Il New York Times salvato da internet

| 27 novembre 2011 |

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Negli anni scorsi è risuonata spesso l’ ipotesi della morte del grande quotidiano Usa, ma il NYT è sopravvissuto alla crisi della stampa e, anzi, è in buone condizioni – La testata infatti sembra aver trovato un modello economico durevole grazie proprio alla sua versione online – Su Owni.fr un ampio articolo sulla storia recente del giornale di Gaétan Mathieu, un freelance francese che lavora a New York: il successo del sito internet ha dato al quotidiano ‘’la prova che la stampa di qualità non è morta. Bill Keller può lasciare il suo posto senza angoscia. L’ impero Murdoch è stato colpito, ma il New York Times non è stato toccato’’

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di Gaétan Mathieu

(da Owni.fr)

Tutte le mattine la prima pagina del New York Times è la fonte di informazione più efficace nel determinare quasi saranno le maggiori informazioni nelle prossime 24 ore.

Seth Mnookin non è stato sempre un difensore di Times ma conosce bene l’ importanza del giornale.

Non dico che sia per forza il migliore, ma sicuramente è il più importante.

E se non crede a una morte prossima del giornale, questo antico collaboratore del NYT si guarda bene anche dal fissarla nel lungo periodo.

Le cose sono cambiate, guardando all’ ultimo decennio capiamo quanto il futuro sia incerto.

Spesso evocata dal 2009, la morte del Times avrebbe pesanti conseguenze per il mondo della stampa. E potrebbe dare ragione a quelli che predicono la sine della carta per il 2020-2030. Ma tutte le mattine della settimana, sono sono ancora più di 900.000 gli americani che l’ acquistano. Una cifra in calo crescente dal 2005. L’ ultima volta che la testata aveva venduto un milione di copie era all’ inizio degli anni ’80.


Giornale punto di riferimento

La scomparsa del Times comporterebbe prima di tutto la disoccupazione per 1.300 giornalisti.Una redazione impressionante ma, anch’ essa, in calo costante. Dopo aver abbassato in un primo tempo del 50% il salario di alcune fasce di addetti,  il giornale aveva finito nella primavera del 2008 per eliminare un centinaio di giornalisti e aveva bloccato il turn over dei pensionati. Un piano analogo, che tagliava un altro centinaio di giornalisti, era stato adottato nel 2009.

Il documentario Page One, A Year Inside the New York Times, girato in  quel periodo, si sofferma su alcuni di questi giornalisti, che erano al giornale semmai da 15 anni e che erano stati ‘’ringraziati’’ con quelle misure di austerità. I primi segnali di questa politica si potevano percepire già nel 2006, con i primi tagli del budget. In 5 anni le spese annuali del giornale erano diminuite di 860 milioni di dollari. Una politica di rigore efficace, di cui alla fine il giornale ha beneficiato nel 2011. In termini di soldi, certo, ma in cambio di un impoverimento dei contenuti, come si sono lamentati molti giornalisti del quotidiano. Molti non hanno apprezzato poi che il budget per le collaborazioni dei giornalisti non salariati sia calato del 15% negli ultimi tre anni.

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E se il New York Times è ancora riconosciuto come un giornale-punto di riferimento è certamente per il suo contenuto esaustivo, come dice con fierezza la scritta in prima pagina “All the news that fit to print” (‘’tutte le notizie che andavano stampate’’). Al 620 West della 8a avenue, il grattacielo del New York Times, opera dell’ architetto Renzo Piano, si impone. La supremazia del Times è anche quella del suo edificio, il quarto in altezza di Manhattan. Àll’ interno del palazzo la “newsroom” somiglia un po’ a quelle di altri giornali, al di là della vista. Ma è il brusio, la vita che formicola in quel luogo che immancabilmente portano alla memoria Citizen Kane. Come se l’ informazione avesse messo le sue radici qui.

A tempo di Times

Perché, se il New York Times è così rispettato, e ha tanti addetti, è anche perché il giornale ‘’fa l’ informazione’’, come annunciano il sottotitolo su Twitter, “Where the conversation begins” (‘’dove la conversazione ha inizio’’) o la campagna pubblicitaria nel metro di New York. La testata è un modello. Il giornalista deve lasciare la redazione, parlare con qualcuno e, se possibile, non solo per telefono. Fare il suo lavoro di giornalista in ogni modo. E’ questa etica, che solo raramente era stata disonorata, che ha permesso di mantenere la reputazione della testata e che ne ha fatto oggi un punto di riferimento. Basta guardare gli show del mattino sulle reti televisive americane per rendersi conto che la prima pagina del New York Times sarà al centro dell’ attualità durante  la giornata. «Era ancora più evidente qualche anno fa. Se non era sul New York Times, non era una notizia», racconta Seth Mnookin. Un punto di vista condiviso da Bill Keller, dirttore del giornale dal 2003 al settembre 2011.

Nessun mezzo di comunicazione ha mai fatto l’ agenda quanto il Times. Anche se oggi ci sono tanti media, il Times continua ad avere una influenza considerevole sui dibattiti e sui temi di attualità. I blog, gli altri giornali ci seguono ma discutono ancora attorno agli avvenimenti di cui noi abbiamo scritto.

Due ragioni secondo Bill Keller sono alla base di tutto ciò: il giornalismo esemplare e una copertura nazionale e internazionale completa.

L’ informazione ha un prezzo e nonostante la crisi continuiamo a coprire un ventaglio di fatti di attualità molto ampio, anche là dove la nostra cocnorrenza deve fare dei sacrifice. Siamo ancora una delle pochissime pubblicazioni ad avere una redazione in Irak.

E sono i costosi grandi reportage di inchiesta che dettano l’ attualità. Per esempio il 26 febbraio 2011 quando il Times pubblica una grande inchiesta molto critica sul gas da scisti in Pennsylvania. (…) Poco dopo la pubblicazione diversi sindaci della West Virginia respingeranno i programmi di estrazione di quei gas nei loro comuni sotto la pressione degli oppositori che fino ad allora erano stati poco ascoltati

Il Times resta in famiglia

Gli Stati Uniti sembrano molto inquieti per la salute del Times.

E’ comico, ancora qualche anno fa le persone erano arrabbiate contro il Times per alcuni articoli e ci dicevano ‘spero che il Times muoia’. Ma oggi ci viene augurato soprattutto di sopravvivere. Molto semplicemente perché la scomparsa del giornale ridurrebbe in maniera drastica l’ accesso del pubblico a una informazione affidabile (…)

Bill Keller lo dice: la Casa Bianca, anche se fosse in mano ai repubblicani, sarebbe preoccupata di vedere il Times sparire. «L’ effetto si farebbe sentire soprattutto sulla politica locale. Senza una stampa potente la corruzione e l’ incompetenza possono essere terribili. Ahimé, lo si vede già» protesta Bill Keller.
La stampa, e anche il concorrente Wall Street Journal, è ugualmente preoccupata sul futuro della testata. Posseduto, come il New York Times, da una sola famiglia da diverse generazioni, il Wall Street Journal deve in parte la sua sopravvivenza all’ acquisto delle azioni della testata da parte di Rupert Murdoch nel 2007. Il New York Times ha sempre al comando un discendente della famiglia Ochs-Sulzberger, e questo dal 1896. Succedendo a suo padre al commando del giornale nel 1997, Arthur Sulzberger Jr. ha avuto a che fare con varie voci che precidevano la morte della sua testata. Il New York Post, uno delle poche pubblicazioni che forse non piangerebbe per la scomparsa del Times, non aveva esistato d’ altronde a dire tutto il male che pensava di Arthur Sulzberger Jr. poco dopo la sua nomina. Quattordici anni più tardi non si può che riconoscere di aver avuto sujccesso. Dopo la sua presa del potere il giornale ha conosciuto molte grosse crisi. Prima di tutto di fiducia quando il giornale aveva dato senza verificarla la notizia che l’ Irak aveva armi di distruzione di massa, come aveva annunciato la Casa Bianca.

« Quella vicenda ha provato che le persone si arrabbiano quando le nostre informazioni sono sbagliate. Contano su di noi per dire la verità. Allora, immaginate se sparissimo», sottolinea Bill Keller. Crisi di fiducia dunque, ma anche finanziaria. Arthur Sulzberger Jr.però ha saputo, qualche volta contro il parere deui giornalisti, far evolvere rapidamente la testata. Prima misura, raddoppiare il prezzo dell’ edizione cartacea, da 1 a 2 dollari. Il lettori del Times conoscono il gusto dell’ informazione di qualità, e sono stati molto pochi quelli che hanno disertato il giornale dopo quell’ aumento.

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Il sistema a pagamento ha pagato

La vera rivoluzione del giornale ha avuto luogo nel marzo 2011 con l’ istituzione dell’ abbonamento a pagamento che dava accesso a contenuti illimitati sul sito internet. Già per due volte, in precedenza, il giornale aveva tentato di far pagare alcuni dei suoi articoli. Ma il metodo utilizzato però era fallito. Questa volta invece il risultato è andato al di là delle attese. A fine giugno, e quindi un po’ più di un mese dopo il suo lancio, 224.000 persone avevano già sottoscritto l’ abbonamento al New York Times su internet e 57.000 su Kindle. Anche i più scettici , fra cui ‘’Felix Salmon della Reuters’’ – ci tiene a ricordare Bill Keller -, riconoscono il successo. Ma questa strategia non è stata fatta in un giorno e a volte ha spaccato la redazione. C’ è voluto un anno di discussioni prima di scegliere il modello. Naturalmente, c’ erano delle critiche articolate di alcuni giornalisti che erano però reticenti. Dissensi in seno alla redazione perfettamente riassunti dal documentario Page One dal giornalista del Times specializzato in media, David Carr, quando evoca il suo collega Brian Stelter:

Ancora non riesco a scrollarmi di dosso la sensazione che Brian Stelter fosse un robot assemblato per distruggermi

Brian Stelter, reclutato dal Times grazie al suo blog e alla sua interazione permanente con le reti sociali, si meraviglia a sua volta del fatto che alcune informazioni dell’ edizione cartacea non siano né sul sito web del giornale né su Twitter. Questa competizione fra il sito e l’ edizione cartacea ha inizialmente spinto il giornale a non creare due redazioni separate per ciascun supporto. Ma di fronte alla perdita di velocità del giornale, sono stati alla fine gli stessi giornalisti che hanno spinto la direzione a mettere a punto un piano che porterà alla fine a far pagare i lettori su internet.

Il cuore mi diceva che il nostro sito doveva essere a apagamento, mentre la testa mi consigliava di non rischiare di costruire un paywall.

Da qui il metodo che alla fine è stato scelto. Venti articoli gratuiti al mese. Fra i 15 e i 30 dollari per l’ accesso illimitato a seconda dei supporti (pc, tablet, smartphone). Il piano prevede ugualmente l’ accesso gratuito agli articoli da parte di blog, Facebook o altri siti internet. Il successo di questa formula potrebbe ispirare gli altri media, desiderosi di far pagare i loro contenuti ai lettori assidui senza escludere i lettori occasionali.  «Alla fine abbiamo superato l’ idea secondo cui ‘l’ Informazione è gratuita’ – assicura Bill Keller -. Ma bisogna essere sicuri che i contenuti siano di tale qualità da non poterli trovare gratuitamente in nessun altro posto. »

Keller, che due mesi fa ha ceduto il suo posto a Jill Abramson, assicura che il Times ha trovato un meccanismo di funzionamento perenne. « Prima di tutto, mettiamo l’ Informazione sul sito solo dopo averla verificata. Poi la mettiamo a fuoco a seconda degli sviluppi. Infine vengono aggiunti gli elementi d’ analisi per arrivare in maniera completa sulla piattaforma carta. Ma riusciamo anche a conservare qualche informazione esclusiva per l’ edizione del mattino, in modo che le persone che comprano generosamente il giornale siano i primi ad averla! ».

Quanto al futuro, il Times punta sulla affidabilità. Il successo del sito internet gli ha dato la prova che la stampa di qualità non è morta. Bill Keller può lasciare il suo posto senza angoscia. L’ impero Murdoch è stato colpito, ma il New York Times non è stato toccato.