Un Gr dal carcere di Bollate

| 12 settembre 2012 | Tag:, , , ,

Un giornale radio realizzato interamente nel carcere di Bollate.  Nell’ ultimo numero di carteBollate, la rivista nata all’ interno del carcere milanese, un dossier fa il punto sulla nuova esperienza,  iniziata a gennaio di quest’ anno.

 

Diventati radiocronisti per caso i detenuti-redattori di carteBollate hanno condotto un GR che è andato in onda tutte le domeniche sulle frequenze di Radiopopolare e che è stato ripreso da Rai Uno.

 

Maria Itri, giornalista radiofonica che ha coordinato questa attività, collaboratrice di Lsdi, spiega le emozioni di questa lunga avventura: ‘’per raccontare un mondo come quello del carcere non c’è uno strumen­to migliore della radio’’

 

 

 

di Maria Itri

 

Un giornale radio fatto per inte­ro in carcere: quando lo scorso autunno ho ricevuto la proposta di aiutare, con William Beccaro, Susanna Ripamonti e Tilde Napoleone, la redazione di carteBollate e l’associa­zione Antigone in questa nuova avven­tura, ho avuto tanti dubbi e perplessità. Cinque o sei minuti di radio possono sembrare pochi per chi ascolta, ma in realtà sono uno spazio enorme. Riem­pirlo con argomenti interessanti, con un giusto ritmo e con una qualità buona per la messa in onda è un lavoro difficilissi­mo.

 

 

Sapevo però che c’era un punto di forza in questo progetto: la radio è uno dei mezzi più entusiasmanti che esista­no e creare da zero una puntata intera può essere davvero divertente. E poi, una trasmissione radio permette di fare arrivare all’ascoltatore una delle cose più intime che abbiamo, la nostra voce, con le sue incertezze, le emozioni, le paure e la forza. Per raccontare un mondo come quello del carcere non c’è uno strumen­to migliore.

 

 

Ogni settimana decidevamo insieme l’ar­gomento della puntata. Abbiamo parlato di tanti temi: l’affettività, il rapporto con i figli, il lavoro, la quotidianità. Abbiamo raccontato le iniziative che in questi mesi sono nate a Bollate. Tutto con l’obiettivo di aprire un canale con l’esterno, per far conoscere quello che realmente succede dietro le sbarre al mondo “fuori”, sfatan­do pregiudizi e leggende, e parlando dei problemi reali e profondi dei detenuti. La parte più complicata era quella della costruzione della puntata: i detenuti non possono usare gli strumenti che i giorna­listi “fuori” hanno a disposizione, come il telefono e Internet. Tutti gli interlocutori dovevano essere avvicinabili in carcere, quindi le interviste andavano fatte ai de­tenuti o al personale che a vario titolo lavora o gravita su Bollate.

 

 

La sorpresa più grande sono stati pro­prio i detenuti-redattori: sempre pre­cisi, professionali, curiosi. Si sono ap­passionati alla radio immediatamente. Abbiamo cercato di dividere i compiti, creando delle professionalità diverse. Fondamentali sono stati i montatori: Fabio, Noureddin, Alessandro e Miche­le, che si sono alternati al montaggio, sono stati straordinari. Montare un GR è fondamentale: sbagliare in questa fase significa mettere a rischio tutto il lavoro dei compagni. Un buon montaggio non richiede solo precisione, ma anche crea­tività, fantasia e ritmo.

 

 

E quante discus­sioni per stabilire se usare o no come tappeto sonoro la musica! Per fortuna sono stati velocissimi a imparare a usare i programmi di montaggio, e quando due di loro sono usciti dal carcere abbiamo subito trovato dei sostituti all’altezza. Ci sono stati poi i redattori: Francesco, Maurizio, Giancarlo, che si sono rivelati degli straordinari conduttori radiofonici, e con loro Stefano, Rosario, Enrico. Sia­mo riusciti a passare in pochi mesi e con qualche difficoltà da una conduzione in stile Radio Maria a una lettura più vi­vace e briosa.

 

 

Tra i tanti momenti emozionanti ricordo la preparazione della puntata speciale per una trasmissione che ci è stata chie­sta da Radio Uno Rai sui suicidi. Tutti hanno lavorato moltissimo, e il risultato è stato sorprendente. Quando l’abbia­mo ascoltata tutti insieme, prima della messa in onda, ci siamo sentiti una vera redazione. Ma soprattutto abbiamo capi­to che eravamo riusciti a far passare un messaggio importante, che per la prima volta arrivava dal cuore del carcere.

 

 

Ci sono stati anche momenti difficili: come ogni redazione che si rispetti ab­biamo spesso lavorato sul filo dei minuti, con la chiusura che incombeva. Abbia­mo gestito anche qualche incomprensio­ne, sempre risolta con una discussione sincera. Abbiamo lavorato in una strut­tura aperta a queste esperienze come Bollate, ma pur sempre in carcere: con tempi stretti e possibilità di movimento limitata.

 

 

Per me non è stata la prima esperienza in prigione: per lavoro avevo frequentato altri istituti, come Padova, San Vittore, Cremona. È stata però la prima volta in cui ho costruito un rapporto più du­raturo con i detenuti, e in cui mi sono confrontata con una realtà così dura. In questi mesi mi è venuta spesso in mente una frase sentita nel carcere di Padova: i detenuti sono persone, non reati che camminano. Qualche volta preparando le puntate del GR mi è capitato di par­lare con i miei colleghi detenuti dei loro problemi: il rapporto con i figli e la fami­glia, lo smarrimento di chi aveva una vita “normale” e si è ritrovato dietro le sbarre, o al contrario il disagio di chi ha trascorso una vita continuamente dentro e fuori. Chi ha sbagliato e ha fatto un percorso importante dentro di sé, chi sta scontan­do la pena in un paese straniero, chi non vede l’ora di ricominciare e chi ha paura.

 

 

Per questo è importante, credo, avere portato fuori dal carcere queste voci. Avere raccontato senza mediazioni, con la voce dei detenuti, una realtà – quel­la del carcere – che non è fatta solo di disperazione ma deve essere di speran­za. Avere legato a doppio filo il mondo di dentro e quello di fuori, perché non si tratta di due realtà distanti e separate, come molti vogliono far credere, ma di una sola, la nostra.

 

Appuntamento alla prossima stagione!

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