Se la notizia non è più ”notizia”

| 11 dicembre 2013 | Tag:, , , ,

Polis1Riprendiamo questo articolo di Charlie Beckett sul sito web di Polis (un think-tank sul giornalismo),  tratto da una lezione tenuta qualche giorno fa agli studenti della  Philosophy Society alla London School of Economics (LSE),in cui si cerca di ricostruire una sorta di ontologia dell’ informazione giornalistica nell’ epoca dei grandi cambiamenti.
 


‘’Non abbiamo nessun bisogno di consumare per forza notizie, ma la cosa ci piace – osserva Beckett -. E ‘ un rituale che segna il tempo della giornata, il tempo della vita che conduciamo. Nel mondo dei nuovi media c’ è sempre più conversazione, relazione, dipendenza, anche quando i materiali investiti non hanno rilevanza e dove non c’ è nessuna influenza o continuità con le persone, i problemi o i fatti che vengono coinvolti.
 
Ecco perché vengono chiamati ‘’sociali’’, perché la condivisione e la connessione sono importanti quanto la notizia stessa’’.

 

Alla fine, visto il carattere di istantaneità e ubiquità che denota il processo di produzione dell’ informazione,  la notizia non è più ‘’novità’’, ma può essere – al limite – solo ‘’ultima notizia’’ (breaking news). 

Non è detto che questo sia per forza un male, conclude comunque Beckett: ‘’può darsi che il mondo del giornalismo stia vivendo una riscoperta dell’ umano e della narrazione’’.

 

 

Polis2The Philosophy of the new news

di Charlie Beckett *

(Polis)

 

Il giornalismo come professione è non-filosofico. E’ pieno di idee – anche idee su se stesso – ma raramente inquadra questo pensiero su se stesso in una cornice di teoria o discorso filosofico, classico o moderno che sia.  E quindi, quando poniamo la domanda ‘’Che cos’ è una notizia?’’ in termini filosofici non abbiamo nessuna conoscenza filosofica da cui partire. Per la maggior parte della mia carriera le persone che decidevano che cosa era una notizia sono stati giornalisti. Ma questa autorità attualmente è in calo.

 

Quindi, che cos’ è notizia?

“Che cosa è una notizia?”, suona come una domanda di carattere piuttosto pratico.
Pensate all’ ultima ‘notizia’ con cui avete avuto contatto. A un seminario della London School of Economics, come questo,  la maggior parte delle persone citeranno qualcosa di ‘’intelligente’’, come i resoconti del New York Times sulle manifestazioni a Kiev o i servizi del Financial Times sul viaggio di David Cameron in Cina. Il più onesto dirà di aver visto il  video in cui Tom Daley su YouTube confessa di essere gay, e qualcun altro di aver controllato le pagine di Facebook per vedere chi è stato eliminato a X Factor.

Ecco, cominciamo a vedere che una notizia dipende molto da chi tu sei, dove sei e a quali fonti hai accesso. E’ un concetto variabile e relativo.

Ma ora ecco qualche altro modo di pensarci.

 

Qual è la notizia per il suo pubblico?

Quali erano le tre cose che avevo bisogno di sapere stamani?

Chi giocava col West Ham sabato prossimo all’ Anfield, come arrivare a Liverpool in treno e quale politica della Procura generale nei confronti degli utenti di Twitter potesse funzionare meglio. Per la prima sono andato su una fanzine on-line che ha i migliori pettegolezzi e spesso anche notizie sulla squadra prima che vengano annunciate ufficialmente. La seconda cosa l’ ho scoperta direttamente dal sito web delle Ferrovie  – un programma molto pratico che mi ha anche consentito di coordinare il viaggio con quello di  mio figlio che vive in una città diversa.

Semplici informazioni personalizzate direttamente dalla fonte . E’ quello che noi chiamiamo ‘disintermediazione’. Posso ottenere ciò che ho bisogno di sapere in maniera ‘diretta’ .

La terza cosa, quella sulla politica giudiziaria nei confronti dei social media, è più complicata. Posso ottenere tutte le informazioni direttamente dalla fonte. Posso anche ricostruire le principali questioni tramite i giornalisti della BBC, che generalmente sono corretti e obbiettivi su questo genere di cose. Ma se voglio delle analisi specialistiche e approfondite dovrei lavorare duramente incrociando le fonti, scartando i pregiudizi e valutare concetti difficili. Insomma creare io stesso dei contenuti e condividerli con gli altri per migliorare la mia comprensione di cosa è realmente la notizia in questo campo. Tutto  questo io lo chiamo ‘giornalismo in rete’.

 

La funzione dell’ informazione nella società

Ora pensiamo alle notizie in un altro modo. La loro funzione nella società. Che cosa è una notizia per lo stato, per le nostre comunità, per noi come cittadini?

Funzione politica

Il giornalismo viene indicato come quarto potere – fornisce le informazioni di cui abbiamo bisogno per deliberare sulle decisioni che ci riguardano come individui e come nazione. Esso fornisce il punto di vista critico per costringere il potere a rendere conto di quello fa. Rivela ciò che chi è al potere non vuole venga rivelato. In breve, è il lubrificante della democrazia. Eppure, si possono avere una vasta gamma di informazioni nei paesi non democratici. Il suo funzionamento sta cambiando.

Funzione economica

L’ informazione giornalistica è certamente un fatto economico. Si tratta di un’ attività che impiega gente e aiuta l’ economia a funzionare – attraverso la pubblicità, l’ informazione, ecc -. Il giornalismo deve essere pagato e quello ‘migliore’ è molto più costoso. Il digitale rende la produzione giornalistica molto, molto più efficiente, ma purtroppo Internet sta anche distruggendo il vecchio modello economico in cui la pubblicità magicamente pagava per sostenere un pacchetto di contenuti.

Così  il che cosa è una notizia dipende anche dalla struttura finanziaria che sostiene il giornalismo e dal modo con cui l’ informazione giornalistica viene consumata. E anche questo sta cambiando.
Funzione culturale

L’ informazione giornalistica è cultura. Contribuisce concretamente a raccontarci cosa sta succedendo nei nostri mondi culturali, e ci aiuta anche a costruire il nostro senso di identità. Pensate un attimo al vostro rapporto con  i mezzi di informazione dove state ora o dove state di solito. Avrete delle notizie su Londra oppure sulla vostra città o la vostra nazione; notizie personalizzate – sui amici e familiari; notizie specializzate (sui vostri corsi di studio – per esempio alla LSE); notizie di interesse particolare – squadra di calcio, hobby, ossessioni che non hanno una localizzazione specifica. E anche tutto questo sta cambiando.

 

 

Effetti

Quello che soprattutto cambia è l’ effetto. L’ informazione ora sta diventando davvero una forma coinvolgente di entertainment. Ci emozioniamo, restiamo scioccati, siamo soddisfatti, siamo incuriositi dalle notizie e l’ informazione ci riempie il tempo. Non abbiamo nessun bisogno di consumare per forza notizie, ma la cosa ci piace. E ‘ un rituale che segna il tempo della giornata, il tempo della vita che conduciamo. Nel mondo dei nuovi media c’ è sempre più conversazione, relazione, dipendenza, anche quando i materiali investiti non hanno rilevanza e dove non c’ è nessuna influenza o continuità con le persone, i problemi o i fatti che vengono coinvolti. Ecco perché vengono chiamati media ‘’sociali’’, perché la condivisione e la connessione sono importanti quanto il contenuto o il valore della notizia stessa.
Cosmopolitismo

Potrebbe essere una buona cosa. La speranza di cosmopolitismo – espressa meglio forse dal mio defunto collega Roger Silverstone – consisteva nell’ immaginare che le nuove tecnologie e le nuove  pratiche diffuse nei media ci avrebbero portato a un rapporto di ‘giusta distanza’ con ‘ l’ altro ‘. Siamo in grado di sapere qualsiasi cosa, ovunque, in qualsiasi momento, ma potremmo fare qualcosa di più del solo ‘sapere’ nei riguardi della sofferenza, per esempio? Il giornalismo potrebbe darci anche qualche forma di comprensione, una sorta di empatia? E, ancora,  potrebbe inculcare il  senso della responsabilità dell’ agire?

Qualunque cosa sia il giornalismo, esso sta comunque cambiando. E forse ci imporrà il problema di una ridefinizione esistenziale del giornalismo stesso.

 

Storia del giornalismo

Un po’ di storia. Il giornalismo è cambiato. Sia a causa delle tecnologie, sia – soprattutto – per i cambiamenti sociali, economici e forse anche filosofici. L’ idea di svelare alle persone qualcosa che è ‘ nuovo’ per loro è vecchia quanto l’ umanità stessa. L’ idea del giornalismo si ri-cicla e viene ri-immaginata.

Tutti gli altri modi di fare informazione del passato sono interessanti come vecchie dimostrazioni del fatto che il giornalismo è costantemente cambiato. Gli scribi legali addestrati non lontano da qui, dalla sede della LSE, che nel Medioevo scrivevano per i re d’ Inghilterra i resoconti sulle campagne all’ estero, contribuivano a creare un primo stadio di Relazioni pubbliche. I tipografi che si insediano in Fleet Street avviando la pubblicazione di massa di documentazione legale e finanziaria, oltre che gli opuscoli religiosi che portano la buona novella della riforma . E poi tutti quei pennivendoli che si spostano dai caffè di Covent Garden alle redazioni di Fleet Street, nel 19 ° secolo e industrializzano l’ informazione per una nazione che si è appena collegata tramite le ferrovie e si è alfabetizzata grazie all’ istruzione universale . Tutto questo sta per cambiare di nuovo.
L’ informazione oggi

Quello che soprattutto è diverso oggi è la combinazione di istantaneità e ubiquità. In linea di principio, tutto può essere (quasi) immediatamente noto a tutti. Quindi, quello che succede deve essere immediatamente rivelato e perde immediatamente la sua ‘novità’. La notizia ora non è mai ‘’nuova’’, nel migliore dei casi può essere ‘’ultima’’.

Questo ha alcune conseguenze pratiche rilevanti per il giornalismo. Non si può tenere bloccata una storia fino a quando essa ‘’finisce’’. Non vengono più enfatizzate la  ‘copertura’ o la ripresa di fatti che sono già stati divulgati da qualcun altro. Ma l’ enfasi si dirige verso la sfera di analisi, commenti, reazioni, contestualizzazione e confezionamento – anche nel caso di giornalisti televisivi celebri o giornalisti dei dati che setacciano i dettagli . La velocità è fondamentale. L’ informazione giornalistica è molto più veloce, si muove sempre più velocemente essendo ora una macchina multipiattaforma di notizie 24/7, stimolata da reti sociali che girano più rapidamente di quanto anche Alastair Campbell potrebbe mai fare.

Che cosa succede quindi dal punto di vista filosofico? L’ informazione giornalistica digitale sta conquistando temporalità. Che cosa succede alla natura delle notizie in queste circostanze? Ci rendiamo conto che, praticamente, la nostra conoscenza non è mai universale, istantanea o totale. Quindi, nella pratica la produzione e il consumo di notizie è ancora abbastanza familiare.

Ma sul piano teorico la notizia ora non è più nuova. L’ ontologia del giornalismo è instabile. L’ idea che le notizie ci dicano qualcosa di conoscibile è sotto attacco dal momento che la conoscenza è ora a portata di click , invece che nella nostra mente . E se qualcosa non è mai veramente nuovo (tranne che per un solo istante ), allora è sempre un processo o un flusso.

Ciò potrebbe anche non essere un male, naturalmente. Dobbiamo chiedere ai filosofi di aiutarci a capire che cosa sia ‘buono’ o ‘cattivo’ e come debba essere una ‘buona’  vita mediatica. Può essere che per il mondo dell’ informazione – in cui anche io – stia vivendo una riscoperta dell’ umano e della narrazione**.—

**Charlie Beckett, giornalista e autore televisivo,  è fondatore di Polis, il think-tank sul giornalismo e la società della London School of Economics. Ha scritto  ‘’SuperMedia’’ (Wiley Blackwell, 2008), un saggio sulle trasformazioni che il giornalismo sta subendo con l’ avvento delle nuove tecnologie e l’ impatto che esse producono sulla società.
 
www.charliebeckett.org
Su Twitter  @charliebeckett
Il sito di Polis è www.polismedia.org

Una versione più ampia dell’ articolo- tratto da una lezione tenuta in questi giorni agli studenti della Philosophy Society alla London School of Economics (LSE)-  è qui.  

 

**Per approfondire la discussione vedi l’ ultimo capitolo del saggio di Terhi Rantanen,  When News Was New.

 

 

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