The Great Complotto Radio, la webradio che racconta i ‘’cervelli in fuga’’

| 31 gennaio 2014 | Tag:, ,

Radio“Se una radio è libera, ma libera veramente, mi piace ancor di più perché libera la mente”. Torna in mente Eugenio Finardi e la sua canzone “La radio” ascoltando The Great Radio Complotto, una web radio che dà voce ai cosiddetti “cervelli in fuga” che dall’estero raccontano le proprie esperienze di vita. Una radio libera, con programmi autogestiti e autoprodotti.

La radio come la conosciamo oggi ha i giorni contati: il futuro è su Internet, dove già adesso la proposta radiofonica è molto ampia e la possibilità di scegliere stazioni da tutto il mondo attrae  sempre più web-ascoltatori. Al di là delle previsioni apocalittiche, esperienze come quella di The Great Complotto Radio  possono nascere e svilupparsi unicamente sul web, dove la libertà è maggiore e i costi minori.

 

di Fabio Dalmasso

 

La storia di questa web radio, creata a Pordenone nel 2007 per iniziativa di due amici, è una vicenda che sembra nascere quasi per gioco, ma che nel giro di pochi anni si trasforma in una realtà consolidata con 60 collaboratori sparsi in tutto il mondo. E non si tratta di collaboratori qualunque, bensì di italiani emigrati all’estero per lavorare, una parte, cioè, di quei “cervelli in fuga” che sembra non abbiano alcuna intenzione di ritornare.
 

Radio libera

Una realtà che, a partire dal 3 febbraio, verrà nuovamente raccontata su The Great Complotto Radio grazie proprio alle voci di chi sta vivendo quell’esperienza. Stoccolma, Londra, Manchester, Philadelphia, Madrid, Parigi, Osaka, Dundee, Beirut, Aguascaliente in Messico, Dublino e altre saranno le città dalle quali narreranno la loro vita gli speaker di questa radio che riprende in mano l’eredità delle radio libere degli anni ’70 e dà voce, anche dall’Italia, “a giovani motivati che responsabilmente condividano pubblicamente quanto di meglio possono esprimere”.

 

Tra gli autori di programmi ci sono anche Linda Dorigo e Andrea Milluzzi, rispettivamente fotoreporter e giornalista, autori della trasmissione “Radio Beirut”, che recentemente sono stati invitati da Cnn News per parlare della situazione dei cristiani in Medio Oriente e presentare il progetto fotografico di Linda Dorigo.

 

“Non abbiamo un editore, un proprietario che ci dice cosa possiamo dire o no: noi diamo la massima libertà, noi siamo veramente una radio libera” dice Luca Ceolin, station manager di The Great Complotto Radio, che Lsdi ha intervistato.

 

Radio-CeolinQuando nasce The Great Complotto Radio?

La radio nasce nel 2007, quasi per gioco nel senso che stavamo provando cosa significasse trasmettere attraverso il web: io in quegli anni seguivo una trasmissione su una radio locale e questo mio amico, che ora è il presidente della radio, stava facendo delle sperimentazioni di radio via internet.  Abbiamo così dato vita a quella che sarebbe diventata The Great Complotto Radio. Siamo partiti in due da Pordenone, adesso siamo in più di 60 in tutto il mondo.

 

Perché è nata l’idea di creare questa web radio?

Volevamo dare spazio a quelle che erano le realtà indipendenti sia locali che italiane: le famose radio libere degli anni ’70 – ’80 erano scomparse dopo la legge Mammì, quindi trasmettevano solo le format radio dei grandi gruppi editoriali. Il web era l’inizio, secondo noi, di una nuova possibilità di dare spazio a chi nel mainstream non stava. Iniziammo un po’ per gioco e un po’ per dare visibilità all’underground musicale italiano e non che magari non rientrava nei canoni delle radio format.

 

Voi date molto spazio ai giovani lavoratori italiani all’estero

Si, tre anni fa abbiamo iniziato a trasmettere, prima da Stoccolma, con Stefano Diana, una trasmissione che parlava dell’Italia vista da fuori: poi, attraverso alcuni suoi contatti uniti anche a nostri contatti di amici che si sono spostati all’estero per lavoro, abbiamo cominciato ad allargare questa parte della programmazione radiofonica dedicata agli italiani all’estero. Quindi Stati Uniti, Giappone, Messico, Libano, con Andrea Minuzzi, Spagna, Francia, Irlanda, Inghilterra. I programmi erano aperti a tutti quelli che erano all’estero e avevano voglia di parlare della propria vita all’estero, della propria esperienza, di quello che vedevano dell’Italia da fuori: tutto ciò è diventato un po’ il format di questo tipo di trasmissioni che stiamo facendo.

 

Radio2Grazie a queste trasmissioni vi siete fatti un’idea di come viene vista l’Italia dall’estero?

Diciamo che forse non servivano queste trasmissioni per capirlo, alcune idee sono condivise e comuni da parecchi anni. Un tempo l’emigrazione italiana era bassa manovalanza, oggi invece stiamo formando dei cervelli nelle nostre università e poi li mandiamo via perché non diamo loro la possibilità di lavorare. Stiamo perdendo il futuro di un paese e lo stiamo mandando a creare il futuro di altri paesi. La nostra immigrazione non è come quella di altri paesi fatta di persone che poi torneranno in patria per aiutare lo sviluppo del paese: noi abbiamo un’immigrazione che non ha nessuna intenzione di tornare a casa. Quando noi parliamo con i nostri colleghi della radio che vivono all’estero, nessuno di loro ha intenzione di tornare qui. Li abbiamo persi definitivamente: li abbiamo formati, cresciuti, acculturati e poi li abbiamo mandati via. Si è investito per poi mandarli via. Per altri paesi è il contrario: mentre gli indiani, ad esempio, frequentano le università americane per poi tornare e sviluppare l’India come paese, noi diamo una formazione molto valida nelle nostre università per poi mandarli via a sviluppare altro. Un impoverimento che secondo me pagheremo negli anni in maniera molto importante.
 
I vostri programmi sono autogestiti e autoprodotti, cosa significa?

Non facciamo solo programmi all’estero, ma anche in Italia: da Bari a Milano, Firenze, Trieste etc… Essendo una radio web e non avendo grosse disponibilità economiche, anzi, direi che abbiamo un bilancio veramente ridicolo, a chi è interessato noi diamo il know how che serve per crearsi il programma da soli a casa, registrarlo, montarlo, dirigerlo. Quindi diamo la possibilità di caricarlo direttamente nel server della radio così che poi venga mandato in onda in quel giorno prestabilito. Questo ci permette innanzitutto di dare continuità: se dovessimo gestire tutto dal’Italia, anche solo per motivi diffusori, sarebbe un caos.

 

E poi noi non abbiamo un editore, un proprietario che ci dice cosa possiamo dire o no: noi diamo massima libertà, sempre nel rispetto ovviamente di alcune regole base, ma queste persone possono parlare o mettere musica di qualsiasi tipo, hanno totale libertà e noi diamo totale fiducia. Dopo aver fatto delle puntate di prova, se vanno bene, queste persone hanno tutta la libertà. Noi siamo veramente una radio libera:chi “lavora” per noi, tra virgolette, perché nessuno viene pagato, tutti volontari, ha la possibilità di dire o fare quello che ritiene più opportuno per la propria trasmissione senza alcun tipo di imposizione.

 

Ma fare una radio libera, oggi, sulle frequenze Fm, non è più possibile?

Non c’è più possibilità perché la legge Mammì ha imposto che le frequenza vengano comprate. Io credo comunque che la radio frequenza sia destinata, da qui a 10 anni, a terminare, magari non in Italia. Però con reti wi-fi di grossa portata e le nuove autoradio che sicuramente si collegheranno a Internet, il web sarà il posto dove andrai ad ascoltare la radio così come sarà il posto dove guarderai la televisione. Ad esempio, io se devo ascoltare la radio difficilmente ascolto format radio italiane, a meno che non sia in auto, dove non c’è altra possibilità. Posso scegliere, ho il mondo da poter ascoltare e lo faccio.

 

Due vostri autori sono stati invitati dalla Cnn News.

Si, sono due ragazzi, Linda Dorigo e Andrea Milluzzi che vivono a Beirut e lavorano per una ong: hanno fatto una sorta di tour nei paesi del Medio Oriente alla ricerca della vita delle comunità cristiane, che sono solitamente delle minoranze e che vivono una vita molto difficile in questi paesi. Hanno intervistato, fatto fotografie e li hanno seguiti per alcuni mesi: ricordo che ci sono stati periodi in cui non ricevevamo assolutamente nessuna notizia da loro, non sapevamo dove fossero. Da questo è nato un libro fotografico e un’esperienza notevole che è stata notata non solo da noi, ma anche dai media internazionali. The Great Complotto Radio è comunque una radio che è molto seguita sia a livello nazionale che internazionale: il Sole24Ore, la Repubblica e altri media, come Radio Colonia o radio australiane.

 

Si sta molto chiacchierando sul fatto che esista una radio come la nostra che sta dando spazio a degli italiani che se ne sono andati e che parlano della propria esperienza. Un po’ forse sta andando di moda questa nuova immigrazione italiana: anche a livello internazionale credo che molti si stiano chiedendo cosa stia succedendo in uno dei paesi più industrializzati del mondo e che si sta svuotando. In questo momento l’Italia perde 50.000 persone all’anno: un’immigrazione di altissimo profilo con numeri davvero incredibili: sparisce una città ogni anno.

 

Un fenomeno mai esistito prima: l’emigrazione prima era sempre fatta di manovalanza, si emigrava per lavorare ma non per crescere professionalmente. Una manovalanza destinata ad esempio nelle miniere belghe o nelle fabbriche svizzere o negli Stati Uniti a fare i cuochi, gente che poi creava colonie di italiani che non si integravano. Ora è diverso: dagli Usa, ad esempio, fanno una trasmissione per noi, da Philadelphia, due insegnanti di Università. Cristina Cavalli, che trasmette da Madrid, è una pianista di fama internazionale; abbiamo poi una ragazza in Irlanda che prima lavorava per Google e ora lavora per Facebook e non è una caratteristica che abbiamo noi come radio, ma è proprio la caratteristica dell’italiano che sta emigrando in questo momento, cioè altissimi profili. Competenze altissime che se ne vanno e il fenomeno sta generando anche curiosità a livello internazionale. Credo che siamo il paese industrializzato che sta pagando la perdita di competenze più alta in questo momento. Dall’Inghilterra, dalla Francia e dalla Germania non se ne va via così tanta gente e così formata. Questa cosa sta suscitando curiosità a livello internazionale, è quasi un caso sociale da studiare, “il caso Italia”, un fenomeno strano visto da fuori.

 

Avete un riscontro come numero di ascoltatori?

Negli ultimi due anni The Great Complotto Radio non è solo radio, ma anche un blog in cui si parla di tutto, dalla musica alla cucina, passando per l’arte, il cinema etc… Da due anni abbiamo circa 30.000 visite al mese: non saprei dire se sono tante o poche, ma a noi sembrano veramente molte rispetto a quello che è il panorama delle web radio italiane.

 

Quali sono i vostri progetti futuri?

A febbraio partiremo con la seconda sessione dei programmi dell’anno 2013-2014: alcuni programmi finiranno e ne inizieranno altri perché gli autori sono comunque tutti volontari, se riescono fanno, altrimenti no, ma rimangono comunque tra i collaboratori. L’idea è quella di coinvolgere il più possibile altri ragazzi in giro per il mondo per sentire cosa hanno da dire, cosa pensano, cosa vogliono fare e come vivono. E magari cercare di creare delle hub di The Great Complotto Radio in giro per il mondo: già a Philadelphia parlavano di fare una cosa più strutturata, o anche da Londra, dove abbiamo parecchi ragazzi che trasmettano. Dare vita a delle sedi distaccate che raccolgano i gruppi di lavoro più ampi e diffondano determinati tipi di contenuti, magari in lingua inglese.

 

I commenti sono chiusi.