Una vita formato Facebook?

| 24 novembre 2010 |

Facebook

‘’Presto vivremo online. Sarà straordinario. Ma a che cosa somiglierà questa vita?’’ – Zadie Smith, la giovane scrittrice britannica, ha pubblicato sulla New York Revue of Books un’ amara riflessione sul film ‘The Social Network’  e sulla sua generazione, paralizzata dalla paura di essere poco amata  – Ne esce il quadro di un Internet molto diverso da quello che Zadie Smith immaginava, ”un Internet che avrebbe dovuto nutrire un genere di essere umano che non esiste più, una persona privata, una persona che restasse un mistero agli occhi del mondo e – cosa ancora più importante – ai propri occhi. La persona mistero, una idea dell’ umano che forse è definitivamente cambiata’’ – Quanto al film, ‘’non si tratta, dice, del ritratto crudele di una persona reale che si chiama Mark Zuckerberg. Ma è il ritratto crudele di tutti noi: 500 milioni di vittime consenzienti, imprigionate nei pensieri spensierati di uno studente di Harvard”

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Quale filosofia muove Facebook?

La domanda è al centro di una riflessione che Xavier La Porte pubblica su InternetActu.net.  Giornalista televisivo, produttore della trasmissione Place de la Toile su France Culture (ogni settimana all’ interno della trasmissione presenta un articolo di attualità su Internet e la Rete) La Porte ha sintetizzato questa volta una recensione di Zadie Smith al  film The Social Network.

La giovane narratrice britannica ha pubblicato sull’ ultimo numero della New York Revue of Books’Generation Why?’’, un piccolo saggio sul  film di David Fincher sulla nascita di Facebook.  Dopo aver raccontato di essere stata studentessa ad Harvard appena 9 anni dopo Mark Zuckerberg, il fondatore di FB, la scrittrice segnala il malessere  che l’ ha colta davanti al mondo che la sua generazione sta fabbricando.  E cerca di capire perché.

Zadie Smith

Zadie Smith

‘’Il geniale pioniere della realtà virtuale Jaron Lanier non appartiene alla mia generazione, ma ci conosce e ci capisce bene. Ha scritto un libro breve ma sconvolgente, You’re not a Gadget, che riecheggia quel mio malessere. Lanier si interessa al modo con cui le persone si sminuiscono per dare di loro stesse una descrizione digitale che sembri la più appropriata. “I sistemi d’ Informazione – scrive – hanno bisogno di informazione per funzionare, ma l’ Informazione sotto-rappresenta la realtà.”

Nella prospettiva di Lanier – riprende Zadie Smith -, non esiste un perfetto equivalente informatico di quello che è una persona. Nella vita ne siamo perfettamente coscienti, ma appena siamo online ce ne dimentichiamo facilmente. In Facebook, come in tutte le altre reti sociali, la vita diventa un data-base. E’ una degradazione che, secondo Lanier, “si basa su un errore filosofico, la credenza che i computer di oggi possano rappresentare il pensiero umano o le relazioni umane’’. Istintivamente, riprende Zadie Smith, le conosciamo le conseguenze di questa realtà, le sentiamo. Sappiamo che avere 100 amici su Facebook non è come nella vita vera. Sappiamo che usiamo il pc per comportarci di fronte a loro in un modo particolare e superficiale. Sappiamo quello che facciamo ‘dentro’ il pc. Ma siamo altrettanto consapevoli, siamo avvertiti, di quello che il computer può fare a noi? E’ possibile che quello che le persone si dicono online ‘diventi la loro verità’? Quello che Lanier, un esperto di digitale, rivela a me, che sono una ignorante assoluta in quel  campo, è senza dubbio evidente per chiunque sia esperto in informatica: il programma non è neutro.  Programmi diversi portano in loro stessi differenti filosofie e queste filosofie, essendo ubiquitarie, diventano invisibili’’.

L’ interrogativo evidentemente è: quale filosofia è alla base di Facebook?  A Zadie Smith per esempio dà fastidio l’ Open Graph di Facebook, una applicazione che permette di vedere in un istante quello che i nostri amici stanno per leggere, per guardare o per mangiare in modo da poter fare come loro. Le dà fastidio il fatto che nella filosofia di Facebook ci sia una paura generazionale: quella di non essere come gli altri, il timore di non essere amati.

“Quando un essere umano diventa un insieme di dati su un sito come Facebook – continua Zadie Smith – viene ridotto. Tutto si rimpicciolisce. La personalità, le amicizie, la lingua, la sensibilità. In un certo senso è una esperienza trascendente: perdiamo i nostri corpi, i nostri sentimenti contraddittori, i nostri desideri, le nostre paure’’.

“Con Facebook – aggiunge Zadie Smith -, Zuckerberg sembra voler creare una sorta di Noosfera, un Internet con un solo cervello, un ambieknte uniforme in cui non importa niente davvero sapere ci siete, visto che fate delle scelte (cosa che, alla fine, significa fare degli acquisti). Se l’ scopo è di essere amati da un po’ più di persone, tutto quello che per qualcuno può essere eccentrico deve essere attenuato. Facebook sarebbe una nazione formattata’’.

Ed è importante, secondo Zadie Smith (che prende qui i termini di Lanier), sapere in che cosa si è rinchiusi. Ora, scrive Zadie Smith, “Io credo chge sia importante ricordarsi che Facebook, la nostra amata interfaccia con la realtà, è stata creata da uno studente di Harvard, con le preoccupazioni di uno studente di Harvard. Qual è la vostra situazione amorosa? (Sceglietene una. Si può dare una sola risposta. Ditecela). Avete una vita? (Ced lo dovete provare. Postate delle foto). Amate quello che bisogna amare? (Fate un elenco. Ciò che si deve amare includendo: film, band musicali, libri, trasmissioni televisive, ma niente architettura, idee, piante)’’.

“Ma – riconosce Zadie Smith – ho paura di diventare nostalgica. Sogno un web che nutrisse un genere di essere umano che non esiste più. Una persona privata, una persona che resta un mistero agli occhi del mondo e – cosa che è ancora più importante – ai propri occhi. La persona mistero: è una idea dell’ umano che sta certamente per cambiare, che forse è già cambiata’’.

“Non dovremmo fare la guerra a Facebook?, si chiede Zadie Smith. Al suo interno tutto è ridotto alle proporzioni del suo fondatore. E’ blu, perché risulta che Zuckernerg sia daltonico. Si può giocare a poker perché questo consente ai ragazzi timidi di parlare alle ragazze di cui hanno paura. Si danno delle informazioni personali perché Mark Zuckerberg pensa che l’ amicizia sia scambio di informazioni personali. Facebook è proprio “una produzione di Mark Zuckerberg”. Presto vivremo online. Sarà straordinario. Ma a che cosa somiglierà questa vita? Guardare cinque minuti la vostra bacheca di Facebook: non vi sembra che tutto questo, all’ improvviso, sia un po’ ridicolo? La vostra vita ridotta a quel format?’’.

La sua conclusione: ‘’The Social Network non è il ritratto crudele di una persona reale che si chiama Mark Zuckerberg. E’ il ritratto crudele di tutti noi: 500 milioni di vittime consenzienti, imprigionate nei pensieri spensierati di uno studente di Harvard.”

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