Il caso Egitto e altri casi di cronaca

| 15 maggio 2017 | Tag:, , , , ,

Normalmente a digit, il festival dedicato al giornalismo digitale di cui Lsdi è organizzatore,   non ci occupiamo di fatti di cronaca. Il giornalismo lo proviamo a spiegare. Cerchiamo di acquisire e proporre metologie, di comprendere il fenomeno digitale e la sua cultura. Nell’ultima edizione di digit, a ottobre del 2016, è capitato però di poter raccontare con la stessa incisività e precisione, sia un grave fatto di cronaca ancora insoluto, sia una serie di metodologie e tematiche culturali e tecnologiche che attengono strettamente al giornalismo del presente. L’occasione ce l’ha fornita la collega e collaboratrice storica di Lsdi: Antonella Beccaria. La reporter di origine lombarda che vive e lavora a Bologna è venuta a presentare  il suo ultimo reportage giornalistico, un libro sul caso Regeni. E mentre raccontava nel suo workshop i risultati dell’inchiesta realizzata a quattro mani con il  collega Gigi Marcucci,  ha anche esposto in modo dettagliato una serie di strategie operative per raccogliere dati, testimonianze sul campo senza andare fisicamente nei luoghi dei fatti, usando al meglio gli strumenti digitali e la rete. Di seguito lo sbobinamento del workshop di Antonella,  al termine della trascrizione troverete come consuetudine il video integrale dell’incontro. Buona lettura !

 

” Il lavoro sull’Egitto è stato fatto per un libro, in particolare per provare ad approfondire un caso di cronaca ancora senza soluzione che è il caso Regeni. Con il mio coautore però Gigi Marcucci e con l’importantissimo lavoro che è stato fatto con il nostro traduttore giudiziario  in arabo, un esperto marocchino con cui abbiamo collaborato per la scrittura di questo libro, siamo partiti da un presupposto che ci ha fornito la conferenza stampa in Senato cui hanno parttecipato i genitori di Regeni e in particolare una cosa che ha detto la madre: << Giulio non è il solo >>. Oggi l’Egitto è un carcere a cielo aperto lo è ora ma lo è stato anche prima con Mubarak e Sadat. Lo è tradizionalmente. Un crescendo di violazioni dei diritti umani. Dall’estate del 2013 queste violazioni si sono incrementate da quando il Presidente eletto è stato rovesciato da un colpo di Stato. Per capire la situazione proviamo a riepilogare alcune tappe importanti.  Tra il luglio e il dicembre del 2013 nei mesi in cui inizia il colpo di stato ci sono state 1400 vittime a causa di un uso sproporzionato della violenza da parte delle forze di polizia. Human rights watch parla di 2000 feriti, 6000 persone assassinate e 20.000 arresti arbitrari nella seconda metà del 2013. Ci sono enti che cercano di monitorare questa situazione, i numeri che divulgano e che sono confermati da molte organizzazioni non governative, riportano ancora cifre pesanti come: nel solo  febbraio 2016 sono stati registrati 150 casi di persone scomparse, 75 uccisioni da parte della polizia, 88 casi di tortura, 50 detenuti morti in carcere. Nel 2015 erano state 464 le persone scomparse  in modo forzato; quelle torturate 1676 e 500 quelle uccise a seguito delle torture subite.

 

 

Fino a che Giulio Regeni non è scomparso,  e per quello che ne è derivato come attenzione da parte dei media, tutto questo non veniva riportato quasi mai dalla stampa italiana.

 

 

E’ evidente quello che è successo, si tratta di un omicidio compiuto all’interno di apparati di sicurezza dello stato egiziano. Ci sono stati autorevoli interventi di dissidenti espatriati che hanno sottolineato questo fatto, anche un ex ufficiale delle forze armate egiziane che vive oggi negli Stati Uniti.

 

 

Tutta la vicenda è stata attraversata da pesanti tentativi di depistaggio. Si è parlato  di un incidente stradale, di un delitto a sfondo omosessuale, di un regolamento dei conti fra criminali. La droga che torna a più riprese. Infine di una  banda specializzata in rapimenti di turisti stranieri, che è stata individuata dalla polizia egizia e  completamente sterminata, senza la possibilità di avere alcuna risposta certa sul caso del nostro connazionale.

 

 

Raccontare il caso Regeni è un modo per squarciare il velo su tutte queste violenze in corso in Egitto, è un storia difficilissima, complicatissima.

 

 

L’Egitto ha dichiarato di voler cedere due isole all’Arabia Saudita grande sponsor dell’attuale premier egiziano Al Sisi. La notizia   ha scatenato grandi manifestazioni di protesta nel paese. Queste proteste hanno a loro volta originato una serie di ondate repressive molto forti, con arresti, anche di giornalisti e sparizioni forzate di persone. Proprio in quei  giorni di repressione e violenza è stato arrestato anche il presidende della commissione egiziana per i diritti e le libertà. L’esponente politico è rimasto in carcere per molti mesi. Entrare in Egitto da quel periodo in poi anche per noi giornalisti è diventato impossibile. Solo grosse realtà editoriali, ad esempio la Rai, sono riuscite a produrre qualcosa sul territorio egiziano. Non si può entrare per fare il nostro lavoro in Egitto in questo periodo.

 

 

Si viene bloccati all’aeroporto, trattenuti e poi rispediti a casa. Internet rimane l’unica alternativa. Per realizzare la nostra inchiesta abbiamo dunque usato solo la rete cercando in primo luogo di capire quali fossero gli strumenti utili e sicuri per noi ma soprattutto per le nostre fonti in Egitto per poter comunicare senza correre rischi.

 

 

 

Premessa importante: Dopo la primavere araba del 2011, la caduta di Mubarak e le  libere elezioni, c’è stato un picco di competenze informatiche nel paese.  Il 30% della poplazione ha tra i 15 e i 29 anni e il sistema operativo sempre più diffuso fra la gente di ogni ceto e professione è linux che consente maggior sicurezza nelle comunicazioni.

 

 

 

Nel 2011 tra i paesi attraversati dalla primavere arabe l’Egitto era quello che aveva più utenti su Facebook rispetto a tunisini e marocchini e altre nazioni coinvolte nel movimento. Era il paese in cui si usava la cifratura delle comunicazioni e la crittografia per lo scambio di posta elettronica e si riusciva a scambiare informazioni in modo buono per spiegare e raccontare quello che stava avvenendo lì. Spirava un vento di libertà sulla scia di quello che era già avvenuto in Tunisia dove però c’era stata anche repressione. Per questo motivo anche in Egitto i cittadini comuni e non solo hanno voluto comnciare a raccontare al mondo quello che stava avvenendo.

 

 

Nello stesso periodo è iniziata sempre in Egitto anche una grande riorganizzazione dell’attività dei servizi segreti. I servizi sono sempre stati in Egitto, e adesso ancora di più,  impressionanti come mezzi, numero e organizzazione. Un apparato colossale con molti uomini e risorse.

 

 

 

La più misteriosa e potente di queste strutture è il tecnical research departement (Trd) una specie di nsa egiziana di cui parleremo spesso quando affronteremo il caso Regeni. Questa struttura non dipende da un ministero è alle dirette dipendenze del premier e non si conosce che budget abbbia ma si parla di importi a molti zeri spesi per acquistare  software molto sofisticati. Hacking  team ha reso noto che solo per l’acquisto di un software denminato Galileo il governo egiziano avrebbe speso oltre 1 milione di euro.

 

 

Quello che siamo venuti a sapere  del Trd è in un rapporto pubblicato da una organizzazione che si chiama Privacy International. Secondo questo rapporto, nel corso degli ultimi tre anni, la struttura ha assunto numerosi ingegnieri informatici e acquistato software e compiuto una mole di intercettazioni superiore a quelle effettuate dall’Nsa americana. Con una capacità di ascolto pari al Datagate.

 

 

Io ho parlato con un esperto di sicurezza informatica italiano che fino a tutto il 2015 andava in egitto ad addestrare il comparto tecnologico delle forze di sicurezza egiziane. Secondo quello che mi ha raccontato in Egitto vengono usati sistemi di intercettazioni di massa basati principalmente sui metadati attraverso i quali vengono identificati degli obbiettivi  da tenere sotto controllo. Questo è particolarmente facile in Egitto poichè c’è una dittatura militare e  poichè i vertici militari hanno preso il controllo della maggior parte delle aziende economiche.  Tutto passa dalla giunta militare nessuna trattativa, anche commerciale, viene effettuata da imprenditori privati. Tutta la vita è stata militarizzata.

 

 

 

Seconda Premessa Importante:  In Egitto ci sono tre operatori telefonici, il consiglio che mi è stato dato se avessi dovuto andarci per lavoro era di portarmi un telefono abilitato a operare anche in quel paese in autonomia e di non usare o comprare un telefono egiziano. Le tre compagnie locali in barba ad una legge del 2003 che sostiene di tutelare la privacy dei cittadini, hanno invece la possibilità di entrare  negli apparati di tutti senza autorizzazione. Per questo motivo tutte le comunicazioni vengono intercettate sui telefoni senza installare alcun software spia. Sono proprio gli stessi telefoni locali ad essere costrutiti in modo da poter essere intercettati.

 

 

 

Agli agenti dell’intelligence egiziana viene insegnato come prendere il controllo di un account Facebbok per agevolare attività di intelligence o attività a discredito della credibilità o della reputazione della persona intercettata. Gli account di posta di gmail vengono violati. Viene insegnato agli agenti come fare. Con un escamotage molto facile viene chiesto a Google dagli stessi agenti di cambiare la password dell’utente che si vuole intecettare e vista la facilità con cui si può entrare nei cellulari egiziani, quando da google arriva l’sms con il nuovo codice di ingresso, gli 007 lo acquisiscono e poi lo cancellano dallo stesso telefono:  e il gioco è fatto.

 

 

Per entrare in contatto con gli egiziani che volevano parlare con noi, è stato necessario scartare una serie di cose. No Gmail, no Facebook, e no Whatsapp,  perchè quest’ultimo,  sebbene crittografato, rimane un sistema facilmente violabile se si riesce ad avere accesso al dispositivo con cui si comunica.

 

 

Il sistema che abbiamo scelto è stato Viber molto più sicuro e meno violabile ma in tutto simile a Whatsapp.

 

 

Con questo sistema abbiamo intervistato il presidente del comitato egiziano dei diritti e delle libertà, che è stata l’intervista fondamentale per iniziare a muoverci fra gli attivisti e il dissenso passivo al regime di Al Sisi. Il presidente ci ha raccontato cose importanti sul caso Regeni. Il crescendo delle sparizioni forzate e le torture. Siamo venuti in contatto con un ingeniere rapito nel gennaio 2015 da persone incappucciate sul posto di lavoro, lui era un blando sostenitore dei fratelli musulmani. L’operazione è stata realizzata dentro il posto di lavoro dell’ing, davanti a tutti i suoi colleghi in modo che servisse  da esempio. Uomini incappucciati come in Argentina, persone prese e portate via su furgoni oscurati e senza targa.

 

 

Il giorno in cui scompare Regeni ricompare  il cadavere proprio di questo ingegniere rapito in fabbrica. Il corpo era stato colpito con una sventagliata di colpi di armi automatiche. La spiegazione ufficiale del governo egiziano è stata che l’ingegniere rapito  fosse un terrorista dell’ Isis. In Egitto basta un semplice sospetto di terrorismo per essere uccisi. Al cadavere mancavano le unghie e aveva parecche ossa spezzate e bruciature di sigarette,  e segni di pesteggio sotto i piedi.

 

 

Ferite incompatibili con il racconto e la versione fornita dalla polizia egiziana. Dalla perizia necroscopica è emerso che le ferite da arma da fuoco erano state inferte al cadavere post-mortem.

 

 

Abbiamo intervistato un’altra persona via Whatsapp,  perchè non era interessata a rendere sicura la sua comunicazione. Abbiamo deciso di non parlare in inglese nel nostro lavoro ma di usare solo la lingua araba attraverso la collaborazione del nostro interprete, per motivi psicologici. Tutte le persone che abbiamo provato a contattare tramite il nostro interprete hanno accettato di collaborare. Tutti vogliono raccontare quello che sta accadendo in Egitto nonostante ci siano per tutti rischi altissimi.

 

 

Anni prima, in Serbia, uno dei paesi dove mi è capitato di andare a lavorare,  anche dopo la caduta del regime di Milosevic nessuno voleva collaborare. La ragione era semplice dopo un dittatore anche se cambia la politica tutto l’apparato amministrativo rimane lo stesso e quindi il rischio di ritorsioni nei confronti delle persone rimane alto.

 

 

In Egitto questo problema non c’è, nonostante la “rivoluzione”, non è cambiato nulla e quindi la gente non ha paura di raccontare e arrivare alle estreme conseguenze. Quello di raccontare, di far uscire le notizie dall’Egitto, rimane l’unico modo  concreto per provare a cambiare, sebbene il rischio per le persone che lo fanno sia altissimo.

 

 

La persona che abbiamo intervistato su  Whatsapp è la moglie di un signore che nel gennaio 2014 ha ricevuto una telefonata da un funzionario di polizia che lo invitava a prendere un caffè.  In realtà è stato rapito dal governo militare. L’uomo non era noto,  e lavorava per un partito politico egiziano, il movimento Al Doustour, di cui era leader Al Barade’i premio nobel per la pace 2005. Barade’ì ha vinto il nobel perchè è  riuscito a dimostrare che le armi di distruzione di massa millantate per giustificare l’intervento armato degli Usa in Iraq non sono mai essistite. L’uomo era il tesoriere del partito non un ideologo nè un uomo d’azione.

 

 

La donna non ha mai accettato la scomparsa del marito, ha fatto indagini in proprio.  L’uomo è tuttora nelle mani dei militari che non hanno mai spiegato cosa abbia fatto e con che accuse venga trattenuto. Ufficialmente le autorità negano che sia  detenuto. L’uomo, al momento della sua scomparsa,  aveva il passaporto con sè, e secondo le spiegazioni dei militari,  sarebbe scappato all’estero con un’altra donna. Una campagna diffamatoria contro un presunto oppositore del regime.

 

 

Le persone con cui abbiamo parlato ci hanno detto che il regime è paranoico, qualsiasi attività viene ritenuta sospetta e monitorata con uno spiegamento di forze impressionante. I grossi leader dell’opposizione ad Al Sisi sono scappati fuori dal paese per non finire vittime dei sicari del regime.

 

 

Il regime non perseguita le persone più conosciute, fra quelli rimasti nel paese. Viene loro tolto il passaporto per obbligarli a non fuggire.  Il regime punta invece a perseguitare gente comune, persone di poco conto, o persone attive. Quello che fa più paura al regime sono i giovani che organizzano la protesta e svolgono un forte attivismo.  Sindacati, partiti politici, circoli studenteschi. I ragazzi fanno petizioni, condividono appelli sugli  account social. Loro sono quelli che più vengono presi e portati via dalla polizia. Sono quelli che rischiano di più. Come Giulio Regeni.

 

 

Il caso Regeni dunque non è un caso isolato, ma uno dei tanti, soltanto che Giulio Regeni era un cittadino straniero, era un occidentale e questo ha cambiato le cose.

 

 

Dopo il delitto del nostro connazionale si è cominciato a guardare l’Egitto con occhi diversi. Il caso Regeni non è l’unico capitato ad uno straniero in Egitto. Una vicenda simile è accaduta ad un insegnate francese di 49 anni che viveva al Cairo da venti anni. Eric Lang nel settembre del 2013 con un amico egiziano camminava per strada con in mano una bottiglia di vino. I due  vengono fermati dalla polizia. L’egiziano viene lasciato andare e il francese viene arrestato con l’accusa di ubriachezza molesta. Erano  le 5 del pomeriggio. Si dirà che aveva molestato delle donne e che trafficava in droga. Qualche giorno dopo l’insegnante muore in cella in un carcere egiziano. Massacrato di botte. Secondo le autorità rimasto coionvolto in una rissa in cella. L’autopsia svolta in Francia ha confermato che sul corpo dell’insegnante vi erano chiari segni di tortura.  Il  sospetto è che siano stati gli agenti e non i carcerati a malmenare il francese. L’ipotesi è che Lang sia stato sospettato di attività spionistica.

 

 

Ci sono organizzazioni internazionali che stanno chiedendo giustizia per Lang. Si cerca di sensibilizzare anche il governo francese e il presidente della repubblica. Soprattutto quando sono previste  visite ufficiali di amministratori francesi nel paese arabo.

 

 

Sono state rivolte domande dirette al capo dello Stato francese per chiedere giustizia per Lang ma non ci sono state risposte ufficiali.

 

 

Nella vicenda Regeni si dice che la responsabilità sia della presunta banda di sequestratori sgominata dalla polizia egiziana e specializzata in rapimenti di stranieri. Nel rapporto della polizia sui criminali si fa cenno a un tale David k. un altro italiano rapito dalla stessa banda.

 

Noi siamo riusciti a trovare questo italiano nominato nei rapporti della polizia egiziana. Si tratta di Davide Romagnosi un musicista milanese che era andato in Egitto in vacanza a Sharm el Sheikh nel novembre 2015.  Davide ha poco più di 40 anni non ha conoscenza dei regimi repressivi e di quello che accade in Egitto in questi anni.

 

 

Mentre è lì in vacanza commette una una sciocchezza, si mette a fotografare aerei all’aeroporto di Sharm.  Dopo pochi minuti viene arrestato da agenti (che non riconosce e che non si qualificano con lui), viene interrogato e minacciato. Tutti quelli che lo interrogano si esprimono in inglese o in arabo e lui ha molta difficoltà a capire cosa stia succedendo. Riesce a mandare un messaggio a un suo amico con il cellulare e chiede che intervenga l’ambasciata italiana prima che il telefono gli venga sequestrato. Gli agenti negli interrogatori usano con lui la tecnica del poliziotto buono e di quello cattivo, lui si spaventa molto, non è solito trovarsi in queste situazioni. Mentre gli fanno le domande, un agente lo spaventa e l’altro lo consola. Gli chiedono il perchè delle foto. Alla fine viene arrestato ma nessuno avverte le nostre autorità. Un avvocato egiziano arriverà e parlando un poco di italiano gli dirà  di essere stato mandato dal Consolato Italiano.  Nel frattempo Davide è già stato portato in carcere, e lo stesso avvocato gli dice che vede la sua situazione compromessa. Nel corso del suo breve sequestro Davide è stato spostato varie volte in strutture diverse. In uno di questi spostamenti viene caricato su un blindato e gli agenti che lo scortano sono armati di kalashnikov. Nel suo racconto ci sono diversi viaggi spaventosi, anche  trasferimenti dalla città verso il deserto. La sua paura era che lo stessero portando in un luogo isolato per ucciderlo.

 

 

La detenzione del musicista italiano è durata tre giorni, in cui lui è rimasto  senza mangiare o bere.  Fra i ricordi di Romagnosi c’è anche una breve detenzione in una cella 4 X 4 con altre 17 persone tutti arabi,  lui unico europeo. Non capisce quasi nulla. Viene interrogato molte volte anche di notte e subisce intimidazioni ma non viene mai toccato o malmenato. Alla fine viene spostato in una nuova struttura che pensa possa essere stata dei servizi, assieme a  lui ci sono due stranieri. Ad un certo punto si ritrova davanti ad un giudice con un nuovo avvocato che non conosce l’italiano. L’udienza si svolge tutta in arabo e lui non capisce nulla. Alla fine gli vengono fatti firmare dei documenti. Lui si comporta in modo molto accomodante e remissivo proclamandosi sempre innocente. Firma tutto quello che gli viene chiesto di firmare. Con lui ci sono sempre questi due stranieri che gli pongono molte domande. Si tratta di due cittadini nordafricani che parlano inglese. Secondo noi erano persono che erano state messe lì appositamente dai servizi per farlo parlare. Nella nuova struttura dove viene portato,  probabilmente si tratta di una struttura militare,  lui vede foto di Al Sisi. Lì gli interrogatori sono ancora più pesanti ma ancora non lo picchiano, cercano di farlo confessare, di fargli dire  cose, di farlo parlare in arabo. Cercano di fargli fare delle confessioni che lui non fa anche perchè non ha niente da confessare. Cercano di associare le sue azioni a fatti legati al terrorismo. Interrogatori brevi e frequenti. Ad un certo punto gli dicono che è tutto finito e che lo libereranno ma intanto lo rimettono in una cella. Ritrova i due nordafricani in prigione e uno dei due tira fuori una chitarra (non si capisce come) e gli chiede di suonare. Lui si mette a suonare e solo a quel punto tutti e tre vengono riportati su un nuovo blindato e poi lasciati andare in pieno deserto e di notte. I tre riescono a trovare l’autostrada la costeggiano a piedi e riescono a tornare al villaggio turistico dove era alloggiato l’italiano.

 

 

Lì gli comunicano  che nel frattempo c’era stata un’azione della polizia che aveva portato alla cattura di un pericoloso terrorista, sempre al villaggio turistico ritrova il suo primo avvocato egiziano che gli chiede dei soldi,  ma lui non ne ha. Infine gli viene detto di non parlare con nessuno in Italia di quello che gli è accaduto in Egitto.

 

 

L’allarme lanciato dal suo amico alla nostra ambasciata quando Davide è stato rapito non ha portato nessun risultato. Nessuno si è fatto vivo dal nostro Paese o dalle nostre sedi diplomatiche. Tornato in Italia il musicista lombardo ha dato mandato ad un avvocato di verificare cosa sia successo e se in Egitto penda sul suo conto qualche tipo di accusa o processo o addirittura condanne. Lui non ha saputo più niente. E nemmeno il suo avvocato è riuscito a sapere nulla.

 

 

 

Il primo impulso a raccontare la sua storia Davide lo ha avuto quando ha saputo del ritrovamento del cadavere di Giulio Regeni. Nonostante la pressione psicologica subita, lui non ha subito alcun maltramento fisico ma non si stupisce di quello che potrebbe essere successo a Regeni dopo quello che ha vissuto lui che era un semplice turista.   Lui ha poi deciso di parlare quando ha pensato di poter chiarire il mistero sull’altro italiano  rapito dalla banda sgominata dalla polizia. La banda responsabile secondo il governo egiziano anche dell’omicidio Regeni. Davide ha smentito ogni suo legame con questa storia. Ed ha chiarito di essere stato rapito  da agenti dell’autorità militare e governativa. Questa testimonianza consente di smentire il governo egiziano sull’ipotesi del rapimento di  Giulio Regeni da parte di questi criminali.

 

 

Perchè sia stato preso Giulio Regeni non si capisce. Noi siamo riusciti a parlare con italiani che lavorano in nordafrica più verso il quadrante libico che su quello egiziano, e ci hanno detto di fare attenzione a quello che sta succedendo all’economia egiziana e a come potrebbero cambiare i rapporti commerciali fra il nostro Paese e l’Egitto  dopo il caso Regeni.

 

 

Per l’Egitto, l’Italia è il secondo mercato dopo la Germania nelle esportazioni. L’Egitto è un grande cantiere aperto. Ci sono moltissime grandi opere in corso di costruzione o progettazione,  e quindi molti affari con molti stati esteri e europei fra cui anche il nostro. Sono gli affari il denominatore comune in tutta questa vicenda. La situazione dei diritti umani in Egitto è gravissima come segnala e denuncia anche Amnesty International. Ad oggi fra Egitto e Italia non c’è stato alcuno strappo dopo il caso Regeni. Non c’è alcuna volontà concreta dal punto di vista politico di arrivare ad una soluzione del caso”.

 

 

Il video integrale dell’intervento di Antonella Beccaria a #digit16

 

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