Open Data, nuova leva di sviluppo economico e di partecipazione (ma la politica non lo ha ancora capito)

| 2 maggio 2014 | Tag:, , , ,

FriuliIl Friuli Venezia Giulia si è aggiunto alle Regioni che finora, con fortune alterne, hanno adottato una legge in materia di open data. Il Consiglio Regionale ha infatti recentemente approvato la norma sulla trasparenza e l’ utilizzo dei dati della Pubblica Amministrazione. Tra gli elementi di maggiore interesse della legge spicca l’obbligo, per la Regione e le società da essa controllate, di pubblicare in formato open i documenti e i dati relativi ai bilanci.

Quello che è stato definito “un necessario e non più rinviabile passo avanti verso l’Open Government Program” si inserisce in un percorso intrapreso dalla Regione che avrà il suo apice lunedì prossimo, 5 maggio, con la presentazione del nuovo portale open data nell’ ambito di Go On Italia, iniziativa promossa da Wikitalia con l’ obiettivo di aumentare le competenze digitali di cittadini, imprese e Pubblica Amministrazione.
a cura di Fabio Dalmasso
«Una legge ben scritta»

 

«Quella approvata dal Friuli Venezia Giulia mi sembra una legge particolarmente ben scritta – commenta Ernesto Belisario, avvocato esperto di diritto digitale e di open governement, nonché membro della task force sull’agenda digitale regionale in Basilicata  – , anche se la conoscerò meglio lunedì prossimo in occasione del Go On Italia quando sarò a Pordenone proprio per parlare degli open data e dalla loro importanza».

 

Non è un caso che l’ iniziativa Go On Italia abbia il suo punto focale proprio in Friuli Venezia Giulia: secondo un’indagine  del Sole 24 Ore pubblicata il 28 aprile, infatti, la regione del nord-est è la prima in Italia per la trasparenza on-line e per la completezza dei dati inseriti nel suo sito in ottemperanza alle disposizioni delle normative nazionali. Un primato che va a sommarsi a quello decretato da La Bussola della Trasparenza (di cui Lsdi ha parlato qui) e che certifica il lavoro svolto negli ultimi mesi per migliorare una posizione che, a marzo, era invece molto meno positiva.
Poche settimane fa, infatti, solo 40 dei 68 indicatori venivano soddisfatti e tra i dati mancanti figuravano, ad esempio, quelli  relativi al monitoraggio dei tempi delle procedure amministrative, alle scadenze degli obblighi amministrativi e agli incarichi amministrativi di vertice.

 

«Gli open data non sono un sinonimo di trasparenza»

 

Un miglioramento dunque che fa della Regione Friuli Venezia Giulia quasi il fiore all’ occhiello per quello che riguarda la trasparenza e gli open data, due temi che però, come sottolinea Belisario nell’ intervista concessa a Lsdi, non bisogna confondere: «Gli open data non sono di per sé un sinonimo di trasparenza» afferma l’ avvocato il quale, dopo aver sottolineato le luci e le ombre della bozza delle linee guida per gli open data, ripercorre brevemente le caratteristiche principali dei dati aperti insistendo sulla reale applicazione delle leggi in materia in quanto, dice Belisario, «finora l’ impatto delle leggi sugli open data non è stato alto».

 

 

L’ intervista

 

 

Friuli-BelisarioAvvocato Belisario, come definirebbe gli open data?

 

Gli open data sono una dottrina che è diventata, con il tempo, una prassi amministrativa e che prevede che le pubbliche amministrazioni debbano rilasciare sul web dati in determinati formati che siano accessibili a tutti. Questo essenzialmente per due motivi: prima di tutto perché sono dati che sono stati prodotti con le tasse dei cittadini ed è quindi etico che ritornino ai cittadini grazie alla loro pubblicazione sul web. Il secondo motivo è perché questi dati possano essere utilizzati.

 

Per quali scopi?

 

Per due scopi principali: il primo scopo è sicuramente quello della trasparenza, ma trasparenza è solo uno dei motivi perché questi dati vengano rilasciati. Certo, iniziare a ragionare in tema di accountability, e quindi di una valutazione di quello che fa la pubblica amministrazione sulla base dei dati, e non della simpatia o antipatia che possiamo avere per questa o quella amministrazione, dovrebbe determinare un miglioramento della qualità dell’amministrazione perché se so che le mie scelte sono pubbliche è più facile che qualcuno mi chiami a risponderne.

 

Importante, a mio avviso, è anche l’utilizzo degli open data dal punto di vista della partecipazione: se io voglio chiedere ai cittadini di partecipare, il presupposto è dare loro trasparenza. Quindi gli open data non sono un sinonimo di trasparenza e questo mi piacerebbe che emergesse: possono essere utilizzati per la trasparenza e nell’ambito di una strategia di trasparenza ci sono sicuramente gli open data, ma non solo; c’è, ad esempio, anche una semplificazione di un linguaggio amministrativo in quanto non posso essere davvero trasparente se parlo una sorta di burocratese incomprensibile alle persone normali.

 

Gli open data non possono comunque esaurire il perimetro delle iniziative di trasparenza in un paese in cui la metà della popolazione non accede al web.

 

E il secondo scopo?

 

La seconda finalità degli open data è quella legata allo sviluppo economico: nell’era della società dell’ informazione i dati e le informazioni che sono custoditi dalle pubbliche amministrazioni e che vengono raccolte dalle pubbliche amministrazioni per scopi istituzionali, come i dati per piani urbanistici, quelli sulla formazione, sul lavoro, sulla criminalità, sulla salute, ambientali etc.., sono dati molto importanti che possono essere utilizzati come “combustibile” per l’ economia dell’ immateriale, per produrre beni e servizi.

 

Il primo che ha capito l’ importanza degli open data per lo sviluppo economico è stato il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che ha lanciato la strategia open data americana nel 2009, proprio nel periodo di massima crisi economica. Un utilizzo degli open data, quindi, come misura anticrisi: da parte dell’ amministrazione quindi non si dà solo incentivi vecchio stampo alle imprese, ma si fornisce la materia prima, la si mette a disposizione di tutti e chi è più bravo, più virtuoso è in condizione di usarla al meglio.

 

Come giudica le iniziative in Friuli Venezia Giulia e in Basilicata?

 

L’ iniziativa del Friuli Venezia Giulia la conoscerò meglio lunedì prossimo in occasione dell’iniziativa Go On Italia quando sarò impegnato proprio nel panel a Pordenone in cui si parlerà dei dati; in Basilicata c’ è una proposta di legge in tal senso e noi come task force sull’agenda digitale regionale ci stiamo muovendo al fine di assicurare ai dati questo duplice valore: trasparenza, per costruire un rapporto di fiducia, ma anche sviluppo economico, che in una regione del Sud è tanto più importante. (Lsdi ne aveva parlato qui e qui, ndr).

 

È importante partire dai dati, dall’informazione, riconoscendo il ruolo di primaria importanza che l’informazione riveste per la produzione di beni e servizi. L’informazione ha un ruolo importante per ciascuno di noi e diventa potere per gli individui, nelle dinamiche di partecipazione e di rappresentanze politiche, e potere anche dal punto di vista imprenditoriale.

 

Quindi ritiene positive le iniziative delle regioni che si dotano di leggi specifiche in questo campo?

 

Sicuramente sono positive, però devo dirle che non basta il comma di una legge: finora l’ impatto delle leggi sugli open data non è stato alto. Io mi auguro che sia la legge in Friuli Venezia Giulia, che mi sembra una legge particolarmente ben scritta, sia quella che sarà approvata in Basilicata di qui a qualche tempo, vengano presidiate in sede di attuazione perché non solo è importante approvarle, ma è importante attuarle.

 

Se la legge viene approvata, ma poi non ci si preoccupa di pubblicare i dati davvero importanti, come ad esempio quelli sulla criminalità, sulle scuole, sulla spesa pubblica, sui tumori, etc…, allora l’ operazione si rivela di dubbia utilità.

 

E poi si deve lavorare sulla semplificazione: spesso parlo con start-uppers che si chiedono cosa possono fare con i dati, si lamentano che la normativa non sia chiara e risulti poco comprensibile. Dobbiamo evitare di scrivere norme e fare discorsi che vengano compresi solo da una ristretta cerchia: questo è stato forse l’ errore compiuto fin qui.

 

Dobbiamo far capire alle persone cosa sono gli open data, così come le leggi: non solo approvarle, ma comunicarle e farle capire. Ma ho bisogno che anche lo sviluppatore tedesco o irlandese, se arriva sul sito dell’ente, sappia cosa può fare di quei dati pubblicati: magari potrebbe utilizzarli per un’ applicazione turistica. Le faccio un esempio recente: due regioni limitrofe con comuni montani al confine tra le due regioni. Una regione ha pubblicato in open data i dati relativi ai sentieri di montagna e questo consentiva a chi andava per funghi di avere il percorso. Dei due paesi confinanti, il paese che appartiene alla regione che aveva pubblicato i dati sui sentieri aveva gli alberghi pieni, quello vicino, confinante e a pochissimi chilometri, la cui regione non aveva pubblicato i dati, non aveva gli alberghi pieni nello stesso periodo. Questo è un esempio eclatante.

 

I dati ci devono essere, ci devono essere delle strategie serie, presidiate continuamente, ci deve essere un piano di rilasci e ci si deve preoccupare che le persone capiscano l’ importanza dei dati, che possano trovarli e che sappiano cosa possono fare con questi dati.

 

Com’è la situazione nelle altre regioni?

 

Ci sono molte regioni che hanno già approvato leggi sugli open data, la prima fu il Piemonte nel dicembre 2011, però, a testimonianza di quello che si diceva prima, per il momento nessuna regione ha adottato i decreti attuativi delle leggi. Evidentemente non è così facile, ci sono complessità molto gravi.

 

Che tipo di complessità? Complessità culturali, tecnologiche?

 

Sono di molteplici tipi, secondo me: sicuramente di tipo culturale, ma anche di tipo gestionale. Per un’ amministrazione abituata a lavorare con la carta pensare di lavorare con i dati può diventare difficile. Poi però ci sono temi legati a un commitment serio: succede che a me, ipotetico presidente della regione X, qualcuno dica che gli open data sono una cosa alla moda, che per essere trendy devo avere un portale open data. Quindi faccio una legge in tale senso, ma se non ho ben capito l’ importanza degli open data davvero, quel portale avrà si e no tre dati.

 

Quindi non è che nelle regioni ormai manchino funzionari e dirigenti assolutamente consapevoli dell’ importanza degli open data: quello che manca ancora è un livello di consapevolezza elevato, cioè un livello di consapevolezza del decisore che sceglie come modalità di default quella dei dati aperti.

 

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