Aprire la Partita IVA non vuol dire soltanto compilare un modulo. Spesso ci si arriva quando un cliente chiede la fattura, un progetto diventa stabile o un’attività online comincia a incassare. È lì che bisogna fare le prime scelte, quelle che pesano davvero: che attività si svolge, quale regime fiscale conviene, dove versare i contributi e quali costi mettere in conto. Perché l’errore più comune resta pensare che aprire una Partita IVA sia uguale per tutti.
Libero professionista o ditta individuale: la scelta che cambia obblighi e costi
La prima distinzione è tra libero professionista e ditta individuale. Non è una questione di nome, né una formalità da liquidare in fretta. Cambiano le iscrizioni, gli enti coinvolti, i contributi da pagare e, in certi casi, anche i costi minimi ogni anno. Di solito si apre come libero professionista quando il lavoro è soprattutto intellettuale: architetti, avvocati, medici, consulenti marketing, copywriter, giornalisti. Si parla invece di ditta individuale quando l’attività è artigianale, commerciale o industriale: parrucchieri, estetisti, idraulici, elettricisti, negozianti, e-commerce, ristoratori, albergatori e molte attività legate alla vendita di beni o servizi.
La differenza si vede subito, nella pratica. Un libero professionista senza cassa privata, per esempio, in genere versa i contributi alla Gestione Separata INPS in base a quanto guadagna. Una ditta individuale iscritta alla gestione artigiani o commercianti INPS, invece, può avere contributi fissi da pagare anche se incassa poco o nulla. È uno dei punti che molti scoprono tardi, magari alla prima scadenza, quando il conto non somiglia affatto all’idea iniziale del “pago solo se guadagno”.
Ci sono poi attività più difficili da incasellare. Un fotografo che lavora solo su commissione per eventi, matrimoni o servizi professionali può rientrare tra i liberi professionisti. Se però apre uno studio con vendita di stampe, prodotti personalizzati o merce fotografica, l’attività prende una forma commerciale e può richiedere una ditta individuale. Lo stesso vale per alcune professioni digitali: il nome moderno del lavoro non sempre trova una casella perfetta nelle regole fiscali. Conta molto di più descrivere bene ciò che si farà davvero.
Codice ATECO, regime fiscale e previdenza: le scelte da fare prima della domanda
Prima di inviare qualsiasi pratica bisogna individuare il codice ATECO, cioè il codice che identifica l’attività svolta. È un numero, certo, ma non è un dettaglio burocratico. Incide sugli obblighi, sulla previdenza e, nel regime forfettario, anche sul coefficiente di redditività, cioè sulla parte degli incassi su cui si calcolano tasse e contributi. Per fare un esempio: l’attività di architetto è collegata al codice 71.11.09, quella di muratore al 43.91.00. Chi svolge più attività può avere più codici ATECO, fino a un massimo di sei, ma quello principale va scelto con attenzione.
Il secondo passaggio riguarda il regime fiscale. Le opzioni più comuni sono regime ordinario e regime forfettario. Nel regime ordinario si pagano le imposte secondo gli scaglioni IRPEF: 23% fino a 28.000 euro, 35% da 28.000,01 a 50.000 euro e 43% oltre 50.000 euro. L’imponibile si calcola sottraendo dagli incassi le spese deducibili e i contributi versati. In più, sulle fatture si applica l’IVA.
Il regime forfettario funziona in modo diverso. Prevede un’imposta sostitutiva del 15%, che può scendere al 5% per i primi cinque anni se ci sono le condizioni previste per le nuove attività. Qui non si sottraggono le spese reali: agli incassi si applica un coefficiente di redditività stabilito in base al codice ATECO. Se, per esempio, si incassano 20.000 euro e il coefficiente è del 78%, le tasse si calcolano su 15.600 euro, al netto dei contributi deducibili. C’è anche un effetto immediato sul prezzo finale: nel forfettario non si applica l’IVA in fattura, un aspetto che può rendere più semplice lavorare con privati o clienti senza Partita IVA.
Per entrare nel forfettario, però, servono requisiti precisi. Tra i principali: ricavi o compensi non superiori a 85.000 euro nell’anno precedente, compensi a collaboratori entro 20.000 euro, residenza in Italia e, per chi ha anche un lavoro dipendente, una RAL non superiore a 30.000 euro. Attenzione anche alla partecipazione in società di persone o al possesso di quote di controllo in società di capitali che operano nello stesso settore.
La previdenza è l’altra scelta da non rimandare. I professionisti iscritti a un ordine con cassa privata versano i contributi alla propria cassa: avvocati alla Cassa Forense, medici all’ENPAM, ingegneri e architetti a Inarcassa, e così via. Chi non ha una cassa di riferimento si iscrive alla Gestione Separata INPS, con aliquota 2025 pari al 26,07% sulla differenza tra incassi e spese. Artigiani e commercianti, invece, si iscrivono alle rispettive gestioni INPS e devono considerare contributi fissi annui: per il 2025 sono circa 4.500 euro, oltre a eventuali contributi variabili se il reddito supera il minimale di 18.555 euro. Nel forfettario, artigiani e commercianti possono chiedere la riduzione del 35% dei contributi INPS. Una possibilità da valutare bene: alleggerisce l’esborso immediato, ma riduce anche l’accredito contributivo.
Modello AA9/12 e ComUnica: le pratiche per partire senza errori
Le pratiche cambiano a seconda della strada scelta. Per aprire come libero professionista si usa il modello AA9/12 dell’Agenzia delle Entrate. Nel modulo si indicano dati personali, codice fiscale, indirizzo dell’attività, codice ATECO e regime fiscale scelto. Si può presentare online, tramite i servizi telematici dell’Agenzia, per raccomandata oppure in un ufficio territoriale. Dopo l’apertura, bisogna iscriversi alla cassa previdenziale di riferimento o alla Gestione Separata INPS.
Per la ditta individuale la procedura è diversa. Si usa la Comunicazione Unica, detta ComUnica, una pratica telematica che permette di aprire la Partita IVA, iscriversi al Registro delle Imprese, comunicare l’avvio all’INPS e, quando serve, anche all’INAIL. Per presentarla servono PEC e firma digitale. In molti casi bisogna anche inviare la SCIA, la Segnalazione Certificata di Inizio Attività, allo Sportello Unico per le Attività Produttive del Comune in cui ha sede l’attività.
È qui che spesso nasce la confusione: aprire la Partita IVA non significa sempre poter iniziare a lavorare il giorno dopo. Un consulente che lavora da casa può avere davanti una procedura piuttosto snella. Un’estetista, un commerciante o chi apre un laboratorio artigianale deve invece verificare autorizzazioni, requisiti, comunicazioni al Comune e altri passaggi. Anche un dettaglio che sembra banale, come l’indirizzo della sede o la descrizione dell’attività, può creare problemi se non è coerente con il codice ATECO scelto.
Quanto costa partire: spese fisse, consulenza e primi adempimenti
Il costo di apertura dipende soprattutto dal tipo di attività. Un libero professionista che compila e presenta da solo il modello AA9/12 può aprire la Partita IVA senza costi fissi di apertura. Se invece si fa seguire da un commercialista o da un servizio specializzato, deve mettere in conto il compenso per l’assistenza, che spesso parte da circa 300 euro. In questo caso non si paga tanto il modulo, quanto la scelta corretta di codice ATECO, regime fiscale e gestione previdenziale.
Per una ditta individuale, invece, i costi amministrativi sono più probabili. PEC e firma digitale partono in genere da circa 35 euro l’anno. L’iscrizione al Registro delle Imprese può costare 88,50 euro o 155,50 euro, a seconda dell’attività. A questi importi si aggiunge il diritto annuale camerale, indicativamente pari a 53 euro o 120 euro. La SCIA cambia da Comune a Comune: in alcuni casi è gratuita, in altri può arrivare a circa 200 euro. Se si fa tutto da soli, l’avvio di una ditta individuale può quindi aggirarsi tra 100 e 400 euro; con l’assistenza di un professionista, il costo può partire da circa 500 euro.
La voce da guardare con più attenzione, però, non è sempre quella dell’apertura. Il vero peso arriva nei mesi successivi, tra acconti, contributi e prime scadenze. Chi apre a gennaio e incassa poco all’inizio può avere una sensazione rassicurante. Poi arriva la dichiarazione dei redditi, con saldo e acconti, e il calendario fiscale diventa molto concreto. Per questo conviene partire con una stima prudente: quanto penso di incassare, quali spese avrò, quali contributi dovrò versare, quanto devo mettere da parte per ogni fattura?
Aprire la Partita IVA resta un passaggio accessibile, spesso più semplice di quanto sembri sulla carta. Ma semplice non vuol dire automatico. La scelta giusta non è quella uguale per tutti: è quella coerente con l’attività reale, con i ricavi attesi e con il modo in cui si vuole lavorare. Chiarire questi punti prima di compilare il primo modulo può evitare mesi di correzioni, dubbi e costi non previsti.

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