MEDIA GRATUITI COME LA TV DEL DOPOGUERRA?

| 28 settembre 2007 |


Presto però, come sta accadendo per la tv via cavo, anche sul web qualcuno tirerà fuori un dispositivo o un servizio che amplieranno le offerte e, in cambio di soldi, le doteranno di qualche meccanismo addizionale per evitare la pubblicità intrusiva – Una riflessione di Peter Osnos, esperto di media alla The Century Foundation

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di Peter Osnos
(esperto di media alla The Century Foundation)

http://www.tcf.org/list.asp?type=NC&pubid=1690

Il ritmo e il tono dei cambiamenti nel mondo dei media sono stati intensi per oltre un decennio, sin da quando Internet ha trasformato il modo in cui informazioni e intrattenimento possono essere convogliati. C’era stato un periodo simile, tra 1945 e 1955, quando la televisione era la forza schiacciante, ma poi, relativamente, almeno per i successivi 40 anni, il cambiamento era avvenuto per evoluzione – video e audio cassette, videoregistratori, “walkmen,” Cd – piuttosto che per sconvolgimenti. Per giornali e riviste, quello era stato un prospero periodo di passaggio fra il ‘caldo’ e il freddo (e più efficiente) meccanismo digitale. In questi giorni, lo sforzo per un aggancio decisivo dei lettori e degli spettatori sul web sembra invece frenetico.

La decisione del New York Times di abbandonare il proprio modello di abbonamento per l’ online e la probabilità che anche Rupert Murdoch elimini la lettura a pagamento del sito online del Wall Street Journal segnano una svolta nella questione della gratuità o meno delle informazioni su internet. Non avverrà, sembra, con l’obiettivo primario di raggiungere un sempre più vasto pubblico con i conseguenti maggiori introiti pubblicitari. L’ audience di massa, il modello pubblicitario è quello che ha sostenuto le reti televisive per decenni. Ora ci si è dimenticati che i giorni del boom di NBC, CBS e ABC erano quando per tutti il bisogno principale era comprare quella scatoletta con le orecchie di coniglio (le antenne, ndr). La scelta era limitata ma tutto era gratis e non c’ era il groviglio commerciale di standard che c’ è ora. Oggi, il modello televisivo è radicalmente diverso. La pay tv via cavo o satellite prevede dei prezzi per i vari canali, i cui gestori in moltissimi casi ottengono ricavi anche dalla pubblicità. Ci sono poi i canali-premium – Hbo, Showtime, e pay-per-view – che vi fanno pagare un supplemento per non dover vedere la pubblicità.

Se il modello televisivo è una guida, quindi, la fine degli abbonamenti per l’ informazione sul web probabilmente non sarà un cambiamento permanente. Uno di questi giorni qualcuno tirerà fuori un dispositivo o un servizio che amplieranno le offerte e, in cambio di soldi, le doteranno di qualche meccanismo addizionale per evitare la pubblicità intrusiva. E’ quello che sta accadendo nel settore via cavo e ci sono ora qualcosa come 160 canali, stando a quanto dice USA Today, con una media di 107 per casa e il costo si aggira sui 1.000 dollari all’ anno (e molto di più se si aggiungono gli accessi al web ad alta velocità e tutti gli altri gadgets vari). Alcuni canali non hanno tuttora pubblicità, e se la hanno è limitata: C-Span, IFC, Sundance, TCM, e la BBC News Channel, per esempio. Ma la maggior parte della programmazione è così satura di pubblicità da essere inguardabile. Se ti fari un giro con il telecomando ti sembra che la maggior parte di essi sono fatti di spot (per non parlare poi del numero crescente di televendite e product-placement).

(…)

La concorrenza sul cavo sta diventando sempre più feroce, soprattutto sulla vendita dell’ Alta definizione, e i telespettatori sono in attesa di una gamma completa di nuovi canali. Le reti vengono riciclate con nuovi nomi e nuove identità (…) E nel frattempo, Youtube è diventata una vera e propria cornucopia di video gratuiti con un pubblico giovane così vasto che la tv via cavo sembra completamente fuori moda al confronto.

Un altro dato emblematico del cambiamento in corso è stato nelle scorse settimane l’annuncio che NBC-universale smetterà di vendere i suoi programmi e lo offrirà in download (con pubblicità) per una settimana dopo che sono andati in televisione. ABC sta dando i suoi programmi su AOL, anche gratis. Questi sviluppi si collegano alla scelta della gratuità per i loro contenuti online che ha fatto il New York Times e altre grandi testate.

Per ora, la battaglia per attirare un pubblico sempre più vasto e la relativa pubblicità comporta che si potrà ottenere una grande quantità di materiale senza pagare. Per la maggior parte, i soldi se ne andranno per l’ installazione dei sistemi: il canone per il cavo, l’ internet provider, il satellite per radio e tv. Nel frattempo, come l’esperienza dimostra, la pubblicità verrà piazzata nelle vie di accesso all’informazione e all’ intrattenimento, fino a quando un numero significativo di persone non saranno disposti a pagare per liberarsi delle inserzioni (Ci sono già programmi software che bloccano la pubblicità sul web, il modo di eliminare l’inondazione di spam dalle nostre e-mail.)

I cicli sono incessanti. I progressi della tecnologia mettono a disposizione molto più materiale, e poi fornitori e distributori competono per approfittare del mercato in crescita. In un modo o nell’altro, ricade sui gestori l’ onere di capire come fare più soldi possibile da questo processo. Per quanto riguarda il contenuto, l’attuale frenesia sembra significare più notizie e intrattenimento gratis, ma dovendosi registrare, in un modo o nell’altro, il consumatore alla fine si troverà a dover ‘’pagare’’ un grosso conto in termini di tempo e di pubblicità.

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