Internet e sviluppo: la lunga e difficile marcia dell’ Italia

| 13 ottobre 2011 |
Arianna Huffington allo Iab

Arianna Huffington allo Iab

Allo Iab Forum le previsioni sulla pubblicità online sono rosee (nel 2012 il digitale potrebbe superare i quotidiani anche in Italia), ma la situazione del settore resta stagnante, con i fondi per lo sviluppo della banda larga e la riduzione del digital divide (800 milioni di euro) dirottati  verso l’ ammortamento dei titoli di Stato e l’istruzione, mentre si continua a parlare del futuro senza pensare al futuro – Mentre, secondo uno studio del politecnico di Milano, solo la digitalizzazione della Pubblica amministrazione potrebbe far risparmiare 40 miliardi all’ anno

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di Andrea Fama

Si è concluso stasera a Milano lo Iab Forum 2011, l’evento promosso dall’Interactive Advertising Bureau – Italia, uno degli appuntamenti che dovrebbe contribuire a quantificare e promuovere la cifra digitale del bel Paese.

E le cifre – almeno quelle – sembrano buone. Nel 2010, la spesa pubblicitaria in Rete è aumentata del 19%, mentre si prevede un + 15% per l’ anno in corso. Il giro d’ affari delle inserzioni digitali è pari a 1,2 miliardi di euro, dato che colloca il mercato italiano al quarto posto in Europa. Rispetto agli altri media, inoltre, la pubblicità online rappresenta il 14% del totale delle inserzioni pubblicitarie, registrando un + 3% rispetto all’anno precedente; un tasso di crescita che, secondo Salvatore Ippolito, presidente vicario di Iab Italia, l’anno prossimo potrebbe segnare lo “storico sorpasso” ai quotidiani tradizionali.

Peccato che a fronte di scenari che dipingono un futuro digitale in technicolor, incomba un presente ancora biecamente in bianco e nero.

Una prima spia si è accesa proprio in occasione dello Iab, con il fallito collegamento con la Camera dei Deputati per l’ intervento in diretta del Presidente Fini, che ha portato il general manager di Iab Italia, Fabiano Lazzarini, ad ammettere che “la tecnologia purtroppo non ci aiuta: questa è l’infrastruttura che ci offre l’Italia”. Una confessione disarmante, soprattutto perché viene dallo Iab, e non dal circolo bocciofilo di quartiere. Nessuno si sarebbe aspettato l’apparizione olografica di Fini in stile Bill Gates a Kuala Lumpur, ma almeno un collegamento video …

Alla fine, il videomessaggio di Fini arriva, registrato. Il Presidente auspica istituzioni più consapevoli del ruolo del digitale per lo sviluppo economico del Paese, e ricorda che: “il 2 per cento del Pil italiano è prodotto dalla così detta Internet economy e nell’ultimo anno il 34 per cento delle imprese online hanno aumentato il numero di occupati”; “occorre sostenere le imprese virtuose. Ad esempio diminuendo l’ Iva per i prodotti di carattere culturale commercializzati attraverso il Web”; “secondo uno studio del politecnico di Milano ci sarebbe un risparmio di 40 miliardi all’anno” se si riuscisse a digitalizzare la Pubblica Amministrazione.

Giuste riflessioni e ottime prospettive, ahinoi già più volte partorite e puntualmente abortite. Come nel caso dell’auspicio affinché “gli 800 milioni della legge 69 del 2009 per la banda larga, vengano sbloccati al più presto dal Cipe”.

È notizia di oggi, infatti, che i fatidici 800 milioni – più volte promessi, e puntualmente sconfessati da almeno due anni a questa parte – per lo sviluppo della banda larga e la riduzione del digital divide saranno dirottati  verso l’ammortamento dei titoli di Stato e l’istruzione, secondo quanto si legge nella nuova bozza della legge di Stabilità. A dimostrazione del fatto che di olografico, in Italia, per il momento ci sono soltanto gli stanziamenti economici.

Ma come si fa a parlare di innovazione e sviluppo in un Paese (miope, nel migliore dei casi, se non in malafede) in cui il Ministro dell’Innovazione (che ironia) e quello dell’Economia non riconoscono Internet quale volano per lo sviluppo? Un Paese del G8 il cui digital divide è da terzo mondo. Un Paese medievale che considera la Rete coacervo di insidie e i blog megafono del male. Un Paese pateticamente e anacronisticamente aggrappato al copyright in difesa dei soliti noti, mentre l’Europa vara “un Libro Verde sulla distribuzione online di opere audiovisive nell’Unione Europea, intitolato, in modo assai significativo: Verso un mercato unico digitale: opportunità e sfide“. Un Paese capace solo di parlare al futuro (stanzieremo, promuoveremo, ridurremo, taglieremo), ma non di pensare al futuro.

Ebbene, il Governo si appresta a varare il Decreto Sviluppo (in mano al Ministro Romani, lo stesso che avrebbe dovuto gestire il ‘Fondo banda larga’) per cercare di arginare la sfiducia dilagante di mercati, istituzioni e cittadini. Quale occasione migliore per promuovere il potenziale della Rete libera quale volano a basso costo per lo sviluppo e l’innovazione (magari cavalcando l’onda di Innovatori Jam, la recente iniziativa della Presidenza del Consiglio)?

Gli spunti sono tanti, basti pensare all’impatto che avrebbe la liberazione dei dati della Pubblica Amministrazione (a proposito di digitalizzazione della PA), che potrebbe avvenire a costo zero per lo Stato ed il contribuente. Non si parla solo di trasparenza e di nobili principi, ma di soldoni.

Tanto per fornire qualche cifra che renda più concreto il quadro della situazione, riporto qualche stralcio dall’e-book che LSDI si appresta a pubblicare proprio in materia di Open Data e data journalism.

Un rapporto dell’Economist traduce l’importanza dei dati in “un contributo economico grezzo quasi alla stregua del capitale e del lavoro”, mentre il Digital Britain Final Report parla di “valuta dell’innovazione … la linfa vitale dell’economia della conoscenza”. Mica roba da ridere, specie se si pensa che i vantaggi apportati comporterebbero un peso a tratti irrisorio sulle spalle dei contribuenti.

Secondo il rapporto MEPSIR – Measuring European Public Sector Information Resources, condotto dalla Commissione Europea nel 2006, il mercato delle informazioni del settore pubblico nell’Unione si attesta tra i 10 ed i 48 miliardi di euro, con un valore medio pari a 27 miliardi di euro, ovvero lo 0,25% del prodotto interno lordo dell’intera UE e la Norvegia.

In Germania, il mercato delle geo-informazioni è passato da 1 miliardo di euro nel 2000 a 1,6 miliardi nel 2006. In Danimarca (dove, come abbiamo visto, si registra il più alto tasso europeo di accesso alle informazioni pubbliche tramite Internet), l’apertura dei soli dati pubblici relativi agli indirizzi all’interno del Paese ha fruttato benefici pari a 62 milioni di euro nel periodo 2005-2009, con un costo complessivo dell’operazione pari a 2 milioni di euro. Relativamente al 2010, le stime valutavano benefici pari a 14 milioni di euro (di cui il 70% ricadrebbe sul settore privato), per un costo complessivo di 200 mila euro. L’analisi, tuttavia, non considera gli ulteriori benefici finanziari derivanti da servizi di emergenza più efficienti (pensiamo ad ambulanze, forze dell’ordine, vigili del fuoco, ecc.) e dalla semplificazione della gestione di una singola banca dati unificata, senza le dispersioni causate da eventuali duplicati.

È solo un esempio, cui si potrebbe aggiungere il commercio elettronico, l’editoria digitale, l’e-tourism piuttosto che l’e-banking, fino alla nuova Apple, Facebook, Google, eccetera eccetera eccetera.

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