Nelle redazioni italiane gli incarichi di lavoro nel campo delle immagini vengono assegnati senza tener minimamente conto delle norme dell’ordinamento professionale – Una riflessione di Amedeo Vergani, presidente del Gsgiv dell’ Associazione Lombarda dei giornalisti, che commenta: così ‘’diventa un dettaglio trascurabile il fatto che lettori e telespettatori hanno diritto, come ha ricordato pochi giorni fa il presidente nazionale Odg, ad un’ informazione visiva prodotta con quelle garanzie di correttezza e responsabilità che possono essere assicurate sino in fondo solo da fotogiornalisti sottoposti al rispetto della disciplina imposta loro dall’Ordine professionale’’
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di Amedeo Vergani
(presidente del Gsgiv dell’ Alg*)
Colleghi fotoreporter, se siete iscritti all’Ordine dei giornalisti, prendete la tessera e buttatala pure alle ortiche. Risparmierete cento euro all’anno di iscrizione e la rottura di scatole delle revisioni periodiche dell’albo, avrete vita meno complicata con previdenza e fisco e in più, soprattutto, se per caso vi capiterà di sgarrare alla deontologia professionale, chi se ne frega, non avrete guai perché nessuno potrà più venire a mettere becco nel vostro operato anche nel caso delle peggiori tra le violazioni visto che non farete più parte del "popolo" sul quale l’organismo di autogoverno dei giornalisti italiani ha il potere, nell’interesse dei cittadini, di prendere provvedimenti disciplinari e , quando serve, mettere in riga con le dovute sanzioni.
Il tutto continuando senza alcun problema a lavorare come ora per giornali, agenzie e telegiornali perché, tanto, nelle redazioni chi cavolo si è mai sognato di fare dei distinguo tra chi è in regola con le leggi del giornalismo e chi invece produce informazione visiva libero da qualsiasi dovere imposto a chi esercita la professione di giornalista.
Questo, più o meno, è il messaggio che ogni giorno arriva alla categoria dalla realtà del nostro mondo del lavoro "assediato perenne" da una deregolazione così profonda e devastante che, oggi più che mai, lo ha ridotto, profilo economico in prima linea, ad una professione che in molti temono sia ormai irrimediabilmente senza futuro.
L’ennesima riconferma di questo innegabile stato di fatto c’ è arrivata ora dal Grin (Gruppo nazionale redattori iconografici), un’ aggregazione totalmente indipendente dagli organismi ufficiali di categoria e dalle loro regole, che dal 2002 riunisce buona parte dei photoeditor e dei redattori iconografici delle riviste illustrate italiane: personaggi decisamente strategici nel mercato reale del lavoro dei fotogiornalisti perché, al di là di tutte le altre competenze che profilano i loro ruoli, sono prevalentemente loro che nelle redazioni decidono a chi commissionare i servizi da produrre, quali fotoreportage meritano di essere mostrati ai direttori o, più semplicemente, a chi chiedere, da chi comperare e spesso pure quanto pagare le foto d’attualità o di stock per i servizi da pubblicare.
Non c’è infatti nessun iscritto all’Ordine dei giornalisti nella rosa dei quattordici fotoreporter finalisti dell’edizione 2009 del premio "riservato -dice il bando – a fotogiornalisti italiani" con il quale da sei anni l’associazione dei photoeditor assegna un contributo in denaro ( 5.000 euro ) a quello che viene ritenuto il miglior progetto fotografico del momento.
Il "Premio Grin" questa volta è stato vinto da Martina Bacigalupo, 31 anni, genovese con "base" stabile a Parigi, per una serie di immagini sulla travagliata vita quotidiana di una giovane donna del Burundi mutilata brutalmente dal marito. Segnalati i lavori di Daniele Tamagni e di Siro Magnabosco . Gli altri finalisti erano: Michele Borzoni, Francesco Cocco, Fabio Cuttica, Paola De Grenet, Giulio Di Sturco, Martino Lombezzi, Giovanni Marrozzini, Antonella Monzoni, Gabriele Rossi, Annette Schreyer, Terra Project, Riccardo Venturi.
Tutti fotoreporter che, secondo l’edizione 2009 dell’Annuario dei giornalisti italiani , non risultano negli elenchi dell’Albo professionale. Una realtà che non ha comunque influito minimamente sulle scelte della giuria che in questa sesta edizione era presieduta dal giornalista Paolo Pietroni, "inventore" di numerosi periodici illustrati di successo, ed ha avuto come componenti, oltre ai rappresentati dei due sponsor dell’iniziativa (UniCredit&Art e Fnac) e a Mariuccia Stiffoni Ponchielli, il fotografo Toni Thorimbert e tre socie del Grin: le giornaliste professioniste Paola Brivio, Simona Ongarelli e Laura Incardona.
Non è però assolutamente una novità per il Grin la scelta di non fare distinguo, nelle regole del suo premio, tra chi è fotogiornalista nel sacrosanto rispetto della legge e chi invece lo è solo di fatto. Lo stesso criterio è stato applicato anche nelle cinque precedenti edizioni tanto che solo in una occasione, nel 2006, per un caso fortuito era risultato vincitore un collega iscritto all’Odg come pubblicista.
L’assenza nel "premio Grin" di qualsiasi distinzione tra chi è e chi non è nell’ Odg, è comunque un fatto che non stupisce per nulla perché riflette in pieno quanto avviene ogni giorno nelle redazioni dove non ha nessunissima importanza se chi produce o fornisce informazione visiva sia sottoposto, o meno, alla disciplina dell’Ordine professionale. Per essere chiarissimi, non frega proprio nulla a nessuno se gli autori di foto e filmati hanno, o non hanno, in tasca il famoso tesserino professionale: "todos caballeros". Il tutto alla faccia soprattutto dei sempre più numerosi colleghi che, facendosi un "mazzo così" per essere pienamente nelle regole, hanno pure affrontato l’esame di stato per diventare giornalisti professionisti.
Riprove di questa realtà sono ogni giorno sotto gli occhi di tutti. Un esempio tra i più lampanti ce l’ha offerto all’inizio di febbraio il magazine del Corriere della Sera con un numero speciale sull’Italia raccontata ai lettori con le immagini, tutte scattate nello stesso giorno, di 62 fotoreporter incaricati ad hoc dalla redazione della rivista. Di questi 62 autori, solo 23 sono risultati iscritti all’Odg. Gli altri, tutti assolutamente ignoti all’Ordine e alle sue regole.
Una "consuetudine" perciò assolutamente generale sulla quale, ovviamente, ci sarebbe davvero molto da riflettere, analizzare, dire e ridire sotto i più variegati profili, partendo da quelli sul versante del diritto dei cittadini ad un’informazione visiva disciplinata dalla deontologia professionale, sino a quelli più sindacali, compreso il rischio che una costante ammissione di fatto che il lavoro di chi produce in prima persona l’informazione visiva può essere svolto fuori dalle regole dell’Ordine, prima o poi si trasformi nella negazione della natura giornalistica del ruolo di chiunque si occupa più in generale di immagini giornalitiche - photoeditor compresi – e di ogni conseguente possibilità di applicazione del Contratto nazionale di lavoro giornalistico agli addetti dell’intero settore.
La materia del "fotogiornalismo garantito" e del conseguente distinguo tra chi opera nel fotogiornalismo "targato" Odg e chi invece ne è fuori, ultimamente sta pure uscendo sempre più dai confini ristretti degli ambiti più attenti e sensibili del giornalismo e , anche grazie ai clamori mediatici di inchieste giudiziarie, scandali politici, gossip d’alto bordo, commistioni tra pubblicità e informazione e taroccamenti vari da prima pagina con al centro foto e fotografi, i suoi problemi sono sempre più sotto gli occhi anche del grande pubblico.
Sul problema specifico del "todos caballeros" che imperversa nella realtà del lavoro quotidiano di chi si occupa di informazione visiva, pochi giorni fa si è espresso, con molta chiarezza e con tutta la sua autorità, anche il presidente nazionale dell’Odg, Lorenzo del Boca, intervenendo a Roma ai lavori per lo studio di un decalogo sulla deontologia del fotogiornalismo. "E’ un dovere di direttori e redattori – ha ricordato Del Boca – aver sempre molto ben presente che lettori e telespettatori hanno diritto ad un’informazione visiva prodotta con quelle garanzie di correttezza e quelle assunzioni di responsabilità che possono essere assicurate solo da fotogiornalisti sottoposti alla disciplina dell’Ordine. Chi se ne dimentica, è in grave errore".
Parole destinate a restare solo nel vento dei discorsi di circostanza? Vedremo.
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* Gruppo di specializzazione dei giornalisti dell’ informazione visiva dell’ Associazione lombarda dei giornalisti
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8 commenti
Francamente non condivido l’impostazione del ragionamento. Capisco che i fotoreporter siano tra le categorie di giornalisti tra i più penalizzati in Italia, ma non è chiudendo l’attività in un improbabile “recinto etico” che si risolverà il problema. Il recinto, se ha mai funzionato, oggi non funziona più. D’altra parte: che differenza c’è tra il servizio di un bravo fotoreporter sudafricano o brasiliano (evidentemente non iscritto all’Ordine dei giornalisti italiani) e quello di un bravo fotoreporter italiano (altrettanto non iscritto all’Ordine)? Il problema è la qualità di contenuti e la qualità “etica”. Sono le testate italiane che devono offrire garanzie etiche ai propri lettori/utenti e richiederne ai propri collaboratori — che siano iscritti all’Ordine oppure no.
nemmeno io condivido questo ragionamento. ci sono paesi in cui non esiste nemmeno l’ordine dei giornalisti eppure i servizi sono molto piu etici e di qualità che in italia…
inoltre c’è un sacco di gente iscritta all’ordine che non esercita la professione. o la esercita male.
Spesso il discorso sull’ etica professionale – che pure è sacrosanto – viene utilizzato in maniera surrettizia per nascondere difficoltà di tipo sindacale nella speranza, vana, di arginare i processi reali che si svolgono all’ interno dell’ industria dell’ informazione. Insomma, in generale, è una illusione invocare l’ esistenza dell’ Ordine per cercare di costringere gli editori ad adottare nei confronti dei produttori di contenuti condizioni (sia economiche che normative) previste dai contratti di lavoro.
Il ”mercato” del fotogiornalismo si svolge ormai in gran parte in territori dove i rapporti contrattuali di garanzia per i giornalisti (o gli aspiranti tali) o sono molto labili o non esistono affatto. Per il ”mercato” del lavoro autonomo la situazione è leggermente migliore, ma la difficoltà dell’ azione sindacale su questo piano sono altrettanto evidenti. Lo dimostra, anche, la disparità fra le speranze che erano state caricate sul progetto di nuovo Contratto di lavoro (e il discorso, giusto, fondamentale, sulla necessità di rappresentare e di difendere tutti i giornalismi) e i risultati effettivi in termini di garanzie economiche e normative per il lavoro autonomo che il nuovo contratto ha effettivamente portato.
Ma altrettanto ”ideologica” è la posizione di chi pensa, come Mario Tedeschini Lalli, che, messo da parte l’ Ordine, ci si possa affidare alle ”testate italiane” come garanti della ”qualità ‘etica’ ”. Se è illusorio invocare l’ Ordine per cercare di far rientrare nel ”recinto” (delle norme contrattuali prima che dell’ etica professionale) tutti quelli che ne sono fuori e sono costretti a subire spesso il ricatto dell’ offrirsi al ribasso, mi sembra addirittura beffardo ritenere che le ”testate italiane” (cioè gli stessi editori che sguazzano in un mercato del lavoro fortemente squilibrato a loro favore) possano ”offrire garanzie etiche ai propri lettori/utenti e richiederne ai propri collaboratori — che siano iscritti all’Ordine oppure no”. E quindi, di fatto, delegare agli editori (italiani, sottolineo) i principi di autoregolamentazione etica che finora, almeno formalmente, sono ancora nelle mani dei giornalisti. Naturalmente non è detto che per difendere questi principi sia indispensabile l’ Ordine: ma questo è un altro discorso.
Pino Rea
Pino Rea
Restando coi piedi ben piantati nella realtà con la quale ci si deve misurare nel concreto quotidiano immediato, non credo che nel nostro sistema giornalistico attuale ci siano grandi margini di manovra per differenti “impostazioni
del pensiero” su questa precisa materia. L’ordinamento della professione di giornalista , come tutti sappiamo, è regolato da una legge dello stato che per il momento è quella che è. Piaccia o non piaccia. Per ora, ammesso che questa legge non ci garbi, possiamo solo mandare nell’aldilà qualche accidente a Guido Gonella, più volte ministro della Repubblica, considerato il “padre” dell’Odg e in parallelo darci da fare affinché il parlamento ci dia nuove regole oppure, come è già stato tentato con insuccesso, batterci per far abolire l’attuale legge dal popolo sovrano con un referendum abrogativo. Niente, per certo, di facile e immediato.
L’attuale presidente nazionale dell’Ordine, Lorenzo Del Boca, perciò, visto come stanno ora le cose, fa solo il suo dovere quando, nei suoi avvisi ai naviganti , interviene anche su questo problema dei “todos caballeros” nella produzione dell’informazione visiva dopo essersi reso conto che, in un momento delicatissimo nell’evoluzione del settore e un fiorire di casi sempre più frequenti di “sgarri” alle regole, circa il settanta per cento di chi opera nel fotogiornalismo non fa parte del “popolo” sul quale i Consigli regionali dell’Ordine hanno il potere di applicare la disciplina professionale in base ai principi etici fissati dalla legge e alle norme deontologiche sviluppate poi in questi quarantasei anni di vita dall’organismo di autogoverno della categoria.
Per quanto riguarda invece la sacrosanta libertà di pensiero sulla validità o meno dell’Ordine e della legge che lo ha istituito, resta comunque di grande interesse la discussione sul come, in alternativa al sistema attuale, si potrebbe meglio assicurare ai cittadini un’informazione corretta.
Personalmente ho qualche riserva sulla possibilità che, come suggerisce Mario Tedeschini Lalli, tutto possa essere risolto dalle singole testate con un impegno a
“offrire garanzie etiche ai propri lettori/utenti e richiederne ai propri collaboratori”. E’ un’impostazione che, se non ho capito male, si avvicina a quella che vige nel mondo anglosassone e in particolare negli Usa dove, appunto come suggerisce Tedeschini Lalli, il comportamento etico dei giornalisti, fotoreporter compresi, è regolato da norme che fanno capo a dei regolamenti di disciplina interni ad ogni singola testata.
Almeno per ora non mi sembra una soluzione in grado di assicurare maggiori garanzie al lettore e nello stesso tempo tutelare in pieno i diritti dei giornalisti sottoposti ad eventuali provvedimenti disciplinari. Questo tenendo la testa in Italia con ben presenti – come più o meno ci ha già detto Pino Rea – pregi e difetti dei nostri editori, dei nostri giornali e , pure, di noi stessi come categoria professionale. Nella soluzione “stile Usa”, tutto è nelle mani di un giudizio aziendale nel quale, bene o male, mette il suo zampino anche l’editore che, come non è difficile immaginare, potrebbe avere anche grande interesse a punizioni più esemplari del dovuto da utilizzare, alzando al massimo il volume sull’accaduto, come spot per dimostrare ai lettori l’ eccellenza del “prodotto” che propone loro.
Un’impostazione della gestione della deontologia che tra l’altro, a differenza della nostra, non ha – come è stato ricordato nel volumetto ” Photojournalism, technology and ethics” edito nell’autunno scorso dalla “storica” agenzia fotografica americana Black Star – una capacità giuridica in grado di garantire ai lettori che davanti agli sgarri più gravi i colpevoli vengono cacciati dalla professione.
Per ora comunque, volenti o nolenti, la realtà italiana resta quella fissata dal nostro parlamento quarantasei anni fa.
E resta pure questa realtà di un fotogiornalismo “classico” ridotto alla canna del gas, in piena crisi di identità perché compresso tra fenomeni da vera rivoluzione come il “citizen journalism” o da innovazione narrativa come la “documentazione d’autore”, dove gli assunti nei giornali sono ormai solo un ricordo, dove i lavori commissionati e pagati in modo non indecente arrivano con la frequenza dei miracoli, dove c’è anche chi lavora per due euro a foto, dove, visto che l’elenco potrebbe diventare quasi infinito, chi più ne ha, più ne metta. Qui si apre però un altro capitolo con un protagonista centrale, come ha ricordato Pino Rea, decisamente diverso: il sindacato. E questa è pure lei un’altra storia.
Amedeo Vergani
Condivido quanto scritto da “redazione” (alias Pino Rea), con l’aggiunta che a mio parere gli unici “garanti della qualità etica” possono essere solo i lettori dei quotidiani e delle riviste.
Iniziamo, noi come lettori, a segnalare alle testate giornalistiche i servizi fotografici che non reputiamo adeguati (dal punto di vista deontologico e/o di qualità dell’immagine) e l’ordine dei giornalisti e le associazioni dei fotogiornalisti si attivino per promuovere l’attività fotogiornalistica tra il pubblico, anche come capacità di leggere le immagini ed un reportage fotografico.
Se si riuscisse ad abituare i lettori al “bello” ed al “corretto”, sarebbe poi difficile far loro digerire le porcherie che troppo spesso vengono spacciate dai giornali (in particolare quelli on-line) per fotogiornalismo.
Cordiali saluti e buon lavoro a tutti
Giovanni B.
Davvero non trovo ragioni che supportino l’esistenza dell’ordine dei giornalisti. A mio parere è un gruppo in cui è difficile entrare. Dove talvolta ho visto gente fare “carriera” nel giro di pochissimi mesi e senza ragioni meritocratiche che giustificassero la velocità del tutto.
D’altra parte sono tantissimi i giornalisti iscritti all’albo che degradano il lavoro dei fotografi, li pagano poco, non ne riconoscono l’autorialità (vedi mancanza dei credit). Quegli stessi fotogiornalisti, i migliori (in questo ambiente c’è molta più meritocrazia) rischiano tutto, investono soldi propri ed energie per realizzare dei reportage che loro stessi propongono alle redazioni o ai photoeditor mettendosi ogni volta in gioco.
Io appoggio iniziative come quella del GRIN che si apre a tutti i fotogiornalisti e da a tutti la possibilità di essere selezionati e di vincere un premio che il più delle volte sarà reinvestito nella fotografia.
Gentili Amici,
da decenni ormai discutiamo sul senso etico della professione fotogiornalistica, che a differenza di quella giornalistica deve essere basata su una realtà fenomenica. Senza soggetto: niente foto.
E qui direi si risolve tutto: senza permesso, scritto ma anche il tacito assenso vale, non si possono fare foto.
Se si transige a questa legge a tutela della privacy è per diritto di cronaca (o artistico come stabilito da “L’autre” di Delahaye), e allora devono e possono essere fatte anche da un passante testimone degli eventi. Giustamente.
Altri comportamenti sono sanzionati dalla legge nel migliore dei modi. E comunque è punita la pubblicazione delle foto, quindi il direttore responsabile iscritto all’ordine. C’est tout.
Purtroppo ne abbiamo visti espellere diversi, che in qualche modo possono ancora operare. Questo a tutela di chi? E l’internet?
Trovo comunque giusto l’appunto di Mario Tedeschini Lalli che è la testata a porsi come referente. Aggiungo che è anche il singolo autore a doverlo fare.
Sapete che su testate di gossip troviamo certi autori, che sinceramente dubito si potranno trovare al premio Grin.
O magari anche si perchè la libera professione spesso impone “le marchette” e quindi capita che anche mastini da guerra facciano catwalk o redcarpet. Ma Corona di fianco a Dagnino, Cito o Tosatto è difficile trovarlo (sarebbe buffo vederlo Grin o al wppa).
Poi credo l’etica parta dall’onestà intellettuale e su alcuni posso personalmente mettere la mano sul fuoco, si capisce dalle immagini che fanno ed è giusto siano considerati autori.
Su altri sinceramente farei fatica a valutarne l’intelligenza, e malgrado l’iscrizione a qualsiasi ordine starei attento a prestar loro anche un blister di pile stilo. Con questo auguro a tutti una buona serata.
A presto.
Fabiano
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