In questo caso, e differentemente da quanto facciamo di solito, proprio per non ledere l’integrità della comunità, i contributi che abbiamo raccolto e che Vi riporteremo di seguito, saranno pubblicati in forma totalmente anonima. Buona lettura e grazie dell’attenzione.

 

 

Scrive fra le altre cose Francesco Marino:

 

 

Il Corona virus è, per la mia generazione, – di trentenni –  un evento di cesura forte, un evento che potrebbe rappresentare — auspicabilmente e al netto delle conseguenze economiche — la possibilità di avere un dopoguerra, un momento dal quale ripartire e ricostruire.

 

La notizia, però, è che una narrazione davvero condivisa non esiste.

In altre parole, non stiamo vivendo la stessa pandemia.

 

La rivista americana The Atlantic ha condotto un sondaggio proponendo a un campione di statunitensi 22 delle teorie del complotto più accreditate su Internet in queste settimane. Il 91% degli intervistati si è detto d’accordo con almeno una delle spiegazioni proposte per la pandemia.

Almeno una.

Di che cosa parliamo quando parliamo di Corona virus? Parliamo di una serie di cose diverse, con spiegazioni, colpevoli e cattivi differenti. Anche all’interno del mondo delle teorie del complotto.

 

Secondo un bellissimo articolo dell’editorial board del New York Times, il Corona virus deve essere un’occasione per ripensare il concetto di città, intesa come comunità di persone che condividono spazi fisici e servizi.

 

… lo spazio digitale non costruisce comunità. Ognuno sceglie le fonti da seguire, ognuno, anche involontariamente, è esposto a informazioni simili tra di loro, che l’algoritmo considera più adatte a lui. E continua a confrontarsi solo ed esclusivamente con le persone che conosceva prima, con le persone che gli sono in qualche modo vicine…

Il Corona virus, finora, ha solo amplificato quanto già vivevamo, velocizzando processi sociali già in corso da molti anni.

se c’è davvero qualcosa da ricostruire quello è il nostro senso di comunità, la nostra capacità di uscire da qualunque tipo di bolla

Solo così possiamo pensare di uscirne migliori

 

 

Fino a qui l’articolo, in sintesi e per punti salienti – a nostro insindacabile giudizio – scritto qualche giorno fa da Francesco Marino. Di seguito e in forma rigorosamente anonima –  come anticipato –  i pensieri sparsi della nostra community. O meglio di alcuni componenti della nostra comunità di lettori, collaboratori, esperti, amici e semplici “simpatizzanti”. Musicisti, scienziati, postini, professori, giornalisti, ingegneri, scrittori che hanno reagito alla nostra sollecitazione e ci hanno proposto la loro visione delle cose, rispetto ai concetti espressi da Francesco e  che Vi proponiamo di seguito. Il criterio per distinguere un intervento dall’altro è contenuto nella scelta dello stile e il numero d’ordine che comparirà all’inizio di ogni intervento riportato. Ogni intervento porta un numero. Ad ogni intervento in corsivo, seguirà, un altro blocco di testo,  impaginato nello stesso modo,  ma scritto con caratteri normali, senza effetti speciali. Di seguito fino al completamento degli interventi raccolti. Buona lettura.

 

 

UNO

E’ vero che l’esperienza della pandemia è singolare e influenzata dalle diverse narrazioni e che, purtroppo, non pare essere un reale spartiacque, una concreta ripartenza intesa come ristrutturazione della società. E’ facile cadere nell’errore da molti paventato e riportato anche nel pezzo di Marino, quando si analizzano in modo Usa-centrico le esperienze, i dati socioeconomici e le reazioni delle persone alle fake news. La pandemia è democratica, nel senso che colpisce tutte le classi sociali, seppur con importanti differenze, sarà un’opportunità non colta se non sapremo riformare il tutto. Anche spostando il baricentro da cui partire per le analisi.

 

 

 

DUE

Il problema delle bolle cognitive esiste da decenni, da quando i social media hanno fatto capolino, ed è ciò che ha portato a quella che è stata definita l’era della post verità, ossia il momento in cui non è più possibile basarsi su una narrazione unica, condivisa della realtà. Roba vecchia di dieci anni. Purtroppo l’epoca della post verità non è anche l’epoca del dubbio, che è o può essere anche spinta alla ricerca di una verità personale, quanto piuttosto l’epoca delle mille verità personali, interscambiabili e identitarie come i brand. Questa estrema disponibilità di verità indirizzate al proprio target è alla base di tutti i movimenti post ideologici, come quelli “sovranisti”, che pur nella loro inconsapevolezza politica risultano tutti invariabilmente reazionari nelle loro conseguenze.

Quindi l’idea di ripartire da una narrazione condivisa richiederebbe, nell’ordine, la sparizione dei social media come li conosciamo e la re-imposizione di una narrazione “dall’alto”, su base teologica o ideologica, cosa difficile e anche un tantino pericolosa, a seconda della ideologia.

Resto della idea che senza una classe di intellettuali veri, capaci di inquadrare l’esistente in una weltanschauung coerente e con una visione chiara dei futuri possibili, non potremo indirizzare il cambiamento in atto.

Gli algoritmi, le AI, l’eliminazione del lavoro come paradigma di distribuzione delle ricchezze, la teologia del denaro ereditata dal calvinismo sono già “ieri”, occorre capire quali sono i mondi che possono scaturire da questo brodo primordiale e come noi, farfalle, possiamo sbattere le ali perché il risultato sia l’uno invece dell’altro.

 

 

TRE

Una bellissima riflessione.  Questa pandemia – se possibile – sta dividendo ancora di più le comunità.  Di qui l’appello a ricostruirle.  Vivo però, da un punto di vista personale, questo appello in modo molto contraddittorio.  Perché è vero che questa situazione ha accelerato un processo già in atto (sui social è bastato l’evento del ritorno in patria  di Silvia Romano,  per tornare a prima, addirittura a peggio di prima,  se penso al sasso che hanno lanciato contro la sua finestra). E quindi, la pandemia, dal mio punto di vista,  ha svelato aspetti delle persone che non mi piacciono.

Ma questo a me fa pensare alla voglia che ho di staccarmi da queste persone, non fa venire voglia di ricostruire con loro una comunità.

Questa cosa mi sta mettendo parecchio in crisi.

 

 

QUATTRO

Non conteniamo moltitudini, questa è un’idea romantica (non a caso la citazione da Whitman). Se così fosse non esisterebbero la grande distribuzione, gli exit poll, i target di riferimento, la religione, e via dicendo all’infinito. Come ormai definito dalle psico-socio-etnologie varie, ma soprattutto dai libri segreti dei pubblicitari, siamo solo “sette” persone. Tutto il resto sono sbrodolature di fuffa spalmate sopra una realtà che non ci permette di essere qualcosa che ci piacerebbe essere, ma che non siamo, purtroppo. Da questo evento ne usciremo come sempre. Intatti nella nostra natura. Che conosciamo bene e non concepisce il riscatto.

 

 

 

 

 

 

CINQUE

Penso che sia una delle infinite riflessioni che faremo o leggeremo nei prossimi mesi. Sarà interessante vedere come le sensibilità muteranno col tempo.

 

 

SEI

Sono d’accordo con l’idea che questa crisi potrebbe, dovrebbe,  portarci a riflettere sul nostro modo di vivere e di interagire col prossimo tuttavia, quello che mi preoccupa davvero è la tendenza ormai generalizzata di preferire fonti di informazioni sfacciatamente faziose, e filtrare quelle neutre in maniera da farle diventare altrettanto surreali.

Io non vedo come sia possibile metterci al riparo da questa tendenza, ma vedo anche che questo atteggiamento estremamente controproducente ci porterà inevitabilmente a fare o a sostenere scelte sbagliate.

Credendo nell’istruzione, penso sia necessario tornare nelle scuole e puntare a far capire ai ragazzi l’importanza di analizzare i fatti in maniera neutrale, senza arrivare a conclusioni affrettate senza avere le prove.  Ma siamo sicuri che gli insegnanti siano in grado di trasmettere questo messaggio?

Io lo faccio sempre, ma vengo regolarmente accusata di essere una spia del governo cinese da almeno il 20% della classe.

 

 

SETTE

Sono combattuta dopo aver letto l’articolo.  Da una parte ha ragione,  dall’altra, se penso a me, sono diventata un’eremita e non ho voglia di tornare a come ero prima. Non voglio incontrare gente, soprattutto,  perché questa pandemia ha messo in luce il peggio delle persone. Ovviamente sto generalizzando.  E vorrei poter fondare una piccola utopia in cui poter stare, attorniata,  solo di persone sensibili e “umane”.

 

 

 

La community “digitale”, quella globale e capillarmente diffusa ovunque, viene spesso ridotta ad un chiacchiericcio diffuso e irritante su questioni di scarsa rilevanza come le “fake news” o “la polarizzazione“, mentre invece è,  o almeno potrebbe essere, uno strumento di rara potenza al servizio della democrazia e della conoscenza. Quello che non dovrebbe succedere –   dal nostro punto di vista –  è di confondere il concetto di comunità con quello di community,  che la rivoluzione digitale ci ha consegnato recentemente. Il concetto di community è talmente potente, e contiene una mole così ingente di elementi positivi, che ogni passaggio teso a  banalizzarlo, demonizzarlo, o peggio che mai a non comprenderlo; è davvero una inutile perdita di tempo, e sopratutto un modo molto stupido,  di farsi del male,  quando invece potremmo guadagnarci,  tutti,  davvero molto. Complicarci la vita  –  rinnovata e divenuta,  senza alcun dubbio,  parecchio più complessa –  grazie alle opportunità offerteci dal passaggio dall’analogico al digitale, è una scelta “ignorante”, e inutile. Ma è proprio la mancanza di elementi utili a farci comprendere il cambiamento per quello che realmente è,  che ci porta ad agire in modo non consapevole.  E’ sempre più importante – necessario e non rimandabile –  attuare al più presto il processo di avvicinamento, studio, e comprensione,  del cambiamento in corso nella nostra società. E questa pandemia –  con tutte le terribili cose che ha portato con sé –  ci regala,  anche,  un’occasione imperdibile per mutare impostazione, per orientare finalmente nella giusta direzione la nostra formazione,  per scegliere di essere cittadini digitali consapevoli e conseguentemente “pronti ad agire per il meglio”.  Un esempio su tutti. Ripartiamo dalle nostre eccellenze. Anche in un momento buio come questo, la capacità unica e tutta italiana di adattarsi alle avversità e di estrarre da dentro un disastro, le nostre migliori competenze e peculiarità. Questo ha fatto e farà sempre la differenza. Servivano respiratori per creare nuovi posti di terapia intensiva e li abbiamo creati con brevetto open e procedure rapide e a basso costo. Servivano mascherine e abbiamo convertito le nostre aziende tessili, i nostri laboratori, persino gli atelier di moda; in produttori di sussidi per proteggerci dal virus. Servivano termo scanner, misuratori di temperatura, termometri, da installare ovunque e a basso costo. Ma soprattutto con brevetto e procedure open. E ancora di più che non fossero invadenti, che non catturassero dati – i nostri –  violando la nostra privacy. Ed ecco il progetto Rioba, di cui siamo particolarmente fieri,  che è stato sviluppato da un nostro amico e collaboratore che spesso avete incontrato anche su queste colonne: Luca Corsato. Siamo stati improvvisamente obbligati a lavorare da casa. E lo abbiamo fatto. Trasformando il disagio  un’opportunità. E allora perché non proseguire su questa china invece di pensare alla “restaurazione”, al  ritorno ad uno status quo che già prima della pandemia ci aveva consegnato un pianeta in crisi e una società incapace di ritrovarsi dopo la trasformazione digitale.  Se il  lavorare da casa si è rivelato possibile – anzi necessario –  in queste settimane di clausura, perché allora non fare tesoro di questa esperienza,  e dare un senso concreto a questa pratica,  avviando una procedura di conversione permanente del mondo del lavoro in chiave “smart”? Un modo non solo per ottimizzare le prassi aziendali con conseguente riduzione dei costi, ma anche, ad esempio,  per ridurre l’inquinamento – meno auto=meno spostamenti=meno fumi nocivi nell’aria –  ridurre gli incidenti stradali, e ridurre in generale i costi sociali; provvedendo al contempo ad una reale e non rimandabile riorganizzazione del sistema mondo? Un sistema basato proprio sulla collettività, non solo sugli Stati e tanto meno sulle meta nazioni digitali. Un sistema costruito sulle comunità.

 

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